I love Milton Glaser
Contiene un aggiornamento fotografico
Torna Milton Glaser in Italia, non solo con l'uscita del nuovo libro, di cui abbiamo recentemente parlato, ma anche con la riproposta di gran parte delle sue opere famose e importanti, nella mostra Milton Glaser, I love New York che viene presentata (dal 17 di questo mese), al Chiostro di Voltorre, Gavirate, Varese, a cura di Cristina Taverna e Andrea Rauch. La mostra, preparata originariamente per Venezia e Milano, propone circa centocinquanta opere, tra manifesti e disegni, che hanno fatto la storia della grafica. Nel tempo non sembrano aver perso né forza né smalto.
Il potere del Design
Andrea Rauch
Nella Trentaduesima strada East, accanto alla palazzina primo novecento che, ormai da più di vent’anni, ospita, su quattro piani, lo studio di Milton Glaser, c’è un cortile di asfalto, attrezzato a povera area di giochi e di ricreazione per una scuola elementare della zona.
Il cortile, abbiamo detto, è coperto di asfalto, incassato tra gli edifici e chiuso, sul fronte della strada, da una cancellata. Poche strutture: un’altalena, uno scivolo, l’immancabile canestro per una partitella veloce.
Da qualche anno sulla cancellata sono comunque cresciute delle sagome di metallo dai colori sgargianti. Sono alberi verdi che si incurvano al vento e che stentano, crediamo, a venir su tra i grattacieli di Manhattan, ma che portano, d’estate e inverno, grossi, rotondi frutti rossi maturi.
Una targhetta di lato alla cancellata ricorda che il progetto e la realizzazione di quel giardino imprevisto e imprevedibile si deve alla generosità creativa di un vicino di casa; Milton Glaser appunto.
Il fatto non sarebbe certo memorabile né il progetto particolarmente significativo, all’interno di un’opera grafica tanto ricca e complessa, se non fosse che proprio quegli alberelli nati tra il cemento ci permettono di chiosare uno degli aspetti a parer nostro paradigmatici della personalità di Milton Glaser.
Esistono infatti artisti che si ripiegano su se stessi e cercano (a volte trovando) ragion d’essere nella propria ispirazione e nella propria autoreferenziale creatività. Altri che, di contro, postulano continuamente il confronto/ incontro/ scontro con la realtà per trarne conforto e giustificazione. Esistono infine artisti, e Glaser è senz’altro tra questi, che cercano un proprio percorso all’interno della realtà, quest’ultima forzando e modificando alla luce delle proprie fantasie, dei propri progetti, delle proprie inclinazioni, della propria arte.
Gli alberi cresciuti nel cortile non sono quindi un gesto, pur generoso, fine a se stesso: sono un atto necessario dell’esistenza professionale di Glaser, uno dei momenti in cui l’artista prende atto di come il ‘mediocre’ quotidiano possa e debba essere piegato ad una esigenza personale e ad una speranza ‘diverse’. Uno dei momenti in cui la propria ‘volontà’ diventa progetto e quindi quasi atto condizionante, hic et nunc, di tutto l’esistente.
D’altronde la tentazione di ‘condizionare’ la realtà (o di ‘riversare’ la propria esperienza di vita nel mondo professionale) è fortissima per un designer che non si rifugi pigramente nel comodo angolo del ‘mestiere’. È quindi possibile che elementi quali l’ideologia, la cultura, l’arte, gli affetti, vadano a intrecciarsi in nodi inestricabili e concorrano ad un un’operazione che il committente potrà certamente riconoscere ‘in parte’ come propria, che il fruitore potrà certamente godere e condividere ‘in parte’, ma che tenderà, ‘in toto’, a mettere a nudo brandelli importanti dell’anima del progettista. Brandelli che, tutti raccolti insieme, ne saranno la biografia, la cultura, il progetto complessivo.
Il discorso è impegnativo e scivoloso. Si rischia di caricare la personalità dell’artista di fardelli pesanti e inopportuni. D’altronde, però, chi saprebbe, nell’opera di Glaser, distinguere quale sia il punto di confine tra la grafica ‘rappresentante’ e la realtà ‘rappresentata’?
La vita professionale, affettiva, sociale, politica di Milton entra nella realtà del secolo e la piega. E la realtà del secolo entra nella vita di Milton e la condiziona, in un incontro-scontro sempre in bilico tra le ragioni dell’essere e quelle del rappresentare. Dopo Milton Glaser non vedremo più Bob Dylan ma il ‘Dylan di Milton’, né il ricordo di Elvis potrà essere affidato solo alle macabre caricature dei suoi ormai imbolsiti fan-cloni. Elvis sarà giovane e bello per sempre nella struggente icona che Glaser ha consegnato alla storia del ventesimo secolo. E con gli esempi si potrebbe continuare a piacere.
Si dirà però che quello di ‘interpretare’ il proprio tempo è destino comune a tutti gli artisti importanti, ed è certo vero. Ma è peculiarità di pochi quello di ‘filtrare’ il tempo collettivo e di restituirlo per qualche verso trasformato, diverso. (...) E questo è quanto di più vicino al concetto di ‘potere’ riesca a venirmi in mente. Cosa può infatti definirsi potere se non piegare la volontà e la fantasia di tutti alle proprie volontà e fantasia? Lo dice, con la consueta lucidità lo stesso Glaser: “Potere è una parola interessante perché se togli al suo significato gli aspetti negativi e provi a capire cosa vuol dire, scopri che è sinonimo di abilità nel gestire un piano. Se cerchi di definire la parola ‘design’ scopri che ha lo stesso significato. Design e potere sono concetti identici.”
Il potere del Design, dunque. Quello che non riesce ad accettare che gli alberi non crescano a Manhattan, quello che riesce comunque a farli crescere. Il potere di chi pensa che la realtà non è sempre e solo grigia ma, a volte, è di un bel verde squillante punteggiato di grosse, smaltate, mele rosse. (febbraio 2000)
Milton Glaser, I love New York, Opere 1960-2000, a cura di Cristina Taverna e Andrea Rauch, Chiostro di Voltorre, Gavirate, Varese, 18 ottobre 2008, 18 gennaio 2009. Catalogo Nuages.
Inserito da ra.des | 19.10.08 |
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