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Dall'Atlante agli Appennini

Perché Youssef arriva in Italia dal Marocco? Non certo per trovare l’avventura o un’esperienza diversa, che le paraboliche rimandano scintillante, ma per ricongiungere un’idea di comunità e ritrovare la madre da troppo tempo ‘dispersa’ in Italia.

E perché Orecchio Acerbo pubblica una storia come quella di Youssef, certo non ‘magica’, aspra e dolorosa bensì, piena di terribili realtà sociali, né piacevoli da narrare né da ascoltare?

Si narra di Youssef, rispondono Fausta Orecchio e Goffredo Fofi durante la conferenza di presentazione del libro (Dall’Atlante agli appennini, di Maria Attanasio con illustrazioni di Francesco Chiacchio, Orecchio Acerbo edizioni, euro 14,50) alla libreria di Firenze Libri Liberi, perché è una storia da raccontare e perché è giusto raccontarla.

Perché ogni tanto bisogna pur parlare di ‘socialità’ e di disagio senza sconfinare nel ‘buonismo’ ma anche senza aver paura dei buoni sentimenti. Poi Goffredo Fofi aggiunge che quello dell’emigrazione è uno dei grandi temi rimossi della vicenda letteraria italiana e che questo riprendere, quasi senza pause di tensione, il racconto mensile, dal libro Cuore di Edmondo De Amicis, Dagli Appennini alle Ande è ben più di un arteficio narrativo-retorico. È il ricongiungersi ad un grande tema civile, quello dell'emigrazione appunto, che l’egotismo della letteratura e della politica 'borghese' aveva allontanato dai nostri orizzonti.

Naturalmente il racconto di Maria Attanasio, con i disegni di Francesco Chiacchio, non è soltanto una presa di posizione politica ma soprattutto uno dei molti tentativi di Orecchio Acerbo di parlarci dei temi di ogni giorno che, ogni giorno, vengono allontanati perché scomodi, imbarazzanti, sgradevoli, per la nostra mentalità corrente di condizionati dall’universo cellofanato delle merendine e dei detersivi che lavano e sbiancano.

Youssef non fa certo parte di quel mondo dolciastro e ipocrita di pannolini asciutti o di scarpettine griffate cui indulge spesso la comunicazione per l’infanzia. Fa parte di un altro insieme; quello di chi deve guadagnarsi la vita con fatica e dolore, ma anche con curiosità e vigore. Un universo dove si attraversa il mare (“color del vino…” come avrebbe voluto Leonardo Sciascia, che Maria Attanasio ricorda nel rigore della ricostruzione cronastica e nell’asciuttore narrativo) che è nero e notturno, cupo delle matite grasse di Francesco Chiacchio (“Quando si scopre un autore simile bisogna sciogliere le campane, come diceva Elsa Morante”, ancora Goffredo Fofi), ma anche capace di un qual certo 'picarismo' che lo presenta narrativamente emozionante e che, lontano da voler essere realistico o neorealistico, lo rende vero e credibile.

Alla fine comunque Youssuff ritrova la mamma. Si auspica e si spera in un futuro un po’ migliore. È la vocazione, ci ricorda ancora Fofi, della letteratura per ragazzi, o destinata comunque ai ragazzi, che anche nei momenti più difficili ed aspri non può rinunciare ad una sua persistente vocazione di ammaestramento e didattica. Cosa ci potrebbe mai impedire di sperare e sognare un futuro migliore?


Inserito da ra.des | 02.07.08 | (3) | A stampa | stampa |




commenti:

  Mare color del vino? Ma non era Omero?

Carlo S. il 03 lug 08 alle 03:26

  Certo che è Omero. Ma è anche Sciascia che scrisse un racconto così intitolato nel 1973, Edizione Einaudi. Visto che parlando di Maria Attanasio si ricorda Sciascia...

sdz rades il 03 lug 08 alle 09:44

  Peccato non aver letto la notizia per tempo, sarei venuto volentieri...

Carlo S. il 03 lug 08 alle 11:05

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Fausta Orecchio e Francesco Chiacchio  

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Goffredo Fofi  

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