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Memoria e immagini migranti

Fabrizio M. Rossi

http://www.aiap.it/imgcontenuti/ghetto_var_bimbo.JPG

Chi ha scattato l’immagine sulla copertina di questo libro? In che contesto si colloca uno dei documenti fotografici più coinvolgenti del Novecento? L’articolo di Jean-Louis Jeannelle, Il bambino del ghetto. Frédéric Rousseau traccia la storia di una fotografia divenuta il simbolo della barbarie nazista (“Le Monde”, 09/01/09), nel recensire il libro di Rousseau, «L’enfant juif de Varsovie. Histoire d’une photographie» (Seuil, gennaio 2009, 272 pp, € 21), dà una risposta esauriente e, insieme, complessa a queste domande.

Varsavia, primavera del 1943: il generale tedesco delle SS Jürgen Stroop, responsabile della ‘liquidazione’ del ghetto ebraico della città, redige un rapporto dettagliato destinato alle più alte cariche delle SS, corredato da 53 fotografie.
Una di esse, la n. 14, è una delle immagini più note della Shoah e, al tempo stesso, uno degli ‘oggetti nomadi’ più significativi nella storia dell’immagine. La fotografia venne scattata, insieme alle altre, per illustrare “la forza d’animo di un grande capo [Stroop stesso] e la devozione ammirevole di quelle truppe scelte capaci di travalicare l’inumanità apparente della loro missione in nome dell’ideale nazista” [sic!]. Il ‘nomadismo’ esemplare di quest’immagine comincia esattamente con la differenza vertiginosa tra la sua intenzione iniziale e le letture successive che ne sono state date.

L’immagine del bimbo ebreo di Varsavia non venne prodotta tra le prove d’accusa al processo di Norimberga probabilmente perché troppo evidente era il suo valore emozionale rispetto alla capacità richiesta a quei documenti di testimoniare crudamente l’ampiezza dei massacri compiuti dai nazisti. È nel dopoguerra che inizia la ‘migrazione’ del senso di quest’immagine che diviene il simbolo della barbarie nazista, fino ad arrivare, verso la fine degli anni Settanta, ad un uso di essa fatto di scontorni della sagoma del bambino o di ingrandimenti di suoi particolari, che ne fa un oggetto mediatico talvolta strumentalizzato per muovere la compassione dell’opinione pubblica in questa o quella direzione. Un’immagine migrante, per l’appunto. Quel bambino, tuttavia, è ovunque e non lo è: è nel ghetto di Varsavia che sta bruciando per mano dei nazisti, nel 1943; è solo, ma è insieme a una folla di disperati, tutti destinati alla morte immediata o alla deportazione nei campi di sterminio; la donna alla sua destra che si volta “ha forse riconosciuto il soldato tedesco che imbraccia il fucile come uno dei persecutori più noti ed efferati nell’azione contro il ghetto”; la fotografia è la n. 14 di una serie di 53…


Allegorie, metafore: migrazioni di senso. Tutti sperimentiamo la potenza generatrice della decontestualizzazione; non sempre siamo consapevoli della sua ambiguità. Tra gli «Inni omerici» vi è quello ad Hermes, che narra le gesta del dio bambino, segno (fra l’altro) della mobilità, della rapidità, della notizia, dello scambio, della fecondità, della ricchezza, del commercio, del ladrocinio… Tra le imprese memorabili del dio vi è il furto delle mandrie del temibile Apollo. Hermes non soltanto ruba, cioè a dire muove furtivamente da un luogo ad un altro, ma ha anche l’accortezza di tentar di nascondere il furto cancellandone le tracce con uno stratagemma. La decontestualizzazione assomiglia a un furto ‘mercuriale’: a uno spostamento di senso senz’altro generatore ma che può cancellare la memoria delle sue stesse tracce. Se l’artista, come afferma Michaux, è colui che resiste alla tentazione di non lasciar tracce, allora io credo che il narratore di storie sia un vero artista.


