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design e cultura quotidiana

Le condizioni al design. Intervista a Luna Maurer

Emanuela Bonini Lessing

In vista del prossimo appuntamento Multiverso dell'Icograda Design Week, organizzato dall'Aiap e che si terrà a Torino dal 13 al 19 ottobre, pubblichiamo una serie di interviste con i numerosi ospiti internazionali che animeranno workshop e conferenze. Ospitiamo oggi l'intervista con Luna Maurer designer indipendente nel campo dell’interazione e del design dei media ad Amsterdam. Attualmente insegna design dell’interazione alla Gerrit Rietveld Academy ed è docente al Sandberg Institute ad Amsterdam.

EBL — Luna qual’è la tua opinione sui nuovi ruoli del designer, del committente e dell’utente, che sono resi possibili dai progetti di design interattivo?

LM sono molto interessata dall’ambito dei media digitali e dalle nuove possibilità di interazione che gli strumenti digitali consentono. Allo stesso tempo, sono molto affascinata dal design grafico, settore dal quale effettivamente provengo.
In qualche modo sento che non appartengo a nessuno dei due ambiti. Sento di non essere un graphic designer, ma neanche un web designer, e nemmeno un interaction designer. Comunque sia, seguo dei metodi di lavoro che appartengono all’ambito degli strumenti digitali e li applico a quelli tradizionali. Forse è proprio questo il motivo per cui sento la necessità di definire meglio quello che faccio e a quale area appartengo.
Ho deciso, con altri tre amici, di scrivere un manifesto. Ed è proprio quello su cui recentemente stiamo lavorando.

EBLBene. Allora... iniziamo dal manifesto! Che cosa volete esprimere?

LM — Credo nel potere delle regole e della struttura del progetto.
Dentro al sistema o dentro all’intelaiatura del progetto, può emergere il processo.
Io credo, in quanto designer, che non ci si dovrebbe concentrare sulla configurazione finale del progetto, come ad esempio sulla forma finale che un logo o un’immagine possono assumere. Credo che questo non abbia senso nel mondo in cui viviamo oggi, dove tutto è complesso e così rapidamente mutevole. Sono interessata invece agli strumenti digitali nella misura in cui rendono possibile considerare le condizioni di lavoro quali fattori del progetto. Opero nell’ambito del design dell’interazione nel senso che prevedo l’uso fattori esterni, come le azioni degli utenti, per far sì che il progetto si realizzi.

EBLDunque, ad esempio, quando crei un’installazione cosa fai? Osservi come le persone reagiscono e come si modifica l’ambiente del progetto?

LM — Questo è esattamente ciò che faccio. Per questo motivo nel manifesto abbiamo una regola che dice che bisogna avere regole e condizioni precise per la struttura del progetto: questo significa che se c’è una struttura logica chiara, si può vedere emergere il processo. Se non hai condizioni veramente chiare e definite il tuo lavoro diventerà allo stesso modo non efficace. Noi affermiamo anche che il processo è il prodotto.
Ci sono due modi per lavorare al processo: uno consiste nel visualizzare un processo già esistente, l’altro, a mio parere più interessante, è la generazione di un nuovo processo.  Quest’ultimo inizia con la creazione o l’invenzione di uno strumento o delle condizioni di lavoro.
Poi qualcosa di totalmente inatteso emerge e va oltre le previsioni che ci si era fatti sulle capacità, da parte di un singolo individuo o di gruppi sociali, di manipolare gli strumenti dati, arricchendo la situazione di partenza con il loro contributo.

EBL
Allora, si può dire che tu preferisca prevedere anche altri fattori, come i contributi degli utenti, piuttosto che unicamente la macchina...

LM — La macchina è la metafora del sistema perenne. Non deve essere necessariamente digitale. Invece di limitare la macchina ad un puro contributo di tipo computazionale, sento l’urgenza di avere anche altre sollecitazioni. Un buon esempio è il mio ultimo progetto, un’installazione per lo Stedelijk Museum di Amsterdam, chiamato Fungo Blu (Blue Fungus). Metto a disposizione dei visitatori  del museo degli adesivi e delle istruzioni su come applicarli al pavimento del museo.
Mi chiedo: come reagiranno i visitatori a questa proposta? Come si confronteranno con quello che fanno gli altri? Applicheranno gli adesivi in modo casuale? O cercheranno di seguire di modelli? Cercheranno di creare la propria configurazione? O saranno inclini a comportarsi come un soggetto collettivo unico?

EBL
Come ti senti allora a gestire questi diversi strumenti di progetto, quelli digitali e quelli tradizionali, e ad agire in questi due ambienti di lavoro, quello virtuale e quello reale?

LM — Veramente non mi preoccupo molto degli strumenti. Il mio lavoro è maggiormente caratterizzato dal metodo che uso. Oggi è molto facile per un designer passare da uno tipo di strumento all’altro perché è anche piuttosto facile lavorare con diversi programmi di grafica, dato che le loro interfacce sono piuttosto simili.
Direi che tendenzialmente le persone non hanno bisogno di conoscere uno strumento in modo molto specifico. Spesso mi trovo ad affrontare problemi che non posso risolvere da sola. Ma lavorando con una rete di persone posso trovare supporto e nuove soluzioni. Lavorare all’interno di un network è un’esperienza di collaborazione molto interessante. Quello che ti accomuna agli altri è una visione comune. Questa visione è ciò che noi definiamo “le condizioni al design”- e questo può comprendere qualunque strumento.

EBLPuoi darci qualche anticipazione sui temi che tratterai nella conferenza di Multiverso?

LM — Credo che introdurrò il nostro manifesto, sul quale stiamo correntemente lavorando. È ancora piuttosto acerbo, ma vorremmo anche pubblicarlo e ci auguriamo di ricevere anche alcuni riscontri iniziali in proposito. In ogni caso mostrerò degli esempi della visione sul design di cui ho appena parlato.

EBLUn’ultima battuta, il design può salvare il mondo?

LM — Il design ricopre un ruolo fondamentale nel determinare il modo in cui conviviamo. In questo senso si può dire che il design agisce in quanto fattore politico.


Inserito da gianni sinni | 06.10.08 | (0) | Multiverso | stampa |




 
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Blue Fungus allo Stedelijk Museum di Amsterdam  

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Blue Fungus allo Stedelijk Museum di Amsterdam  

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