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design e cultura quotidiana

Disegnare le città. Bristol Legible City

Luciano Perondi
Emanuela Bonini Lessing


Nelle scorse settimane ci siamo recati a Bristol, così che abbiamo avuto la possibilità di osservare il sistema di orientamento e segnaletica della città ad opera di City ID: frutto del famoso progetto “Bristol Legible City”, la cui metodologia è stata illustrata da Rawlinson durante il suo workshop di Aosta.
Attraverso la visita alla città e allo Studio abbiamo potuto verificare sul campo parte del processo progettuale. Daremo in seguito un resoconto progettuale più accurato. Qui vorremmo invece proporre alcune riflessioni più generali.
Nel momento in cui ci siamo trovati fisicamente a confronto con un progetto di cui avevamo avuto solo descrizioni, ci siamo subito chiesti: qual è la vita reale di un progetto dopo che è stato "attuato"?
I progetti realizzati acquistano una vita indipendente rispetto al momento dell’ideazione, intessendo strette relazioni con il contesto in cui sono inseriti e con chi li usa.
Come e chi può allora attuare una rigorosa osservazione dei risultati, tenendo conto che il più delle volte il progettista non ha l’autorità, l'interesse, o gli strumenti per proseguire in questa nuova fase?

Sembrano sorgere tre questioni correlate:
1) valutazione e verifica
2) correzione e aggiornamento
3) conclusione del ciclo di vita del progetto

1. Valutazione e verifica: il progetto in corso di realizzazione e il progetto finale soddisfano ai requisiti di partenza?
Queste considerazioni possono avvenire già in corso di progettazione, nella maggior parte dei casi attraverso la sperimentazione con i prototipi.
Rawlinson ci ha mostrato come lo studio si avvalga anche un “metodo narrativo”, che consiste nel creare dei personaggi-utenti tipo, e di testare il progetto in base alle loro presunte esigenze, coerenti con i loro profili (ad esempio: Fiona, 62 anni, pensionata viaggia con un’amica coetanea: di quale tipo di informazioni e facilitazioni hanno bisogno? E Steven, 34 anni, agente di commercio?).
Vi sono anche altre metodologie per testare un progetto prima della sua attuazione e successivamente. Questo insieme di strumenti e metodi, che può includere anche ricerca etnografica e metodi di analisi quantitativi, fa parte di un processo più ampio, chiamato "place reading", che (in estrema sintesi) prevede l'analisi di un territorio non slegata dalle ipotesi di intervento su di esso.
Oltre a questo Mike Rawlinson ci ha descritto una rete di attori/istituti/competenze/partner progettuali che vengono chiamati a supportare il lavoro dello studio, testando e rilevando le possibili criticità. Un esempio è la collaborazione con il Rnib (Royal National Institution of Blind people).
Questa rete permette di confrontarsi con esperienze già acquisite, e può contribuire a controllare costantemente il progetto nella sua evoluzione successiva all’attuazione.

Le modalità di analisi a posteriori di un progetto possono essere simili a quelle a priori, il problema che ci si pone è in che termini si può esprimere un giudizio e che cosa questo determina per la vita dell'artefatto.

2. Correzione e aggiornamento: come assicurare la validità del progetto, non ostante il trascorrere del tempo?
La questione, una volta realizzato il prodotto finale, riguarda sia la possibilità di apportare dei cambiamenti a livello formale, sia la necessità di aggiornare il contenuto delle informazioni riportate.
Nel primo caso (per quanto si effettuino dei test durante la realizzazione dei prototipi), solo con il tempo si può verificare, ad esempio, se i contrasti cromatici continuino ad assicurare una buona leggibilità dei contenuti, in molti casi compromessi dall’usura ad opera degli utenti o dall’esposizione agli agenti atmosferici. È possibile valutare, già in fase progettuale, l’eventualità di interventi ex post, le loro modalità e i loro costi correlati?
Veniamo all’aggiornamento delle informazioni. Ogni artefatto vive di una profonda dicotomia, tra la – relativa – permanenza fisica dovuta ai materiali di cui è composto e la – relativa – caducità delle informazioni che veicola.
Vi è però un diverso grado di deperimento delle informazioni: per banalizzare, la posizione di edifici e monumenti in una città varia molto meno rapidamente rispetto al tipo di servizi pubblici che possono ospitare al loro interno, o rispetto alle modalità di fruizione o al tipo di utenti.

3. Conclusione del ciclo di vita degli artefatti: cosa succede una volta che un artefatto smette di essere utile e conclude il suo ciclo di vita?
Per Southampton Rawlinson ha stimato un ricavo (anziché un costo!) dalla rottamazione dei cartelli di segnaletica (ritiro e riciclo delle parti in metallo).
Ciò presuppone una scelta ben ponderata del produttore e un’ottica di lungo corso riguardo tutte le implicazioni della progettazione.
In questo modo l’amministrazione può stimare che una parte delle spese possano rientrare in una fase successiva. Per fare questo è evidente che serve una precisa organizzazione delle partnership vincolante negli anni.
Troppo spesso nelle nostre città vi è un affastellamento di segnaletiche di epoche precedenti dovuto in parte anche ai costi di smantellamento e smaltimento di quelli che ormai vengono considerati rifiuti.
Perché quest’ultima parte della vita di un progetto non dovrebbe essere responsabilmente presa in considerazione già in fase progettuale?

Inserito da gianni sinni | 27.03.08 | (1) | Pubblica Utilità | stampa |




commenti:

  Gentile SDZ,
sto scrivendo la tesi triennale in scienze della comunicazione, sono andata a trovare Rawlinson allo studio circa un mese e mezzo fa. la tesi è proprio su cityid, la materia comunicazione visiva. ho posto la domanda "come verificate il vostro operato", ed effettivamente mi è sembrato di capire che la risposta sia già implementata nel metodo di lavoro: ciclicamente il team aggiorna i clienti, con loro opera delle modifiche e nel contempo li forma per consegnare, insieme al prodotto, gli strumenti teorici per la sua gestione futura. In pratica lo studio confeziona un prodotto che crea in qualche senso insieme al cliente (e che quindi elude un momento di feedback da parte della committenza), il quale è già pienamente responsabile del suo destino futuro al momento dell'installazione sul suolo pubblico.

Saluti,
sarei felice di approfondire l'argomento con chi fosse interessato.

Frank il 12 mag 08 alle 20:25

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