Sergio Toppi. Il segno della storia
Contiene una galleria fotografica sull'allestimento della mostra.
Sergio Toppi. Il segno della Storia è il titolo della mostra principale della terza edizione di Bilbolbul, dedicata anche quest’anno ad un grande maestro del fumetto italiano. L’esposizione, allestita nel Museo Civico Archeologico a Bologna, a cura di Hamelin e su progetto di Milco Carboni, presenta oltre duecento opere, tra fumetti e illustrazioni, tratte dalla vastissima produzione dell’autore in più di quaranta anni di lavoro.
Fino al 12 aprile: inaugurazione giovedi 5 marzo alle ore 19,00.
Presentiamo di seguito una delle introduzioni al catalogo della mostra dedicata all'attività di Sergio Toppi illustratore.
Le parti e il tutto. Sulle illustrazioni di Sergio Toppi
Andrea Rauch
Le prime domande sembrano, e forse lo sono, completamente retoriche, anche se le risposte non saranno del tutto scontate. È lecito, ci chiederemo, frantumare l’opera di un grande autore grafico in tessere di mosaico disposte per generi? Oppure per epoche? Oppure per tecniche di disegno? E, qualora sia giusta la frantumazione, come si può riuscire a separare efficacemente e nettamente i generi, le epoche, le tecniche, dato che tutto quello che costituisce in fondo l’opera dell’artista, di questo artista, tende a scorrere in maniera anarchicamente simultanea, come un fiume che si arresta, torna indietro, forma mulinelli, scorre impetuoso o pacato e si dirama in rivoli secondari, senza che mai sia chiaro fino in fondo in che ansa, su quale sponda, in quale secca ci si trovi a navigare?
Domande oziose, forse, che non postulano necessariamente risposte certe. Gettando l’occhio sul grande fiume che Sergio Toppi ha lasciato scorrere in questi suoi cinquant’anni e più di disegno ci è immediatamente, tattilmente, chiaro quanto sia inutile ogni tentativo di classificazione e catalogazione assoluta della sua opera, come ogni tassonomia possibile debba lasciare il passo ad un’analisi probabile e, al tempo stesso, come ogni tentativo di analisi non possa assolutamente prescindere dalla catalogazione, anche pedante, e dall’inventario minuzioso. Sergio Toppi non è autore di poche opere e il suo disegnare si è dipanato, negli anni, inarrestabile. Da ogni quadratino di fumetto, da ogni illustrazione, da ogni singola tranche di disegno e pittura si può, e si deve, quasi scientificamente risalire alla metodologia, agli intenti, allo stile ma poi quello stesso quadratino, quella stessa illustrazione devono accostarsi a tutte le altre decine di migliaia e permettere, allontanando lo sguardo, di percepire il grande quadro d’insieme, il suo animus pingendi intero e inevitabile.
In un tentativo di comprensione settoriale e forse frettolosa ci appoggeremo dunque a poche opere di vari periodi che ci potranno permettere, in collegamento sempre possibile con l’opera omnia, di verificare alcuni dei temi che ci sembrano fondanti del modus operandi di Toppi, alcune costanti imprenscindibili nelle sue illustrazioni, quasi dei topoi.
Animus pingendi e modus operandi, ho scritto, e mi sembra subito di aver calcato troppo sull’acceleratore della retorica. Eppure, traducendo dalla lingua antica al gergo corrente non c’è dubbio che nell’operatività di Toppi sia possibile individuare un hardware e un software, dove per hardware (animus pingendi) potremo intendere tutte le caratteristiche di fondo, le strutture e i vezzi del disegnare, gli approcci metodologici, la personalità ‘oggettivamente’ individuabile dell’artista e per software (modus operandi) si andrà a intendere tutto quello che è l’hic et nunc dell’opera, dalla committenza al soggetto, dalla struttura peculiare narrativa, alle attrattive particolari del contesto. La tecnica di disegno sarà una specie di collegamento necessario tra l’hardware e il software, situata com’è in un punto mediano di riferimento e intervento.
L’albero di fiamma
Per la Scala d’Oro Utet Guido Martina scrive, alla fine degli anni cinquanta, una storia di indiani Sioux e Algonchini con protagonista Nadove, il piccolo ‘preda di guerra’ allevato dal Gran capo Sioux Uazi. Il romanzo è un affresco etnico, si potrebbe dire oggi, ma anche un romanzo di formazione. Ci racconta della crescita, dell’educazione, dei giochi, delle prime cacce e dei primi amori di Nadove, di come conquisti la sua prima penna, di come diventerà un vero guerriero Sioux (Martina li chiama Siù) e riuscirà a portare la pace con gli Algonchini.
