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design e cultura quotidiana

Grafica e araldica. Il progetto per il nuovo stemma della Provincia di Milano

Mario Piazza

Il sistema visivo che regola e norma l’immagine propriamente istituzionale delle municipalità italiane (alle diverse scale: comunale, provinciale, regionale) va ricondotto in modo obbligatorio più che alla dottrina della progettazione grafica a quella ferrea della disciplina araldica. O meglio, è in relazione al “dogma” araldico che il progettista deve trovare una strada per il suo progetto. L’immagine è sempre quindi il risultato di una sorta di “scrittura storica” dove le forme, i colori, i simboli sono essi stesse norme, prescrizioni, vincoli. Il progetto deve muoversi all’interno di disciplinate regole. Ma la storia non è mai immobile e può capitare che nel tempo si ponga la necessità di mutare il volto, che si vorrebbe immobile, di un comune o di una provincia. È quello che è accaduto nel tempo alla Provincia di Milano e che ha visto negli anni novanta dello scorso secolo il suo ultimo atto.

Ripercorrere e ricostruire la storia di questa esperienza progettuale risulta interessante soprattutto per capire come “funzionano” grafica ed araldica, quali logiche sottendono i due campi disciplinari e come in contesti di debolezza ideativa il progetto visivo si limiti ad un semplice contributo di stilizzazione, ovvero di aggiornamento di forme e di modelli di tracciature.


Un problema araldico
La necessità di modificare il marchio della Provincia di Milano non nasce tanto dall’istituzione di una nuova provincia, quella di Lodi, il cui territorio in precedenza era parte integrante della Provincia di Milano. È la presenza araldica del simbolo del Comune di Lodi nello stemma della Provincia di Milano, occupante il terzo quarto dello stemma, che solleva il problema e mette in luce una anomalia iconografica. Ma modificare uno stemma provinciale non è cosa facile. Ci vuole innanzitutto una decisione del Consiglio provinciale per avviare la procedura e poi l’aderenza alle rigide e antiche disposizioni legislative in materia. Si risale infatti al regio decreto del 1896 in materia di stemmi riferiti ad enti territoriali, per giungere alla norma del 1929 che vieta qualsiasi modifica agli stemmi delle Provincie e obbliga al rispetto della forma detta “sannitica”, cioè della forma a scudo molto rettangolare sormontato da una corona. In seguito dopo l’istituzione della Repubblica altre norme hanno puntualizzato e definito i comportamenti degli organismi territoriali in materia di rappresentazione iconografica. Ora la Provincia di Milano aveva già necessitato di interventi e di modifiche al proprio stemma. ?Nata ufficialmente nel 1859 dopo l’annessione della Lombardia da parte del Piemonte, la Provincia veicolava allora la propria immagine attraverso l’uso dello stemma del Comune di Milano, una croce rossa in campo bianco (araldicamente definito “argento”). È solo nel 1914 che, con un apposito regio decreto, viene approvato il primo stemma della Provincia di Milano. Nello scudo sono raffigurati gli stemmi dei quattro capoluoghi del circondario, Abbiategrasso, Gallarate, Monza, Lodi e al centro sovrapposti ad essi lo stemma del Comune di Milano [fig. 1]. Ma il riordino delle circoscrizioni provinciali attuato nel 1927 provoca una prima anomalia. Il