Icone dell'Italianità
Qual è dunque il simbolo dell’italianità vera? O i simboli, naturalmente, ammesso che ve ne siano più d’uno? Non rispondete Dante o Manzoni, non rispondete la bandiera dai tre colori, non rispondete Pulcinella o la pizza o il mandolino. Sareste fuori strada! Il 'diavolo', secondo Giulio Iacchetti, si nasconde nelle pieghe del particolare e quindi è più facile che tracce essenziali di italianità si trovino nell’odore di mandorle amare della Coccoina, oppure in un giornaletto di Diabolik o in una fetta di pane e Nutella. O in una tazzina di caffè preparata con la Moka Bialetti, quella dell’omino coi baffi.
Il libro di Iacchetti (Italianità, con i disegni di Ale+Ale, edizioni
Corraini, euro 15,00) propone dunque un’Italia vista dal basso, nelle cose
piccine di ogni giorno, un’Italia della nostalgia e della memoria,
quella che cementa davvero la nazione, che non si veste, soltanto o
perlopiù, di retorica. È l’Italia che sostituisce l’inno di Mameli con la
Canzone del Sole di Lucio Battisti (“Oh mare nero, mare nero, mare
nero… ricordate?!) e che conserva comunque, insieme ad un ipertrofico
immaginario collettivo, una memoria privata e individuale. Ognuno dei
testimoni interpellati nel libro ricorda e celebra una propria Italia,
sia quella della bicicletta Graziella o quella del doppio brodo Star, quella della Coppa del nonno o quella del
ragionier Fantozzi. L’idea di Nazione prende sostanza da queste
preziose testimonianze, da questo personalissimo modernariato minimo,
dalle parole crociate della Settimana enigmistica e dalla ‘mosca’ della Sambuca
Molinari.
Molte di queste immagini e storie di prodotto e di società, nel corso
del tempo hanno cambiato direzione, si sono modernizzate, per così
dire, hanno rifatto il proprio look. Ma nel ricordo sono rimaste
immutabili. E vanno ad aggiungersi a tutte le altre icone che mancano
in questo libro ma che non è certo possibile ignorare o rimuovere: le
biciclette Bianchi, il brandy Martinazzi, il confetto Falqui, la dolce
Euchessina, la Cinquecento, il Sesto Caio Baccelli, il Centerbe,
Tiramolla figlio del caucciù e della colla, l’Idrolitina, la
Citrosodina, il registratore Gelosino, il trenino elettrico Rivarossi…
Giovanni Gandini ne avrebbe avute da dire e di ognuna di esse, icone
della peculiare italianità di ognuno, avrebbe potuto recitare il
catalogo completo.
Le cose del buon tempo antico, quasi un giochetto dell’amarcord casareccio. A meno che ormai, a far da collante all’idea di nazione e alle sue memorie simboliche, non siano rimasti che i tronisti e le
veline, gli yoghurt col nome di medicinale e le tariffe scontate Tim o
Vodaphone.
Meglio, allora, molto meglio riandare a quando i mulini erano bianchi e
si poteva trovare un pupazzetto di plastica nel Tide, un puffo nell'ovetto Kinder o vincere, a forza di spalmar
formaggini, il gonfiabile della Mucca Carolina…
Inserito da ra.des | 31.12.08 |
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