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design e cultura quotidiana

Il design come libertà.
Intervista a Saki Mafundikwa

In vista del prossimo appuntamento Multiverso dell'Icograda Design Week, organizzato dall'Aiap e che si terrà a Torino dal 13 al 19 ottobre, pubblichiamo una serie di interviste con i numerosi ospiti internazionali che animeranno workshop e conferenze.

Ospitiamo oggi l'intervista con Saki Mafundikwa, fondatore dello Zimbabwe Institute for Vigital Arts (ZIVA) e autore del volume Afrikan Alphabets.

Sdz — Nel 1999 hai fondato ad Harare lo Zimbwawe Institute for Vigital Arts (Ziva) con l'dea di sviluppare un modo di "pensare" il design a prescindere dai canoni occidentali. Ci puoi raccontare come si è sviluppata in questi anni l'esperienza didattica? È possibile trarre qualche bilancio del progetto?

SM — Ah, quanti sogni avevo riguardanti le mie possibilità! Ovviamente sono ancora convinto che l’idea abbia i propri meriti e che possa essere realizzata, ma l’esperienza sul campo è stata molto impegnativa e mi ha riportato fermamente coi piedi per terra. Non avevo calcolato l’influenza di una forza che al tempo non sembrava neppure connessa in alcun modo al mio progetto: la politica. Diedi per scontato che lo Zimbabwe fosse un paese ormai stabile. Allora viveva un’epoca di pace, le sue infrastrutture erano tra le migliori del continente e, sebbene le prime avvisaglie di declino si stessero mostrando, l’economia appariva forte. Sono successe tante cose negli ultimi nove anni e mentre ci avviciniamo al decimo anniversario della fondazione dello Ziva, sono ancora pieno di speranze per il paese, sebbene porti addosso i lividi dovuti alla realizzazione di quanto la politica influisca direttamente su progetti altruistici quali il mio.

Nella maggior parte delle società africane, inclusa la mia, l'arte e le ricerche creative non sono mai state considerate importanti quanto, ad esempio, la medicina o la legge. La maggior parte dei genitori incoraggiano i propri figli a studiare queste due materie cosicchè possano "diventare importanti" e "fare molti soldi". Ciò ha influenzato in modo evidente i risultati poco brillanti dei primi anni dello Ziva, sia a livello di supporto governativo che per quanto riguarda il numero di iscrizioni. Venivo considerato uno scellerato ed un'anomalia: l'idea di creare un progetto Non-Profit era un'autentica stranezza agli occhi di molti miei concittadini. Devo però segnalare che vi furono anche numerosi "devoti" che capirono il progetto e mi incoraggiarono a continuare lungo la mia strada. Credo che abbiamo anche influenzato il modo in cui si possano esprimere le proprie idee e la propria cultura, soprattutto nel campo del design.

Oggi il mio paese vive una crisi che non avrei in alcun modo potuto prevedere nove anni fa. Sono stato un esemplare di ottimismo, nella mia convinzione che le cose sarebbero "presto migliorate". A causa di giochi politici, il mio sogno di ottenere un finanziamento non si è materializzato, e sono costretto a portare avanti lo Ziva con un budget microscopico. Con l'aumento dell'autoritarismo del governo, le cose sono divenute stressanti sia per gli studenti che per i professori: è divenuto pericoloso realizzare fotografie o filmati in città, e ciò ha reso impotenti i nostri studi sulla comunicazione. Uno dopo l'altro i nostri fornitori locali di quei materiali necessari per i nostri studi hanno chiuso i battenti, costringendoci ad acquisire i materiali all'estero, che già in sè è una vera e propria sfida. Inizialmente il declino è stato graduale, ma si è ben presto tramutato in una vera e propria valanga, causando lo stato di cose attuale, per cui abbiamo il tasso d'inflazione più alto del pianeta (secondo alcuni economisti addirittura al 40.000.000% - è difficile stabilire se ciò sia esatto, ma a certi livelli non ha poi tutta questa importanza), l'80% di disoccupazione, gravi mancanze di cibo, e incapacità di fornire servizi basilari quali acqua potabile e corrente elettrica.