Comune di Gallarate passa infatti dalla Provincia di Milano a quella di Varese. Non altrettanto avviene con il suo stemma comunale che restarà per oltre venticinque anni in quello dalla Provincia di Milano. È solo con il decreto del Presidente della Repubblica, Einaudi, nel 1954 che si approverà la sostituzione dello stemma di Gallarate con quello di Legnano, scelto per il significato storico della battaglia del 1176 della Lega Lombarda contro Federico Barbarossa [fig. 2].?L’istituzione della Provincia di Lodi nel 1992 faceva riaffiorare il problema ed è per questo che il Consiglio provinciale ha intrapreso una strada di superamento definitivo della questione, in maniera tale da eliminare la necessità di cambiamenti nel tempo. I percorsi ipotizzati per avviare il nuovo disegno sono stati: procedere all’adozione di un nuovo emblema araldico significativo e con espliciti richiami alla storia del territorio, oppure elaborare una nuova figura araldica, senza affinità con le icone del passato ma in grado di dare riconoscibilità immediata all’ente provinciale. A questa seconda possibilità si è orientata la Commissione Consigliare, appositamente costituita e composta da rappresentanti della Giunta, del Consiglio, da esperti e da studiosi. Una prima fase di lavoro ha cercato il coinvolgimento e la collaborazione dei cittadini, di associazioni, di esperti per cercare di individuare la nuova figura araldica. Per raggiungere questo scopo si è inoltre bandito uno speciale concorso rivolto agli studenti delle scuole milanesi, che pur riscuotendo una notevole partecipazione non ha offerto spunti validi ed interessanti per orientare le successive elaborazioni araldiche. È questo di fatto un meccanismo che spesso emerge nelle politiche per la “corporate” di una pubblica amministrazione e che denota la peculiarità del problema di identità. L’immagine istituzionale di una città o di una provincia è sempre una anomalia perché deve coniugare le necessità di efficienza comunicativa e di istanza rappresentativa, ma anche e soprattutto valori estesi e che dovrebbero essere pienamente condivisi. In sintesi e per capire questa anomalia si potrebbe dire che un progetto di stemma per un comune lo può decidere il sindaco ma dovrebbe essere poi approvato da tutti i cittadini. Sono proprio queste necessità di condivisione che spesso limitano le soluzioni progettuali ad un semplice aggiornamento segnico o ad attuare forme improprie e populistiche di partecipazione alla costruzione del progetto. È percepibile in questo questi atteggiamenti una carenza che potremmo definire meta-progettuale. Le pubbliche amministrazioni usano strumenti inadatti e spesso fuorvianti per attivare un contributo collettivo, senza aver fatto nulla per preparare ed introdurre al tema progettuale i cittadini. Queste azioni si rivelano di fatto operazioni di mero populismo, che nella logica della sfera pubblica giustificano l’agire “collettivo” dell’amministratore, ma in realtà manifestano fin dall’inizio la totale mancanza di fiducia del processo consultivo. L’esito, come nel caso della Provincia di Milano, si rivela un allontanamento più che un avvicinamento dei cittadini, a cui si chiede una partecipazione ideale che poi si sancisce  come inadeguata, se non desiderata, senza però attivato nessun dispositivo di costruzione qualitativa della partecipazione.