Come si muove Sergio Toppi all’interno di questa storia? Con rispetto e semplicità, chiosando e accompagnando il testo con tavole quasi monocromatiche (toni di blu, di giallo, di rosso…), con pennellate leggere eppur decise. Il pennello di Toppi scolpisce i corpi e i muscoli, accenna pieghe di stoffa e suggerisce ombre. Sono, quelle dell’artista, impressioni in movimento che non lasciano nulla al caso e che, anzi, mentre danno sostanza visiva e immaginosa al testo di Martina, si cercano anche una propria lettura e un proprio spazio autonomi, offrendo al lettore ulteriori suggestioni e informazioni (‘scientifiche’, senza volerlo sembrare!) sugli usi e i costumi degli indiani d’America, sulle loro vesti, sui segni e sui colori di guerra, sui tee-pee e sui totem, sullo scorrere della vita quotidiana e sulla simbologia religiosa.
In più, le illustrazioni di Toppi si inseriscono con sapienza tipograficamente avvertita nell’architettura della pagina: sembrano non voler mai turbare la narrazione, non cercano cortocircuiti o ‘rotture’ visive ma si insinuano, soavemente invadenti, nelle pieghe del testo. I bisonti e I cavalli corrono, inseguiti dai cacciatori, braccati dalle frecce e dai colpi di fucile, da una pagina all’altra, descrivono campi cinematografici medi e lunghi, tornano a primi piani d’azione drammaticamente definita.
Di passata si potrà notare come l’Albero di fiamma sia stato destinato, nella programmazione della Scala d’Oro, nel 1957, ai bambini di sette anni. Chiunque abbia letto, sfogliato, guardato le figure di questo gioiello narrativo ed editoriale può trarre da solo, senza bisogno di alcun commento, le considerazioni sul caso.
Il Sergente Kirk
Il cinema è una passione che accompagnerà Toppi per tutta la vita. E non solo nella ovvia funzione di spettatore affascinato ma anche in quella di osservatore interessato, capace di analizzarne la lezione pro domo sua e di trasferirla, con le sue ragioni, nella propria arte.
Il cinema, lo dice la stessa etimologia, è movimento, azione, scorrere di tempi e sovrapporsi di immagini. Racconta una storia in momenti successivi e complessi, ed è capace, proprio per il suo dilatarsi temporale e particolare, di introspezione e approfondimento. Il fumetto, racconto disegnato, si dilata anch’esso nel tempo e nello spazio e può quindi assolvere agli stessi compiti, ma l’illustrazione, la singola immagine racchiusa in un unico foglio di carta, come può riuscire a raccontare una storia, a dare suggestioni sovrapposte e diverse, a soddisfare in pieno quell’ansia di informazione e comprensione che prende, o dovrebbe prendere, il lettore che si ferma ad osservare la copertina di una rivista o di un libro, oppure la tavola di complemento di un testo?
È questo un punto centrale della riflessione grafica di Sergio Toppi; quel cercar di mettere in essere tutto il possibile per racchiudere ogni significato in una sola immagine al tempo stesso riassuntiva e simbolica. Per questo Toppi guarda con grande interesse al cartellonismo cinematografico degli anni di mezzo, alle temperone di Nano Campeggi per dire, che davano, nelle locandine, la sinopsi visiva del film, con i volti degli attori in primo piano e brandelli di azione che scorrevano nel background. Fuori dal cinema, appesi alle teche d’ingresso, quei cartelloni ci prefiguravano la storia; potevamo immaginarcela, veder quasi gli spazi di collegamento e di emozione che la pellicola ci avrebbe offerto. Fuori del cinema noi spettatori eravamo gli ‘attori’ della pellicola, i personaggi principali che dovevano, per essere invogliati ad entrare e a comprare il biglietto, partecipare, con un atto creativo di immaginazione emozionale, allo svolgersi dell’evento.
Toppi trasferisce questo tentativo di esperienza nelle sue illustrazioni e quindi, nelle copertine dei libri e delle riviste. I piani si sovrappongono, le storie si intrecciano, le emozioni si confondono, i simboli recitano una loro ambigua parte in rapporto stretto con i protagonisti dei disegni. Ancora primi piani e piani medi e lunghi ma, rispetto alle tempere nazionalpopolari delle locandine cinematografiche, le illustrazioni di Toppi possono dilatare i tempi di lettura e quindi usare tecniche di disegno più raffinate e complesse, spugnature e marezzature di colore, arabeschi di linee, ragnatele di segno. Sempre comunque con una fusione perfetta e una complementarità assoluta di piani che non sono più ‘parti’ di azione per definire il ‘tutto’ ma che diventano esse stesse ‘segno unico’, quasi gestaltiche nell’uso del pieno e del vuoto, del bianco e del nero, della massa e del vuoto.
