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design e cultura quotidiana

La città Wiki. Intervista a Carlo Ratti

di Emanuela Bonini Lessing

In vista del prossimo appuntamento Multiverso dell'Icograda Design Week, organizzato dall'Aiap e che si terrà a Torino dal 13 al 19 ottobre, pubblichiamo una serie di interviste con i numerosi ospiti internazionali che animeranno workshop e conferenze.

Ospitiamo oggi l'intervista con Carlo Ratti, ingegnere civile e architetto, insegna al MIT - Massachusetts Institute of Technology, dove dirige il SENSEable City Laboratory.

È possibile progettare una città che operi come un sistema di controllo in tempo reale? Il progetto WikiCity si occupa della mappatura in tempo reale delle dinamiche della citta'. Queste mappe tuttavia non si limitano a rappresentare la città, ma diventano istantaneamente strumenti a disposizione dei cittadini che possono cosi' intraprendere le loro azioni e decisioni sulla base di informazioni sempre aggiornate. In questo modo le mappe alterano il contesto cittadino che a sua volta altera le mappe, con l'obiettivo ultimo di milgiorare l'efficienza e la sostenibilita' dell'ambiente urbano.
[Calabrese Francesco, Kloeckl Kristian, Ratti Carlo, WikiCity. Connecting the tangible and the virtual realm of the city, GEO-Informatics, dicembre 2007, p.42]

Avete già mostrato come sia possibile raccogliere le informazioni e i dati, secondo un processo dal basso verso l’alto (attraverso le emissioni dei segnali dei telefoni cellulari, dei navigatori satellitari ecc). La vera difficoltà mi pare ora pensare a come la realtà fisica possa adeguarsi rispetto ai dati rilevati (penso ad esempio ai problemi di congestione del traffico nelle città o sulle autostrade).

Sì, è vero. Questa è una domanda cruciale. Come intervenire nella città in tempo reale? In gergo ingegneristico: come “attuarla”? Si tratta di un problema classico nelle discipline tecniche e che riguarda tutti i “sistemi di controllo in tempo reale”.

Pensiamo a una macchina di Formula 1. Un gran numero di sensori effettua un monitoraggio continuo, in tempo reale, del motore e della carrozzeria. I dati raccolti vengono trasmessi ai box per la loro elaborazione. Se a un certo punto viene rilevata una situazione anomala il sistema di controllo si mette in contatto con la macchina e ne modifica l’assetto.

Ma come modificare l’assetto della città? Prendiamo l’esempio del traffico. Se anche conoscessimo in tempo reale la velocità di tutte le autovetture, come potremmo agire per smaltire un ingorgo? Purtroppo non è facile “attuare” l’ambiente urbano. Cambiare per esempio la larghezza delle strade o la posizione degli incroci in tempo reale: è ancora fantascienza, almeno per un altro po’ di anni. Al massimo possiamo regolare i tempi dei semafori, ma non è realmente possibile modificare la città in tempo reale.

Tuttavia, rispetto a una macchina di Formula 1, le città hanno una caratteristica molto interessante: la presenza dei cittadini! Proprio questi ultimi possono diventare gli attuatori dell’ambiente che li circonda. Possono ricevere informazioni in tempo reale e in base ad esse modificare il proprio sistema decisionale. Ad esempio, se conoscessero la situazione istantanea del traffico, cambierebbero i loro percorsi in modo intelligente, promuovendo così una mobilità più sostenibile.

I progetti che avete già realizzato necessitavano di una temporanea gestione accentrata delle informazioni. Pensate che si potrà realizzare una situazione a tutti gli effetti interattiva e democratica, in cui tutti i partner coinvolti (gestori delle reti, cittadini, pubbliche amministrazioni, aziende private, ecc.) possano godere degli stessi “diritti e doveri”? A quali condizioni?

Certo, Wiki City non vuole essere un sistema centralizzato! Sarebbe tra l’altro molto vulnerabile e presenterebbe problemi di gestione e controllo. Si tratta invece di una piattaforma distribuita per condividere dati urbani in tempo reale: la situazione del traffico, la posizione di autobus, e tutti quei dati che i cittadini possono aver interesse a condividere con altri. Una sorta di Internet geo-localizzato e in tempo reale.

Il vostro approccio progettuale sembra spingere verso una sempre più fluida linea di separazione tra design inteso come strumento per programmare, acquisire e processare i dati e design come strumento di visualizzazione e rappresentazione delle informazioni. Si può parlare di un nuovo concetto di interfaccia?


Non sono sicuro che si possa parlare di un nuovo concetto di interfaccia. Ma effettivamente la separazione tra una prima fase di analisi quantitativa dei dati e una seconda fase di rappresentazione delle informazioni sembra essere scomparsa. Per esempio la maggior parte dei designer grafici che hanno lavorato al progetto New York Talk Exchange per il Museum of Modern Arts di New York erano ingegneri informatici che programmavano col linguaggio Processing. Del team facevano parte anche architetti, designer, ingegneri, fisici e sociologi.

Mi si conceda una provocazione: non credi che i vostri lavori destino grandissimo interesse anche perché “esibiscono” pratiche e abitudini dei singoli o delle collettività fin’ora poco rintracciabili, solo presumibili, mai rilevabili in tempo reale? Non vi è anche una nuova forma di voyerismo?


Forse... Ma questo voyerismo non è proprio di Internet e di tutte le recenti applicazioni del Web 2.0? Da Twitter a molte nuove funzioni di Facebook....

Puoi darci qualche breve anticipazione sui vostri prossimi traguardi?

Molte ricerche sono legate alla sostenibilità urbana. Per esempio in questo periodo stiamo lavorando con la città di Copenhagen, che ospiterà il summit delle Nazioni Unite del 2009 sul cambiamento climatico. Con loro stiamo sviluppando un grande progetto sulla mobilità sostenibile e sull’uso delle biciclette. Con la città di New York, invece, stiamo lavorando su come la tecnologia ci può permettere di ottimizzare il sistema di riciclaggio dei rifiuti solidi urbani. Attraverso l’uso delle etichette intelligenti vogliamo tracciare i percorsi dei rifiuti indirizzati al riciclaggio o alla discarica – e questo sarà anche il tema di una prossima nostra mostra a New York.

Un’ultima battuta: il design può salvare il mondo?

Deve salvarlo! E prima di tutti salvare la società. Ricordate la celebre invettiva di Buckminster Fuller a metà del Novecento? «Smettiamola di cercare di riformare la società. Cambiamo l’ambiente fisico! La società si riformerà da sola se l’ambiente è quello giusto...».


Inserito da gianni sinni | 18.09.08 | (0) | Appuntamenti | stampa |




 
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