Tre grafici per la Provincia
La Commissione ha allora orientato il proprio lavoro nella ricerca su motivi e figure presenti nel territorio e nella storia della Provincia in qualità di possibili modelli che si prestavano ad una elaborazione e a un ridisegno in chiave moderna ed attuale. ?Parallelamente a questo lavoro conoscitivo e di ricerca sono stati incaricati tre studi grafici per formulare e predisporre proposte di progetto. Ino Chisesi, Giancarlo Iliprandi e Susanna Vallebona hanno in una prima fase del lavoro operato separatamente, ricercando soluzioni sulla base delle indicazioni della Commissione. Prima di entrare nel merito dei progetti è utile svolgere una breve considerazione su questa metodologia di lavoro. Il tema dell’immagine istituzionale di un ente pubblico riveste da sempre un grande fascino per il progettista grafico. ?È un tema sentito perché direttamente collegato con la nozione di pubblica utilità. La sfera pubblica, la civitas esplicita il grande interesse della grafica verso il mondo della comunicazione non persuasiva. Ma in questi anni poche sono state le possibilità di giungere a progetti complessivi di tale natura. In molti casi si è intervenuti con operazioni di restyling, di rimodellazione e di attualizzazione alle esigenze comunicative di stemmi ed emblemi comunali. E fra le pochissime avventure quella dello stemma della Regione Lombardia ha assunto valore paradigmatico. Quella esperienza (1) è stata unica e capace di dare una soluzione moderna al problema, ma soprattutto capace di delineare una guida, una strutturazione metodologica alla soluzione per lo meno sullo stretto versante del percorso progettuale. È poco comprensibile come non si sia fatto tesoro di quell’esperienza, che negli intenti degli stessi progettisti coinvolti era vista come un riferimento, anzi si confessa “eravamo afflitti da una parte, dallo Stemma della Città di Milano... Dall’altra dalla disperata stilizzazione di una rosa camuna, opera di insigni colleghi, adottato dalla Regione”. (2)?Il modello di lavoro collegiale, la discussione fra i diversi progettisti coinvolti, gli approcci e il percorso di progetto potevano certamente essere riproposti nel caso dello stemma provinciale. Tanto più che molte delle ricerche e delle ricognizioni storico-visive di quell’esperienza restano attuali e sicuramente pertinenti rispetto al caso in esame. Alcuni dei temi indagati allora riemergono nella prima serie di proposte individuali di Chisesi, Iliprandi e Vallebona. È forse anche per questo che, ai nostri occhi, ci sembrano rivestire un approccio un po’ troppo formalistico. Nel caso ad esempio del biscione visconteo, allora scartato perché troppo “sfruttato per marchi commerciali”, ma soprattutto perché non rispondente ai quattro criteri fondamentali allora individuati: attualità, storicità, popolarità, flessibilità d’uso. Ora viene riproposto con modalità diverse da Chisesi con l’avvertenza di allontanarsi “il più possibile dall’originale figurativo, soprattutto per non essere confusi con le aziende private”, ma di fatto sia Alfa Romeo che Mediaset offrono stilizzazioni ed interpretazioni del disegno originale [fig. 3]; e da Iliprandi con un gioco di rovesciamento del guanto, riproposto proprio perché simbolo abusato, consumato dalle ragioni commerciali. Scelta questa interessante, ma difficile da affrontare. La Provincia come nuovo feudo di Mediaset! Alcuni simboli sono ormai inutilizzabili, perché totalmente colonizzati dagli interessi che attraverso essi si manifestano; troppo grande sarebbe il lavoro di puntualizzazione, di riposizionamento, e assai lontano dalle capacità di un organismo pubblico “medio” delle istituzioni italiane [fig. 4].?Altri rimandi, già presenti nell’esperienza per la Regione, sono quelli su Leonardo. Alcune proposte di Chisesi e di Vallebona [figg. 5, 6, 7] fanno riferimento a quella cultura, alle ricerche sul moto e sulle turbine o ai nodi, alla sfera che era giustamente indicata come quella del “Leonardo concettuale” la cui simbologia esprime i “valori primari della geometria, e assume un carattere di perennità”. I termini di questa riproposizione sono molto simili, ma le proposte grafiche sembrano più adatte a rappresentanze d’impresa, a consorzi aziendali, a fondazioni. Esprimono modelli formali più pertinenti al mondo e alla cultura aziendale.?Un’altra area indagata da questa prima fase di studi è stata quella della morfologia del territorio milanese. Qui l’attenzione è concentrata sulla pianura verde, ricca di acque, produttiva e ordinata (anche se questo è un bene in forte decadenza, compromesso dalla urbanizzazione interstiziale della grande metropoli). I risultati sono interessanti, ma ancora lontani dall’univocità di un segno efficace ed universale. “Le marcite” elaborate da Chisesi sono molto garbate ed affascinanti, ma sembrano più adatte ad una provincia cinese. La matrice gestuale della tracciatura funziona molto meglio quando il segno è libero, quando invece lo si ingabbia nello schema araldico dello stemma sannitico, perde di immediatezza e di slancio. La stilizzazazione ha infatti un legame immediato con un ideogramma, vorrebbe un foglio aperto e forse un segno di siffatta natura bisognerebbe sempre spiegarlo e giustificarlo.  