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Ci sono due modi per visitare la mostra che celebra, nel bello scenario della Rotonda della Besana, i cento anni dalla nascita di Bruno Munari. Il primo è quello di entrare e cercar di capire lo spirito ‘completo’ del maestro, correre con l’occhio a reimpossessarsi della totalità degli oggetti, richiamare alla memoria la loro storia complessiva. Il secondo modo, e quindi è necessaria una seconda visita o almeno un secondo giro dell’esposizione, è quello di soffermarsi sui singoli artefatti e comprenderne, per così dire, la straordinaria ‘unicità’ progettuale. Dalla totalità al particolare e, al ritorno, dal particolare alla totalità.
Nell’uno e nell’altro caso ci aspettano delle sorprese. Se visitiamo la mostra con l’occhio distratto, saltabeccando con lo sguardo qua e là, saranno gli oggetti a chiedere attenzione perché in ogni sala ci capita di imbatterci in immagini consuete, che hanno segnato gran parte della nostra storia personale: qui un libro per bambini che abbiamo letto da piccoli, o che abbiamo riletto ai nostri figli, là un marchio di una famosa istituzione, qui il nome di un aperitivo rosso che abbiamo ordinato mille volte e di cui riassaporiamo, nella frantumazione segnica di Munari, il gusto, qua una lampada, un oggetto, una scimmietta snodabile, la copertina di un vecchio Einaudi. Cose in cui ci siamo imbattuti tante volte da farcele diventare consuete.
Poi però ad una seconda occhiata gli oggetti di Munari cominceranno a parlarci la loro lingua e qui il discorso si complica. Perché ogni singolo artefatto ha un suo percorso segnico, ma anche linguistico, artistico ma anche metodologico. E allora l’artista Bruno Munari, mentre se ne chiarisce in maniera luminosa la grandezza complessiva, comincia a sfuggire al nostro panorama di comprensione, come quei palazzi che, troppo alti, troppo grandi, non riusciamo più ad abbracciare con lo sguardo. Ogni segno racconta una sua storia ‘letteraria’, nasce da un concetto ‘altro’ e si trasforma. Slitta semanticamente, quasi con nonchalance e va ad invadere altri campi. Sono gli esempi famosi dell’orologio che mescola le ore al movimento del polso (Tempo libero), del grande quadro ‘olio su tela’ (macchie d’unto, appunto, su una grande tela grezza di lino), la calza in lycra che diventa lampada Falkland, le curve di Peano che diventano topologie e opere pittoriche di grande intensità. L’impressione è dunque che il Maestro si sia divertito, nei suoi meravigliosi anni, a portarci deliberatamente sempre fuori strada per poi rimetterci in carreggiata e dimostrarci come tutto quello che ci circonda possa avere due, tre, mille chiavi di lettura e come ognuno possa vedere un’isola in un sasso, una rosa nell’insalata o elevare al rango di grande illustrazione i ghirigori che si fanno con la penna biro mentre si risponde distrattamente al telefono.
Munari invitava sempre a guardare l’oggetto da ogni punto di vista, chiedeva di non fermarsi mai all’ovvio e all’apparente, chiedeva ad ogni oggetto una nuova esistenza visibile. E a lui ogni oggetto rispondeva. Noi oggi siamo qui, a bocca aperta, a registrare questo miracolo.
Bruno Munari, a cura di Beppe Finessi e Marco Meneguzzo, Milano, Rotonda della Besana, fino al 10 febbraio 2008, catalogo Silvana Editoriale, euro 32,00.
18 novembre 2007 |
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