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design e cultura quotidiana

Serigrafi a Harare

Saki Mafundikwa

La repubblica dello Zimbabwe è un paese privo di sbocchi sul mare che si trova nella parte meridionale dell’Africa, ed è attualmente lo scenario di una crisi economica, politica e sociale senza precedenti. Al momento possiamo vantare il triste primato del più alto tasso d’inflazione al mondo (la vera e propria cifra di cui parliamo è difficile da rintracciare, ma ha superato da un pezzo le nove cifre!). A questo si è aggiunta l’epidemia di colera che si è diffusa nella capitale, scioccando recentemente il mondo intero. Circa 10.000 persone sono morte e la vera tragedia consiste nel fatto che il peggio poteva essere evitato: il colera non è una malattia di difficile prevenzione. Tutto sommato direi che le cose non stanno andando un granchè bene per il mio paese, e potete considerarlo l’eufemismo dell’anno!

Il panorama artistico è stato duramente colpito dalla crisi e molti dei nostri artisti hanno preferito emigrare verso situazioni più rosee nei paesi limitrofi e altrove. Per coloro che non hanno tali possibilità o che scelgono di rimanere, le prospettive sono poco favorevoli giacchè il mercato dell’arte è pressochè imploso. Tuttavia alcuni dei più preminenti artisti del paese sono i serigrafi provenienti da quella realtà nata come Highfield Art Club — il cui nome deriva dal quartiere periferico dove si trovava il club. Dopo che il governo, in un apparente momento di follia, ha demolito numerose case e uffici della città nel giugno 2005 — riducendo alla vita di strada oltre 700,000 persone e guadagnandosi la condanna delle Nazioni Unite per tale atto di crudeltà — i membri del club si trovarono a lavorare in una vecchia discarica colma di carcasse di camion abbandonati. Vi fu a quel punto una scissione nel gruppo, in seguito alla quale alcuni decisero di rimanere a lavorare nella discarica, mentre altri si spostarono altrove all’interno della città.

Oggi a causa della grave carenza di materiale di base (inchiostro, carta, ecc.) il colore dei lavori risulta meno brillante nonostante i metodi siano rimasti immutati, le scritte siano egualmente creative e lo spirito che motiva gli artisti rimanga assolutamente integro. Lo studio ha ispirato un buon numero di giovani imitatori, sebbene questi abbiano ancora molto da imparare dalla generazione precedente in termini di qualità e persistenza. L’influenza dello studio si è anche propagata oltre i confini della città di Harare, al punto che molti artisti delle cittadine del paese hanno iniziato a praticare a livello locale questa forma d’arte. La qualità di tali imitazioni tuttavia mi spingerebbe a coniare il seguente motto: l'Highfield Art Club, molto imitato ma mai eguagliato!

Il processo creativo rimane invariato rispetto alla fondazione del club nel 1979 da parte del serigrafo Themba Makwavarara e dell’autore di scritte autodidatta Never Mungoyo (che intendeva insegnare la tecnica alla gioventù locale per fornire loro uno sbocco creativo). Il disegnatore prepara le lettere con una matita su carta molto sottile o su una pagina di giornale. L’addetto specifico taglia poi le lettere con una lama, creando uno stencil che viene attaccato allo schermo tramite l’uso di una specifica pasta a base di farina preparata in casa. Infine lo stampatore usa un seccatoio per stampare sul giornale sottostante. I poster vengono dunque posti ad asciugare al sole.

Ciò che colpisce di questi manifesti è che nella loro creazione non vi è alcuna forma di duplicazione: settimana dopo settimana i disegnatori creano nuovi design tipografici (ad eccezione dei loghi dei gruppi musicali, che rimangono immutati) e questo rende i loro lavori freschi e visualmente stimolanti. Alcune tra queste immagini erano un tempo esposte fotograficamente su uno schermo in una struttura apposita all’interno della città, ma poichè tali luoghi sono ormai resi desueti dalla crisi, le opere vengono ora esposte al sole. Solamente le informazioni circa il luogo, l’orario e la data degli eventi cambiano di settimana in settimana. A causa della mancanza di vernice tuttavia si vedono ora meno poster multi-colorati (che erano il marchio di fabbrica dello studio) e molto più numerosi sono quelli monocromatici. Talvolta i colori sono sbiaditi al punto che i manifesti potrebbero essere scambiati per lavori vecchi. I poster vengono attaccati ovunque in città: su lampioni, edifici, mura, sulle vecchie scatole elettriche e cabine telefoniche oramai depredate dai rivenditori di cablaggi.

I protagonisti dello studio sono tuttora alcuni dei designers originari di Highfield: Cliff Takaedza, Clever Mtisi, Passmore Mungoyo e David Makwavarara. Otto anni fa, ho chiesto ai membri di vecchia data dello studio Clever Mtisi e Cliff Takaedza cosa usassero come materiale di riferimento per la creazione delle loro lettere, e mi hanno risposto che non ne sapevano identificare alcuno. Talvolta creano i loro lavori dal nulla mentre altre volte si ispirano a riviste e altre pubblicazioni.

Quando ho detto loro che in realtà erano dei tipografi piuttosto affermati mi hanno guardato dubbiosi. “Tipografi? Ma non abbiamo alcun computer! Il nostro lavoro sembrerebbe assai più ‘professionale’ se solo avessimo accesso ai computer!” Ho cercato di spiegare loro che ciò che avevano creato era già di per sè fantastico e che nessun computer avrebbe potuto riprodurne la bellezza, ma ho l’impressione che non fossero molto convinti delle mie parole.

Ora, quando visito i loro “studi”, sono tempestato di richieste economiche e storie riguardanti le difficoltà che affrontano con la crisi. Di sicuro non riescono a sopravvivere con le misere somme che ricevono; insistono nella professione per amore del proprio mestiere, e, chissà, forse perchè in un paese in cui la disoccupazione riguarda il 90% della popolazione, non vi è alcuna alternativa. Il loro desiderio di ottenere dei computer è stato rimpiazzato dal più immediato bisogno di avere cibo in tavola. La loro storia ora si confonde con le altre di un paese in rapido declino verso l’inferno. Le speranze e le aspirazioni di molti artisti riconosciuti e di altri promettenti sono state sostituite da una povertà inimmaginabile e da una tragedia di proporzioni gigantesche.

2009 Harare, Zimbabwe

 

 


Saki Mafundikwa è il fondatore/direttore di ZIVA, Zimbabwe Institute of Vigital Arts, primo college di design e nuovi media nello Zimbabwe. Fondata nel 1999, il college ha lavorato per 10 anni senza fondi a causa delle politiche del governo locale. Ha scritto numerosi testi riguardanti la tipografia e le proprie idee circa l’educazione nel design in Africa ed interviene spesso nel circuito delle conferenze di settore. È anche l’autore di “Afrikan Alphabets: the story of writing in Afrika”. Il suo primo lungometraggio, “Mamvemve: Zimbabwe in tatters” uscirà questo autunno.


Inserito da gianni sinni | 06.04.09 | (0) | Grafica lontana | stampa |




 
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