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design e cultura quotidiana

Un design non sottomesso. Intervista a Ruedi Baur

In vista del prossimo appuntamento Multiverso dell'Icograda Design Week, organizzato dall'Aiap e che si terrà a Torino dal 13 al 19 ottobre, pubblichiamo una serie di interviste con i numerosi ospiti internazionali che animeranno workshop e conferenze.

Ospitiamo oggi l'intervista con Ruedi Baur designer svizzero fondatore dello studio Intégral, docente alle università di Parigi, Pechino e Zurigo e responsabile del “design2context”, il Design Research Institute della Zürcher Hochschule der Künste (ZHdK).

Sdz — Il nome dell'Istituto di ricerca sul Design di Zurigo di cui sei stato uno dei fondatori — Design2context — è una dichiarazione d'intenti: il progetto non può prescindere dal suo contesto. Un'identità strettamente connessa dunque al genius loci è la risposta che il design può dare ai problemi della globalizzazione?

RB — Sì, in effetti è una dichiarazione d’intenti. Penso che i progettisti abbiano oggi una responsabilità culturale importante in rapporto all’uniformazione visiva del nostro mondo. È chiarissimo che, eccettuati casi di isolazionismo forsennato, noi ci troviamo in uno spazio d’influenza comune. Le differenze non risultano più da caratteristiche locali in àmbito giuridico, economico, culturale – come è stato in passato – ma da un’autentica volontà. Oggi il lasciar correre e la condiscendenza portano al prodotto globale intercambiabile e indifferenziabile. È attraverso la progettazione della differenza che questa potrà sussistere nella propria contemporaneità, dunque al di fuori della logica patrimoniale della museificazione. Un’autentica questione di design. Ma è una questione che esige l’allontanarsi del progettista da quest’idea modernista della miglior soluzione per ogni situazione e pretende il suo confrontarsi con la particolarità del problema su cui lavorare, qui ed ora. Dunque genius loci nel senso di un confronto del progettista con tale singolarità per trasformarla e collocarla in una contemporaneità vivente.

Sdz — In questo interesse nei confronti della contestualizzazione, scorgo l'invito verso un intervento "politico" da parte del designer. Il design non può dunque essere "neutrale"?

RB — Perché mai il design dovrebbe essere neutrale? Il design trasforma, ed ogni atto di trasformazione porta in sé la propria responsabilità culturale, ecologica, sociale e dunque fondamentalmente politica. La neutralità è l’espressione politica della sottomissione del design all’ideologia del marketing e del liberalismo, dunque a modi di vivere nei quali noi non siamo considerati altro che consumatori. Non è questo il mondo che m’interessa, non è il mondo per cui lavoro.

Sdz — Poter discutere degli aspetti generali e delle finalità di un incarico significa che il designer è coinvolto nei processi decisionali del committente. Nella tua esperienza, quali sono le difficoltà principali nello stabilire questo tipo di rapporto?

RB — Se si riprende la definizione del design formulata da Moholy Nagy, direi che ogni progetto in cui il progettista non sia altro che un esecutore e un formalizzatore non abbia nulla a che fare con il design. Non dico che egli debba arrivare a imporre sempre le proprie idee, ma deve almeno confrontarsi con la questione, con i suoi perché, con la sua giustezza, con eventuali alternative eccetera. Nel migliore dei casi egli potrà fare ciò in collaborazione col cliente, molto spesso cercando di convincere il cliente, talvolta anche contro il cliente o al di là del cliente, nell’interesse pubblico.


Sdz — Nei tuoi progetti di identità urbana il progetto grafico è parte integrante dell'architettura, così come la segnaletica assume aspetti da vera e propria scenografia. Tu come definiresti al tua attività?

RB — La risposta alla domanda è abbastanza complessa poiché non sono sicuro che esista una coerenza perfetta in ciò che noi poniamo in opera. Io uso diverse formule per definire il nostro lavoro ma nessuna mi soddisfa del tutto. Espressioni come identificazione, orientamento, informazione, rendere credibile, mi van bene nella loro giustapposizione. Quel che si può affermare è che noi elaboriamo una sorta di urbanistica dei segni, di scrittura della città. Questo lavoro di definizione della nostra attività resta ancora da fare. Lo rinvio poiché ogni atto di definizione è anche l’arrestare un procedimento aperto ed è probabilmente quest’ultimo a cui bisognerebbe dare un nome. Proveniamo innegabilmente dalla cultura della grafica, dell’identità visiva e della segnaletica. Vi abbiamo innestato la cultura della messa in scena dell’oggetto e dello spazio. Da molti anni abbiamo studiato le relazioni fra l’informazione e lo spazio, fino a preoccuparci sempre più della questione della città come spazio civico. È al tempo stesso una sorta di ritorno all’indietro poiché questo era il tema di un post-diploma che avevo organizzato a Lione negli anni Novanta.

Sdz — Un elemento importante che emerge dai tuoi lavori è rappresentato dall'uso, spesso giocosamente eterodosso, della tipografia. Il rigore del progetto può andare di pari passo con il divertimento e il gioco? O, per fare una domanda meno retorica, quando ti diverte un progetto?

RB — L’ortodossia non è in effetti il mio pane quotidiano. Ma quel che m’interessa innanzitutto è l’uso della tipografia come base di un linguaggio visivo che conferisca identità. Si può oltrepassare questa logica stupida della ripetizione infinita di segni identici e mettere in atto linguaggi visivi che siano riconoscibili in ogni espressione, qualunque essa sia; si può ricercare la singolarità, articolare di nuovo le regole e adattarle al contesto. Rendersi singolari consiste certamente in questo, in una società così tanto convenzionale sul piano visivo come la nostra: irritare, intrigare…

Sdz — Il design riuscirà dunque a cambiare il mondo?

RB — Tutti noi possiamo cambiare un po’ il mondo in quanto cittadini, ancor più come progettisti.

(Traduzione dal francese di Fabrizio M. Rossi)


Inserito da gianni sinni | 22.09.08 | (0) | Interviste | stampa |




 
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