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design e cultura quotidiana

L’ultimo manifesto

Mario Piazza

Il nostro mondo è davvero bizzarro. Afferma e nega allo stesso tempo. Prendiamo ad esempio le magnifiche sorti del manifesto (per il teatro, la cultura, la pubblicità…). Dopo i fasti dei cartellonisti, oggi celebrati nelle aste antiquarie, possiamo con sufficiente certezza affermare che il manifesto è morto. Scomparso dalle strade, è ormai un oggetto inutile. Non serve più né ai teatri, né alle mostre. Non si usa più per reclamizzare concerti o conferenze. È finito.

Eppure a fronte di questa totale assenza di mercato e di sparizione nella pratica professionale, mai come in questo momento sono attivi nel mondo festival dedicati esclusivamente alla grafica del manifesto. Possiamo fare il giro del mondo: da Chaumont a Tehran, da Lathi a Città del Messico, da Varsavia a Jakarta, da Hong Kong a Mosca. Sembrerebbe allora che il manifesto è più che vitale, è ancora oggetto di grande successo, come lo era negli anni settanta quando dalle strade arrivò a riempire le camerette degli adolescenti.

Ma forse è solo un sintomo, un’avvisaglia della completa trasfigurazione di questo artefatto: da medium comunicativo a spazio autoriflessivo per i grafici. Non serve più a comunicare, serve a pensare. È la palestra per il ragionamento sul fare grafica. È una necessità di fronte alle debolezze del progetto; un mettersi alla prova che pone l’autore a misurarsi con la difficoltà progettuale di uno strumento. Difficoltà che sono oggi le difficoltà sul senso di un mestiere.

Il manifesto in effetti è tutto fuorché qualcosa di facile. Anzi è proprio un tema difficile. Non ammette titubanze. Richiede coraggio ed equilibrio. Ma soprattutto sintesi, sintesi visiva. Il manifesto è infatti un’idea visiva, la cui realizzazione deve essere perfetta, senza sbavature. E oggi la sintesi manca alla grafica. La sintesi spaventa. Ci si nasconde dietro aggrovigliati dialoghi, dietro rimandi e citazioni, dietro le mode formali del momento pur di non addentare il boccone, senza sbagliare e centrando la preda.


Inserito da gianni sinni | 13.05.08 | (6) | Dibattito | stampa |




commenti:

  Sono, in linea di massima, d'accordo con Mario. Aggiungerei pero' che i progettisti di oggi hanno a che fare con competenze (vere o presunte che siano) che ne influenzano o indirizzano fortemente le "scelte".

Anche quando si affrontano temi culturali, come quelli citati, il vero riferimento dei nostri interlocutori (esperti di marketing in primis) e' la pubblicita', con la quale e’ sempre difficile, ma talvolta anche stimolante, confrontarsi.

Leggendo il testo di Mario vi viene da pensare che esistano in realta' due diversi campi in cui i progettisti si cimentano: manifesto d'autore, vero e proprio "spazio autoriflessivo" e manifesto "commerciale" ibridazione, piu' o meno riuscita, di linguaggi ed esigenze diverse.

Si potrebbe anche allargare il campo e dire che possono essere considerati “manifesti” anche espressioni della multimedialita’ (ad esempio) che prima non esistevano

Forse sarebbe opportuno partire da questa consapevolezza per analizzare i due filoni con un corretto metro di giudizio, mantenendo la giusta attenzione anche per quelle forme di design che hanno a che vedere con il mondo economico e con i suoi problemi. Daltronde siamo o non siamo "industrial designer"?

Mario Fois il 13 mag 08 alle 10:03

  La mi esperienza, per quanto riguarda manifesti "precommerciali" (informano su istituzioni o cultura, ma sempre qualcosa devono "vendere") è abbastanza frastagliata, ma i problemi nel creare soggetti di qualità "pura" sono più o meno i seguenti:

1) l'incapacità "visiva" del committente per la quale si deve fare "più grosso" un po' tutto. Simpatico quando, in un manifesto con 5 linee di testo, si chiede di "mettere più in evidenza" (ovvero "più grande", non c'è altra soluzione) ognuna delle cinque righe. Alla fine, 5 linee in evidenza = nessuna in evidenza. Concetto banale ma che non entra nella testa dei committenti.

