La guerra delle donne
“Fra l’altro, in questo periodo, leggo Clausewitz: Della Guerra. Ha un curioso modo di ragionare ma, in fondo, ha scritto un’opera eccellente” – scriveva Friedrich Engels a Karl Marx, come si legge nel loro Carteggio (1858). All’autore del Vom Kriege (postumo, 1832-4) dobbiamo infatti una delle più celebri e ripetute definizioni moderne della guerra, sulla scia di una letteratura teorica di lunghissima tradizione (basti citare L’Arte della Guerra di Sun Tzu) ma tutt’altro che concorde: “La guerra – dichiara Karl von Clausewitz, dal suo prussiano punto di vista, nell’Avvertenza del 10 luglio 1827, in corso d’opera – non è se non la continuazione della politica con altri mezzi”.
Ad esser attenti, nel I capitolo, Che cos’è la guerra?, del Vom Kriege, si legge invece: “2. Definizione. Non daremo della guerra una grave definizione scientifica […] La guerra è […] un atto di forza che ha per iscopo di costringere l’avversario a sottomettersi alla nostra volontà. La forza si arma delle invenzioni delle arti e delle scienze per misurarsi contro la forza […] 8. La guerra non consiste in un solo urto istantaneo […] la natura stessa delle forze esclude la possibilità di una messa in azione simultanea. I fattori sono i combattenti, il paese con la sua superficie e la sua popolazione, gli alleati. Il paese con la sua superficie e la sua popolazione, oltre ad essere la sorgente della forza combattente, è di per se stesso elemento integrante fattori operanti in guerra”.
Il “fronte interno”, uno dei tre fattori della guerra, nei paesi belligeranti si è armato “delle invenzioni delle arti e delle scienze” in modo particolarmente evidente nelle due guerre mondiali del novecento. Lo sforzo bellico, affidato in queste immani tragedie vieppiù alle donne, impegnate al contempo a mantenere famiglia casa e affetti, è stato abilmente organizzato e comunicativamente manipolato, affinando efficaci e sottili tecniche di propaganda (delle idee), poste poi a fondamento della pubblicità (delle merci). Strutture istituzionali dedicate alla (ideazione, produzione, distribuzione della) propaganda di guerra, affiancate da centri di ricerca e uffici-studi di varia natura e origine, vennero potentemente sviluppate in ogni paese, con compiti analoghi ma specifiche sfumature ideologiche, nella pressocché identica aggressione di ogni media disponibile alla comunicazione.
Nel campo della propaganda a stampa, agli “artisti commerciali” della Grande Guerra, autori di memorabili manifesti (quale il prototipico “Wants You” di Alfred Leete, da cui James M Flagg parafraserà il suo “I Want You” dello Zio Sam del 1917, forse il più noto poster bellico della storia), faranno seguito i raffinati “progettisti grafici” della WWII (ad esempio, per l’US Office of War Information, Ben Shahn; o, sempre negli Usa, assieme agli altri emigre europei, Herbert Bayer).
Analogamente ma ancor più intensivamente, soprattutto nella seconda guerra mondiale, la fotografia è (utilizzata, a ragion veduta, come) un’arma di (propaganda) di guerra: sia come immagine in sé, sia (e forse ancor più) approntandone le didascalie, perché si sa che “in quanto segno, l’immagine comporta una debolezza, diciamo una difficoltà notevole, che risiede nel suo carattere polisemico – ha spiegato Roland Barthes – […] ciò che l’immagine guadagna in impressività lo perde spesso in chiarezza […] si dimentica che praticamente non c’è mai immagine senza parole, siano queste sotto forma di legenda, commento, sottotitolo, dialogo”. Se la prima guerra mondiale ha rappresentato l’apice quantitativo – e forse qualitativo – della cartolina postale (con la fotografia a fare la parte del leone), l’evoluzione sia della riproducibilità sia della strumentazione fotografica tra le due guerre ne ha radicalmente trasformato le condizioni/ragioni di uso e diffusione nella seconda. Per quanto concerne l’immagine femminile, ciò ha significato – in estrema sintesi – il rimodellarsi degli stereotipi visivi dalla donna-di-casa della Grande Guerra, ammutolita e timorata nel silenzio del focolare domestico in pericolo, agli studiati simulacri di angelicate api-della-guerra, come documentano le fotografie in mostra: operose operaie intente a preparare gli strumenti del massacro di altri esseri umani, luci ombre inquadrature e tagli perfetti. Con il complemento indispensabile di didascalie dettate da abili copy-writers, che sottolineano le virtù femminili messe in gioco dal conflitto e cioè abilità (“compion mansioni da uomini”), volontariato (costa meno e rende di più della costrizione), dedizione per padri fratelli mariti e patria-in-guerra, con agghiacciante understatement, a fini di appaesamento o, meglio, straniazione dall’orrore, leggendosi sul retro cartellini dattiloscritti del tipo “Non è una pasticceria, anche se a prima vista sembra preparare biscotti”, “Mazzi di fiori per Berlino”, “Regalini per i soldati tedeschi” e così via…
Per concludere, occorre tornare al punto da cui si è partiti: comunque sia, c’è molto di vero nella definizione dell’Avvertenza del Vom Kriege, tanto che dovrebbe valerne il reciproco ossia che la politica (la gestione organizzata della società civile, in tempo di pace) non sia se non la continuazione della guerra con altri mezzi.
Non a caso, già nel primo ottocento Giuseppe Giusti scriveva ne La guerra:
“Eh no, la guerra, in fondo
non è cosa civile:
d’incivilire il mondo
il genio mercantile
s’è addossata la bega […]
Marte ha messo bottega […]
Dormi, Europa, sicura:
più armi e più paura.
Popoli, respirate […]
la spada è un’arme stanca
scanna meglio la banca”.
© Sergio Polano
[nota affissa per la mostra W@W women at work, a cura di F. Urettini & Studio Orange, Spazio Paraggi, Treviso, 8-30 marzo 2008]
Inserito da gianni sinni | 15.05.08 |
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