Il territorio regolato dalle acque forse non esiste più, è un’immagine più da cultura materiale che da icona universale[fig. 8].?La sintesi visiva attorno all’iniziale “P” di provincia elaborato da Vallebona è molto elegante e delicato, ma un po’ monocorde, non riesce ad esprimere pienamente e nell’immediato l’idea di centro e periferia, di orientamento e guida, di interno ed esterno perché tutto orientato alla costruzione della cifra. Ha infatti l’eleganza di certi ricami, di certe iniziali su tessuto [fig. 9]. Come pure la riproposizione dello schema precedente dello stemma, sempre di Vallebona, con la ripartizione in quarti e al centro sovrapposto il capoluogo, ma edulcorato da qualsiasi legame col modello araldico. È uno schema tutto giocato su campiture di colori uniformi e contrastanti, nella stesura un po’ Mondrian, nella scelta cromatica un po’ De Stael. Si vuole rappresentare il territorio attorno ad un centro, la sua strutturazione e infrastrutturazione, ma il risultato è più ludico, vivace e allegro, forse troppo per l’immagine di un organismo istituzionale. Offrirebbe sempre il fianco a commenti del tipo: “ la Provincia è un’arlecchinata, un livello amministrativo né carne, né pesce!” [fig. 10]. Anche un’altra ipotesi di Vallebona si muove su queste tematiche, ma tentando un azzardo in avanti. Punta a un lavoro di destrutturazione dello stemma, partendo dalla consapevolezza che gli stilemi con cui sono costruiti sono “spesso privi di significato per l’uomo d’oggi”, ma per contro “lo scudo è in assoluto la forma che si associa automaticamente all’istituzione”. L’assunto concettuale è interessante, la formalizzazione appare ad uno stadio intuitivo, andava forse intrapreso un lavoro di ricerca più articolato e approfondito. Il segno finale appare troppo schematico, diviso in due campi oppositivi, senza un equilibrio interiore che se si sceglie la via del decostruttivismo è molto più difficile da trovare. Ma si sa senza un ordine non c’è disordine [fig. 11].?L’approccio di Iliprandi procede attraverso un lavoro di ricerca. Svolge una ricognizione su simboli e icone tipiche dell’area provinciale, sulla rappresentazione delle figure di animali (elementi tipici della simbologia sacra e storica). Valuta e confronta aree iconiche di differenti ceppi, come quello dei sigilli delle famiglie giapponesi. Indaga su altre direzioni simboliche come gli intrecci, gli alberi e la stella. A questa fase di ricerca si affianca una serie di studi preliminari per ricondurre alcuni degli elementi figurativi prescelti nel campo dello stemma provinciale [fig. 12]. Via, via affinando e selezionando fino a definire tre proposte di progetto. Oltre al tema del biscione, propone la stella/intreccio e le torri. Anche per la stella l’approccio è di scegliere un simbolo abusato, uno stereotipo figurativo e proprio per questa ragione riaffermarlo con modalità peculiari. La stella di Iliprandi è un continuum, con linee nette ed aguzze che si intrecciano e si incrociano, con andatura dinamica e scattante che fuoriesce dal campo dello scudo. Ma è proprio la nuova forma, i nuovi significati che negano l’idea di partenza; uno stereotipo si può decontestualizzare, ma non si può forzare della sua elementarietà formale, se no diventa altro. Inoltre la sconfitta della definitezza del campo se è comprensibile come desiderio di superamento dell’elemento araldico, di fatto è anche un non rispetto delle regole del gioco, che in questo caso porrebbero problemi giuridici sostanziali [fig. 13]. Nella proposta delle torri c’è invece un contenuto “araldico”, nella forma rigida ma modulata, nella struttura a cristallo e da pietra dura, ma forse l’immagine di base è poco pertinente per la Provincia milanese. Le torri richiamano paesaggi del centro Italia; per la pianura milanese viene più da pensare, per esempio, alla struttura a corte, dall’ospedale del Filarete alla cascina lombarda [fig. 14].?Nessuna di queste proposte è poi diventata il terreno fertilizzante del progetto finale. La Commissione di lavoro, pur apprezzando il lavoro individuale dei singoli progettisti, ha trovato elementi capaci di guidare alla messa a punto di una ipotesi di lavoro convincente sul piano simbolico e sul contenuto “araldico”. Queste proposte sviluppate in quasi due anni di lavoro tendono tutte a salvaguardare la “nozione di progetto”, pur apparendo “soluzioni figurative differenti, contrastanti, quando addirittura antitetiche”. Esse muovono da diverse premesse iniziali, mentre sostanzialmente identiche appaiono le metodologie professionali. Poco indagati restano  i contenuti simbolici, ed in questo forse anche il contributo scientifico degli esperti in questa fase non è stato molto capace di supportarli, lasciando i grafici all’esplorazione e all’approfondimento critico solo delle questioni di linguaggio e di forme espressive.