2) la paura che un manifesto non possa trasmettere qualcosa (anche la mera curiosità che ti spingerebbe ad avvicinarti e leggerlo per bene) se non è coperto di scritte corpo 1.350. La spettacolarizzazione tramite un'immagine non viene neanche presa in considerazione. Grandi meriti a chi, come Walter Sardonini di Social Design (FI) - per fare un esempio-, riesce a "tappare la bocca" al cliente e così produrre materiale eccezionale e non "inquinato" da richieste senza senso.

3) l'incapacità del committente di accettare che, da 30cm di distanza, un corpo 20 è assai più leggibile di un corpo 40 per il semplice fatto che scritte più grandi escono dal campo di visuale. Anche in questo caso, concetto banale ma impossibile da trasmettere: anche in un volantino, l'imperativo è sempre "più grande" anche se, senza dubbio, il lettore lo avrà in mano e non dovrà leggerlo dall'automobile in corsa.

Infine, più importante di tutti:

4) La disorganizzazione del committente, che molto spesso ti propone le mere basi per un impaginato come "prodotto definitivo" che poi invece si traduce in un agglomerato di informazioni incompiute ed incomplete le quali poi: "ah, mi sono dimenticato, ci va l'elenco degli artisti", "ah, mi sono dimenticato, ci devi mettere gli sponsor (di solito 60, evidentemente tutti saltati fuori tra il momento in cui viene indicato il contenuto del manifesto e quello in cui l'hai approntato), "ah, scusa, ho sbagliato, il titolo non è 'Pippo' ma 'Pippo e la bietolona vanno al mare e si bruciano tutta la schiena'. Poi, scusa, ma il concetto delle ballerine non va bene, sembra che il consiglio direttivo preferisca dei grattacieli. Rossi. E neri. Sai, il rosso è il nostro colore." Così, il tuo progetto va a farsi benedire. E anche spiegare che non si può fare un manifesto (ma vale per qualsivoglia impaginato) per successive approssimazioni è opera degna di un titano.

Come ebbi già modo di dire tempo addietro (non ricordo in che occasione) non c'è più riconoscimento per il nostro lavoro, sicuramente messo alla berlina da "proprietari-di-computer-pertanto-grafici" ma anche e soprattutto dai concetti lacunosi su cui vive la committenza.

Marco Innocenti il 13 mag 08 alle 14:52

  Una osservazione sulla fine del manifesto. In città piccole come la mia (Viterbo) si produce una quantità smisurata di manifesti per comunicare qualsiasi cosa (non so con quanta efficacia). La maggior parte di questo materiale non è progettato (qualunque sia il significato che si da al termine), né i suoi committenti hanno mai pensato che avessero bisogno di un 'professionista', ma rimane il fatto che le strade ne sono piene.

È però vero che lo scopo principale di questi manifesti è fornire un supporto per la lista degli sponsor, enti patrocinatori ecc. Tanto è vero che la maggior parte delle correzioni che capita di fare sono sull'ordine, la grandezza, ecc., dei famigerati 'loghi'.

dc il 13 mag 08 alle 15:37

  Che cos'è, o cosa dev'essere il manifesto?
Quando si "addenta" senza "dialoghi, rimandi e citazioni" il risultato è facilmente contestabile? Intendo dire: non può essere soggettivo, ma può essere universale?

vittoria il 13 mag 08 alle 17:25

  Una comunicazione essenziale, che si visiva soprattutto, rende il manifesto ancora "attrattore".
"head line" su immagine connotata anche sul metodo "paranoico-critica", da avanguardia, insomma,può essere ancora messaggio allettante.
Il passaggio davanti ad un manifesto dura pochi secondi: se non è opera d'arte
e se non genera la "sindrome di sthendal",
è inutile progettarlo e stamparlo.
Antonio Tateo

Antonio Tateo il 14 mag 08 alle 00:43

  Sono appena stati comunicati i selezionati per good 50x70.
Cosa ne pensate?
È un esempio di spazio riflessivo per addetti ai lavori come suggerisce Mario o può anche avere un risvolto nella sua funzione tradizionale di manifesto?

Gianni Decarava il 16 mag 08 alle 09:59

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