La grafica del pugno di ferro
Si può vendere un'idea come si vende un detersivo? Sì, signori, sappiamo che si può. Quello che è importante è riuscire ad impacchettarla bene bene in un accattivante marchio. Sappiamo che il "marchiare", a cominciare dai capi di bestiame, è stata una pratica da sempre esistita nella storia; c'è stato un periodo, tuttavia, nel quale si sono messe a punto tecniche di persuasione, allo scopo di inculcare nelle masse popolari dottrine politiche, con un'applicazione continuativa e coordinata mai sperimentata prima. È il periodo — il Ventesimo secolo — che indaga Steven Heller nel suo recente Iron fists, prendendo in esame la costruzione di quattro marchi ideologici di altrettante dittature.
Il volume, splendido nella sua ricerca iconografica con una ricca documentazione originale, presenta il percorso di costruzione dell'immaginario visivo di due dittature fasciste, quella Nazista e quella Fascista italiana, e di due comuniste, quella Sovietica e quella della Cina maoista.
Naturalmente, l'icona per eccellenza dei vari poteri è rappresentata dal leader supremo, impersonificazione del potere e dell'ideologia, per il quale ci si adopra sapientemente per una costruzione d'immagine eroica dalla quale far progredire il vero e proprio culto della personalità. La costruzione delle figure pubbliche dei dittatori saranno alla base della definizione di un vero e proprio, ci dice Heller, sistema coordinato di brand. Con l'uso di strategie che non si discostano molto da quanto è stato, successivamente, definito come gli elementi di successo delle campagne di branding commerciale. In questo senso possiamo vedere l'enfasi posta su alcune caratteristiche personali (come i baffetti di Hitler, il grugno di Mussolini, il sorriso enigmatico di Mao, il pizzetto di Lenin) alla stregua di quella investita per la creazione di personaggi identificativi di marca.
Il lavoro di Heller si diffonde poi sull'analisi degli altri elementi che contribuiscono alla definizione del brand ideologico a partire dai simboli della svastica, del fascio, della falce e martello e della stella rossa. Con una particolare attenzione all'immagine del nazismo cui l'autore dedica quasi un terzo dell'intero volume.
Hitler, Mussolini e Mao si consideravano artisti. Il Führer, infatti, si dilettava di acquerelli e architettura, il Duce si considerava scrittore e sex symbol e il Grande Timoniere non si faceva mancare il tempo di dilettarsi nella calligrafia e in lunghe poesie.
Da ciò, forse, deriverà anche il particolare rapporto che si instaurerà con il mondo dell'arte, altro tassello fondamentale nella costruzione dell'immaginario propagandistico. Un rapporto interessante soprattutto nelle fasi iniziali di presa del potere quando ci si legherà alle espressioni più avanguardiste delle correnti artistiche. Come il rapporto che legherà Hitler alla regista Leni Riefenstal — anche se la Germania nazista sarà la prima a prendere le distanze dall'"arte degenerata" —, o tra il fascismo italiano e il movimento futurista o, infine, tra artisti quali El Lissitzky, Rodchenko e Eisenstein e il regime bolscevico, prima che il kitsch imperiale e il realismo socialista prendessero, rispettivamente, il sopravvento.
Spiegare e comprendere le strategie di immagine e i linguaggi visivi di questi regimi autoritari — ci dice in fondo Heller — è importante per capire come si sono sviluppate le varie comunicazioni che continuano a propagandare tali ideologie e a comprendere tali tecniche siano riuscite a sedurre e convincere non solo i propri seguaci ma anche i propri avversari. "A livello della politica e della teologia — affermava Aldous Huxley — la bellezza è perfettamente compatibile con il nonsense e la tirannia".
Sul sito della School of Visual Art di New York è disponibile l'intervista video a Steven Heller sul libro.
Steven Heller, Iron fists. Branding the 20th-century totalitarian state, Phaidon Press, Londra 2008, euro 75.
Inserito da gianni sinni | 26.11.08 |
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