Ciò ha spostato la mia attenzione dall'empirico verso le realtà di tutti i giorni. Sono stato costretto abbastanza presto, da problemi di natura economica, a ridurre la durata del corso da quattro a due anni e a modificare il curriculum, trasformandolo in qualcosa di più pratico: pur tentando ancora di influenzare la cultura locale, abbiamo deciso di concentrarci più sulla creazione di nuove abilità da apportare ad essa. I sogni di creare un "Bauhaus africano" sono stati messi nel cassetto almeno sino a quando il mio paese possa tornare alla normalità.

In ultima istanza, mi ero prefissato di creare il concetto astratto di un ciclo di studi in cui gli studenti potessero imparare attraverso stimoli creati dai professori e dagli artisti ospitati dall'istituto, attraverso scambi multi-culturali con istituzioni di varie nazionalità e attraverso ricerche svolte via-Internet e tramite studi su comunità locali. Ho preparato questo progetto concedendo agli studenti l'accesso alla mia biblioteca dedicata al design, costruita attraverso il corso di molti anni di lavoro. Eppure la realtà di un paese sull'orlo del collasso totale ci ha costretti a gestire situazioni di autentica sopravvivenza, un'esperienza incredibile e capace di insegnare l'umiltà a chiunque. Ho stretto un patto con me stesso, col mio staff e coi genitori degli studenti, di continuare a seguire il progetto Ziva finchè non diverrà un'istituzione. Lo Ziva al momento è l'unica scuola a fornire personale qualificato alle industrie di design, new media e advertising in Zimbabwe. Molti di questi studenti scelgono di andare in Sud Africa dove ci sono più opportunità di lavoro e dove sono ben pagati. Molti di loro trovano lavoro immediatamente grazie alla loro buona preparazione e alla loro etica del lavoro - qualità su cui ci concentriamo molto nel progetto Ziva. Il nostro motto è "evolvi o perisci". Abbiamo imparato la verità di queste parole nel modo più duro - attraverso l'esperienza diretta.

Sdz — La tua ricerca sugli Alfabeti Afrikani denota i profondi legami che ti uniscono alle radici visive del continente. Come si esprime questo aspetto nel tuo lavoro di designer?

SM — Dopo la laurea ottenuta all’Università di Yale, ho confuso molti colleghi che trovavano i miei lavori troppo “svizzeri”. Avevo una crisi d’identità: un designer africano che aveva studiato negli Stati Uniti ed era stato profondamente influenzato dalla tradizione del design svizzero. Molti mi chiedevano: “conosceremo mai il vero Saki?”. Dunque inizialmente fu per uno sforzo cosciente che tentai di riflettere la mia persona nei miei lavori. Oggi mi sento talemente a mio agio, innanzitutto come designer e successivamente come africano, che tali aspetti di me si esprimono con grande naturalezza. Non si tratta più di uno sforzo cosciente. Vi sono elementi della propria educazione e del proprio ambiente che sono intrinsecamente uniti all’espressione creativa e permeano i lavori di una persona in modo naturale.

AMO l’Africa, non neceassariamente perchè è il mio continente di provenienza (e dove ho scelto di vivere e lavorare), ma perchè è un posto speciale. Si dice che le persone o amano l’Africa o la odiano immensamente. Non vi sono vie di mezzo. Io ho deciso di dedicare la vita al miglioramento del design nel mio continente, specialmente da una prospettiva didattica, dove siamo rimasti spaventosamente indietro. Ciò che ho imparato gestendo lo Ziva, attraverso esperienze scomode e dure, mi ha reso più forte e un soggetto in grado di replicare il modello in altri paesi del continente. Non mi illudo, molti paesi africani non hanno le infrastrutture di cui disponiamo in Zimbabwe e l’esperienza sarà dunque complessa, ma d’altro canto ho già fatto molta strada dal lusso dei miei giorni come Direttore Artistico a New York! L’esperienza è la miglior insegnante in assoluto.

Sdz — In un tuo intervento raccontavi dell'influenza che ha avuto su di te la grafica decostruttivista e lo sperimentalismo tipografico, sottolineando come la "grafica di sistema" di stampo modernista sia del tutto inattuale per il design afrikano. Quali ritieni siano le linee guida su cui sviluppare un approccio al design consapevole della grande tradizione visiva africana?