Lo stemma della Provincia l’hanno fatto gli Umiliati
Il passo successivo è stato quello di individuare, da parte della Commissione, nell’icona del sole una sorta di evidenza nel panorama simbolico dell’area milanese. Nella metropoli dalla nomea di nebbiosa, ecco comparire un’infinità di presenze radiose: dalla sala dei Ducali e da quelle delle Colombine al Castello Sforzesco, alla decorazione delle campate della navata centrale di Santa Maria delle Grazie, all’anima dei rosoni delle vetrate del Duomo, alle mure del cortile, sempre, del Castello, alla magnificenza scultorea dell’abbazia di Mirasole.?La seconda fase della progettazione si è concentrata sull’immagine del sole a otto raggi fiammeggianti, intercalati da raggi rettilinei, che conteneva al suo interno un’esile mezzaluna e che rappresentava l’ordine degli Umiliati. [tav 1] L’abbazia di Mirasole è stata costruita nel 1300, a sud di Milano. È stata un luogo di culto e di lavoro, è di fatto una corte agricola e al tempo stesso luogo di lavorazioni artigianali. Il sole e la luna di Mirasole rappresentano forse uno dei segni solari più antichi del territorio milanese, e contiene molteplici piani di lettura e valori simbolici: il calore dei raggi fiammeggianti, la luce di quelli rettilinei, il giorno e la notte, l’oro e l’argento, l’uomo e la donna. Il lavoro dei grafici si è concentrato sul disegno del sole e della luna. Si sono studiati i rapporti proporzionali, si sono fatti tentativi di disegnare un sole ex-novo, ma con lineamenti classici [figg. 15, 16,17]. Si è discusso se mantenere le sembianze antropomorfe o eliminarle in funzione di una maggiore pulizia e chiarezza del segno. In questa fase di elaborazione si sono presi inoltre in considerazione altri elementi formali, come la croce della città di Milano, o il simbolo longobardo della Corona ferrea. Ne è nata un’ulteriore ampia serie di proposte di stemmi, modulate e costruite attorno a questi tre elementi, il sole e la luna, lo stemma di Milano e la Corona ferrea con varianti compositive e cromatiche, alternando campi di colore verde, blu o bianco e rosso. Ma si è lavorato sopprattutto attorno al sole. È stato ridisegnato nella forma con tratti più moderni e più in sintonia con la sensibilità attuale. È stata studiata l’articolazione dei raggi, di quelli fiammeggianti e di quelli rettilinei; sono state fatte proposte con differenti soluzioni combinatorie: un solo raggio rettilineo, oppure due, o tre, tra quelli sinuosi disposti secondo gli assi cardinali. Dopo molti tentativi ed ipotesi di rappresentazione del volto del sole, si è deciso di eliminarlo in favore appunto di una maggiore efficacia del segno, con un cuore netto e statico e un contorno reso dinamico dal gioco alternato dei raggi [figg. 18, 20].?Ultima scelta il colore del campo e la presenza del capoluogo. Mentre per il colore si opta decisamente per il blu, colore “naturale” per un sole e una luna, per lo stemma di Milano si tenta la strada di una presenza dinamica, introducendo un drappo mosso dal vento [fig. 19]. Ma anche qui le regole ferree dell’araldica chiedono il rispetto di vincoli che vanificano di fatto il proposito. Si giunge quindi alla versione definitiva che ha nel “capo”- la porzione alta dello stemma nella terminologia araldica - la croce bianco/rossa di Milano e il sole nella restante parte dello stemma appoggiata su un fondo blu. Sormonta il tutto l’obbligatoria corona degli stemmi delle provincie italiane, con foglie di alloro e di quercia anch’esse ridisegnate con tratto semplificato e coerente con il resto dello stemma [figg. 20, 21, tav. 1].?Il risultato finale è gradevole e verrà correttamente adattato alle diverse esigenze comunicative attraverso un corpus progettato di disposizioni e norme, ma - come commentano gli stessi progettisti - “viene difficile associare spontaneamente il sole al territorio milanese penalizzato da un clima continentale e inquinato che impedisce troppo spesso la sua apparizione”.
I progettisti sottolineano (3) con puntiglio che il nuovo stemma fa “proprie le caratteristiche che devono contraddistinguere ogni stemma araldico fedele alla tradizione blasonica e cioè l’astrattezza e la semplicità”. Pare trasparire una punta di amarezza in questa constatazione. Il desiderio di superamento da queste strettoie comportamentali era forse ricercato e messo in conto con l’occasione di questo progetto. Ma questo ci consente una considerazione più generale e conclusiva. Credo che in realtà oggi la grafica ha forte difficoltà a confrontarsi con la sfera simbolica. Siamo troppo abituati a confrontarci con momenti progettuali più laici e commerciali, a finalità temporali a raggio limitato, a dare volto a prodotti e aziende, e quindi abbiamo il fiato un po’ corto quando si tratta di conferire “un nome visivo alle istituzioni della collettività”, come sapientemente evidenziava G. Anceschi in un testo di presentazione del concorso per il simbolo della Regione Emilia-Romagna (2) E il problema non risiede solo nella mancanza di risorse adeguate alla funzione emblematica. È vero infatti che molti dei segni grafici oggi sono consumati e trovano il proprio territorio già occupato da un significato applicato ed acquisito nella sfera commerciale, aziendale, geografica, scientifica. Ma credo ci sia una forte carenza, soprattutto in questi casi, sul versante della prefigurazione di scenari e della produzione di immaginario, di fatto ad evidenziare le motivazioni di una identità collettiva. E forse in questo caso l’araldica ci può essere d’aiuto, piuttosto che d’impaccio, perché ogni sua proposizione è sempre un atto di pertinenza significativa. Si tratta allora di riappropriarci di quella capacità progettuale in grado al tempo stesso di raggiungere la distinzione e la coesione.