Le copertine del Sergente Kirk, che Toppi disegna tra il 1975 e il 1979 (dal numero 43 al numero 60) sono quasi perfette a questo riguardo. Composizioni complessissime e, al tempo, percettivamente immediate. Quando le osserviamo si caricano dell’ambiguità del ‘non raccontato’. Ci parlano di qualcosa che ancora non conosciamo (sfido, non abbiamo ancora aperto il fascicolo!) Eppure ci raccontano delle storie e ci presentano i personaggi. Sono ambigue, già detto, ma narrativamente perfette. Ci dicono qualcosa che solo Toppi conosce ma che lascia a noi intravedere e immaginare. Quale sarà il contenuto, ad esempio, del numero 47 con quell’enorme sombrero rosso in primo piano e il peone di profilo in campo lungo? L’interno ci parlerà di Pancho Villa e Emiliano Zapata? Di cucarachas e cactus? Di rivoluzioni incompiute? Di Massimiliano d’Asburgo?
Con il fascicolo in mano, osservando i segni graffiati del grande sombrero-sole rosso (anche un simbolo quindi?), dobbiamo raccontarci da soli una storia possibile, seguirne le suggestioni e gli stimoli. Se vediamo per la prima volta quelle copertine e non ne abbiamo altre notizie, si può farne prova. Ogni coperta del Sergente Kirk ci offre una full immersion nelle pieghe del nostro particolare immaginario.
Il disegno di Toppi ci permetterà, prima di alzare il sipario, di prefigurarci uno scenario personale, magico e irripetibile.
Ticonderoga
Quando Robert Louis Stevenson buttò giù i versi della sua ballata, nel maggio del 1887, Ticonderoga poteva essere ancora una parola sconosciuta e misteriosa, magica. Facile quindi collegarla ad una leggenda delle highlands scozzesi mettendo in secondo piano la parte che Fort Ticonderoga ebbe nella storia della Guerra d’indipendenza Americana.
La ballata racconta dell’amicizia, tradita da una parte e rispettata dall’altra, tra i clan Stewart e Cameron. Cameron offre ospitalità allo Stewart che gli ha ucciso il fratello e gli promette, inconsapevole, ogni protezione. Manterrà la parola anche quando il fantasma del fratello verrà a chiedere vendetta. Tre volte compare il fantasma a richiamare la voce del sangue e tre volte la vendetta è rifiutata. L’ucciso, prima di scomparire per sempre, pronuncia parole oscure:
It shall sing in your sleeping ears,
It shall hum in your waking head,
The name – Ticonderoga,
And the warning of the dead.I
Ticonderoga è parola mai udita, incomprensibile, che, per quanto si chieda, nessuno sa decifrare. Cameron inseguirà quella parola, quell’incubo di morte, attraverso tutte le guerre e i popoli d’Europa e d’Asia e alla fine riuscirà a trovarla, nelle foreste d’America. L’uomo con la painted face dirà a Cameron che quella terra i francesi l’hanno chiamata Sault-Marie (“un nome da preti”), ma il vero nome è for you and me, Ticonderoga. Al mattino, nella battaglia campale, Cameron perderà la vita andando incontro alle parole della profezia “… far from the hills of heater, far from the isles of the sea”.
Sergio Toppi disegna Ticonderoga nel 2002 per un libro Nuages. È opera della piena maturità dell’artista, un gioiello straordinario, quasi la summa delle sue epoche ideali e progettuali.
Le tavole si svolgono tra le brume delle highlands e quelle del nord America, tra terre d’Oriente e notti gotiche. I personaggi compaiono tutti alla ribalta, si affollano, avanzano e indietreggiano, mettono in primo piano i simboli delle loro terre e delle loro angoscie, i colori delle steppe e quelli dell’erica, i fumi delle battaglie e l’oscurità azzurrata dei boschi.
Sono qui chiamati all’appello i personaggi ormai eterni di Sergio Toppi, quelli che vengono dalla storia del suo disegno fantastico e da quella, scientifica, dell’illustrazione storica e dell’antropologia. Le dodici tavole raccontano, per facce e simboli, la storia definitiva di Ticonderoga, il passaggio dalla terra di origine della ballata, la Scozia, all’universo mondo, con i popoli, le facce e i costumi diversi e ‘particolari’; il suonatore di cornamusa scozzese, il principe tartaro, il pellerossa delle foreste del nord. Sono, quelle tavole, la storia delle tentazioni grafiche di Toppi; lo stile nitido e immaginoso dell’artista ce le mostra in un bell’ordine definitivo, figure e tipologie riassuntive ed esemplari.
I disegni si appoggiano sul bianco carta e da quel bianco il movimento e l’azione sembrano sempre nascere o fuggire, dal bianco sorge la luna o avanza la notte. Il foglio da disegno e le figure, gli arabeschi e le spugnature, i campi lunghi e i primi piani. Una magistrale, inarrivabile, prova d’artista.
Sergio Toppi. Il segno della storia, Black Velvet, pagine 392, euro 28,00.
Inserted by ra.des | 04.03.09 |
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peccato che di creatività in Italia ce ne sia sempre meno: avete visto l'ultima uscita della Telecom, Corriere della Sera di oggi, prima pagina?
Vorrei segnalarvelo .
cordialmente.
dettidesign il 05 Mar 09 alle 16:33