SM — Non esistono delle vere e proprie “linee guida”. Il motivo per cui mi auspicavo la creazione di un “Bauhaus africano” era il fatto che si sarebbe trattato di un’entità incentrata sulla ricerca. Nessuna regola, nessun dogma, semplicemente una condotta, una rivelazione e un processo di apprendimento attraverso la ricerca personale e portata innanzi per tentativi. Sono diventato il designer che sono oggi perchè ho studiato i maestri del modernismo. La severa aderenza a certi codici insegna ad essere disciplinati, e ci vuole grande disciplina per creare lavori “semplici” e minimali. La massima “di meno è in realtà di più” è divenuta il mio mantra. Maestri del modernismo quali Picasso erano attratti dall’arte africana per questi stessi motivi, e dovrebbe essere così anche per noi grafici.

Il design, come ogni altra professione, ha i propri codici e le proprie regole. Solitamente dico ai miei studenti che non si possono alterare le regole se non si conoscono bene. I decostruttivisti non sono un branco di anarchici intenti a distruggere le mura del modernismo. Sono attratto da loro perchè il loro lavoro è il più vicino all’astrazione africana. Le opere di tale corrente sono sciolte e appaiono “prive di struttura” al primo approccio, ma un’osservazione più attenta rivela una solida comprensione dei principi basilari del design. I designer possono imparare molto dalla “grande tradizione visiva africana” che avete nominato. In particolare i designer africani hanno l’obbligo di imparare da ciò che trovano più naturale. La maggior parte di loro invece si trova bloccata in uno stato di ignoranza che ben si sposa all’ignorante concezione europea dell’Africa come Continente Nero, indegno di qualsiasi riconoscimento o lode. Insegno ai miei studenti a guardare dentro se stessi per trovare l’ispirazione e a dare grande importanza alla loro eredità visiva. Insisto inoltre molto sull’importanza di abbattere le barriere che in Africa dividono la creatività: le linee di confine tra differenti forme creative stanno sfumando grazie alla rivoluzione digitale. La tecnologia è un mezzo di potenziamento, sebbene in Africa i suoi costi siano ancora motivo di restrizioni. I nuovi media daranno all’Africa la libertà. Il laptop da 100 Dollari di Nicholas Negroponte è già un passo in questa direzione.

Sdz — La situazione sociale e politica in molti paesi africani, fra cui lo Zimbabwe, non è certo semplice. Come questo influenza l'attività dei designer?

SM — Sto leggendo un ottimo libro: “Sviluppo come Libertà” di Amartya Sen, un vincitore del Nobel per l’economia. In esso esprime l’interessante tesi che lo sviluppo non può avvenire senza libertà. Gli eventi nel mio paese illustrano la sua idea in modo adeguato. Con l’aumento dell’autoritarismo dei governi, le attività di design (e il design è un mainfesto motore di sviluppo) si trovano bloccate e i designer (che sono agenti di cambiamento) trovano molto difficile, se non addirittura impossibile, lavorare. Stiamo diventando, come i giornalisti, una professione “a rischio”.

Sdz — Nel panorama della comunicazione visiva si stanno imponendo sempre più esperienze innovative che provengono da paesi non occidentali (penso ad esempio al Medio Oriente e alla Cina). Il design dei paesi africani è pronto a svolgere il proprio ruolo in questo nuovo scenario?

SM — Questo è uno dei principali motive per cui ho deciso di tornare nel mio paese e fondare lo Ziva. Nonostante la Cina e le regioni del Medio Oriente si trovino sotto regimi autoritaristi, i designer provenienti da questi paesi sono riusciti a crearsi un proprio spazio, credo innanzitutto perchè non contraddicono le autorità. Un designer dello Zimbabwe, Chaz Mavhiyane Davis, ha dovuto invece lasciare il paese per poter continuare a produrre i propri commenti grafici riguardanti le repressioni interne.

Sono un grande estimatore dei lavori creati in Iran, per esempio: lavori freschi, innovativi e creativi. La crescita dell’educazione al design in Iran ha aiutato il paese a guadagnare uno spazio importante sul palcoscenico globale del design grafico; in questo sono aiutati anche dalla loro tradizione secolare di artigianato e scrittura arabe. L’Africa non sarà mai un player di questo sistema finchè non vi saranno aperte più scuole di design.

Sdz — Il design salverà dunque il mondo?


SM — Ciò che può salvare il mondo sono le IDEE. I designer sono avatar di idee. Abbiamo un potere incredibile tra le nostre mani. Dovremmo farne un uso altruistico per il bene dell’umanità tutta. Non è neanche più un’opzione, si sta trasformando in un bisogno sempre più urgente.


Inserito da gianni sinni | 27.08.08 | (0) | Grafica lontana | stampa |




 
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