Note
1) L’esperienza per il marchio della Regione Lombardia è stata riassunta e presentata in un libro della collana “Quaderni di Design” diretta da Bruno Munari per Zanichelli: B. Noorda, R. Sambonet, P. Tovaglia, Ricerca e progettazione di un simbolo. Una metodologia progettuale grafica, a cura di P. Gasperini, Zanichelli, 1977.


2) La Provincia di Milano con l’occasione dell’adozione del nuovo stemma ha pubblicato un volume che riassume e presenta il lavoro di ricerca e di progetto: AA. VV. Un nuovo stemma per la Provincia di Milano. Storia, cultura, società, Provincia di Milano – Electa, 1998. ?Il volume raccoglie una serie di contributi introdotti da G. Rumi, storico e membro della Commissione di lavoro per il nuovo stemma. Si trova un profilo storico sugli Umiliati di G.G. Merlo, un saggio sul significato di Mira-Sole, cioè della figura misterica della luna di C. Valenziano, un excursus sulla storia dello stemma e del gonfalone della Provincia di L. Caratti di Valfrei e il percorso progettuale del nuovo simbolo a cura di I. Chisesi, G. Iliprandi, S. Vallebona.

3) AA. VV., Un simbolo per la Regione Emilia-Romagna. Un concorso, una selezione, un caso, a cura di V. Mascalchi, Grafis Edizioni, 1988


Inserito da gianni sinni | 05.01.09 | (3) | Pubblica Utilità | stampa |




commenti:

  L’anno trascorso ha visto comuni, province e regioni tutte intente a rifarsi i gonfaloni...
Ma nella notizia un particolare resta ascosto, anzi, la domanda non è neppure posta:
-QUANTO COSTA?

winston il 07 gen 09 alle 16:21

  Non è la prima volta che date spazio a progetti di stemmi per città e provincia, ma un particolare mi è ancora poco chiaro: ma questa benedetta legge sull'araldica vige ancora? o meglio, va rispettata?
In questo caso è stato fatto, ma in altri no (per quanto riguarda pistoia che fine hanno fatto scudo sannitico e corona?).

antonio il 15 gen 09 alle 14:43

  Rispondo ad Antonio. Le Norme Araldiche per gli emblemi civici italiani (Rd 13 aprile 1905 nr. 234 e RD 7 giugno 1943 nr. 651-652) non sono mai state "formalmente" abolite. Anzi, ad esse bisogna fare riferimento per la concessione di stemmi nuovi, e si assiste (purtroppo) ad una interpretazione piuttosto rigida da parte dell'Ufficio Onorificenze e Araldica presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Questo non ha impedito tuttavia a molti Enti di adottare (o NON adottare) simboli araldici senza "regolare concessione", anche perché non c'è mai stato obbligo di conformazione e non esistono penalità di alcun genere per i Comuni, Province, Regioni inadempienti...
Massimo Ghirardi (www.araldicacivica.it)

marcandrea il 05 giu 09 alle 12:03

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