Il libro di Rousseau recensito nell’articolo ha infatti il pregio di ricostruire un contesto originario e ridare senso pieno a un’immagine così carica di valori simbolici da rischiare, paradossalmente, lo ‘svuotamento di senso’ e la riduzione a ‘immaginetta di pietà’ buona per tutte le occasioni a furia di decontestualizzazioni. “Immaginiamo un testo scritto, un racconto composto da cinquantatré frasi che raccontano l’insurrezione e la liquidazione del ghetto di Varsavia fra l’aprile e il maggio del ‘43. Immaginiamo che ci si senta autorizzati a mischiare più e più volte le frasi di quel racconto, che ci si permetta di sovvertire il loro ordine iniziale per ricomporle incessantemente, che ci si permetta di estrarne alcune ignorando le altre, salvo a modificare il senso originario del racconto, salvo a servirsi delle parole per far loro dire e mostrare altro da quel che dicevano e mostravano in origine.

Infatti, dopo la sua composizione nel 1943, l’album di Stroop è come un gioco di carte in cui le carte da giocare sono fotografie; senza posa battute, ribattute, selezionate e disposte, esposte secondo un ordine scelto per essere utile al racconto a questo o a quell’utilizzatore. Surrettiziamente, tuttavia, una carta ha finito per eclissare tutte le altre. A tal punto che la sua citazione, che è anche comparizione [in senso strettamente legale, ndt], basta a raccontare tutta la storia… Infine, senza giochi di parole, è necessario vedere…” (pp.229-230). Rousseau ci ricorda ancora che “l’occhio è un senso che si addestra, che si educa; lo sguardo ha bisogno d’apprendistato e di pedagogia”. La storia delle immagini può essere un antidoto al loro spregiudicato uso mediatico.


Inserito da gianni sinni | 27.01.09 | (1) | AltriMedia | stampa |




commenti:

  ««Hermes(.) dio bambino, segno (fra l’altro) della mobilità, della rapidità, della notizia, dello scambio, della fecondità, della ricchezza, del commercio, del ladrocinio… Hermes non soltanto ruba (.) ma ha anche l’accortezza di tentar di nascondere il furto cancellandone le tracce con uno stratagemma. La decontestualizzazione assomiglia a un furto ‘mercuriale’: a uno spostamento di senso senz’altro generatore ma che può cancellare la memoria delle sue stesse tracce»»
Potenza della “copertina”: c’è quella per anni nel cassetto, poi fatta doppio uso: l’icona ricamata in bella mostra a fare da paravento per gli orrori del momento. Altre invece destinate a rimanere stracce e lise: “offset” i.e. uno dei modi di intendere la stampa.

Ogni riferimento al contingente è puramente occasionale... Ma chi crede che le coincidenze dicano qualcosa (e.g. che due sono un indizio e tre fanno una prova) potrà chiedersi se la rimembranza del bambino del ghetto su Le Monde (“Nous sommes tous américains”) il 9 corrente abbia a che vedere con il climax dell’Apocalisse di Gaza... Quello un inferno da offuscare, con rinforzo del rimpallo odierno.

Sempre per chi trova interesse nei confronti: seguono in galleria immagini del ghetto-ieri e Gaza-oggi.., poi ognuno concluda sull’insieme che è più abietto. E se quelle vennero scattate per illustrare “la forza d’animo di un grande capo e la devozione ammirevole di quelle truppe scelte capaci di travalicare l’inumanità apparente della loro missione in nome dell’ideale nazista”[sic!], ci si chieda se queste non elevino a potenza, la forza “d’animo” e la devozione del Piccolo Popolo, Eletto & sionista.[sic²]

Se si coglierà qualche incongruenza, ci si chieda se il monito di Orwell provi nel caso la sua valenza: “Chi controlla il presente controlla il passato, chi controlla il passato controlla il futuro”
««Rousseau ci ricorda ancora che “l’occhio è un senso che si addestra, che si educa; lo sguardo ha bisogno d’apprendistato e di pedagogia”»» Come avrebbe detto JeanJaques al “buon selvaggio”
Stroop Gallery 1943: http://referer.it/5a6995 ,
Stripped Gaza 2009: http://referer.it/8ff997, http://referer.it/b6a999, http://from-gaza.blogspot.com/

winston il 27 gen 09 alle 16:57

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