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design e cultura quotidiana

De profundis per l'Ufficio araldico

Alessandro Savorelli

Chi abbia avuto l’incarico di fare o rifare l’immagine coordinata di un Comune o il redesign del suo stemma, se li è trovati fra i piedi certamente: ne abbiamo parlato tante volte, l’ultima su Disegnare le città, parliamo dei regolamenti dell’“Ufficio araldico presso la Presidenza del Consiglio e la Presidenza della Repubblica”.
I grafici hanno dovuto fare i conti con tutto il ciarpame polveroso delle corone turrite, dei gonfaloni (deprimenti labari mortuari o processionali ottocenteschi, spacciati per modelli medievali), delle fronde di quercia e d’alloro, degli scudi “sannitici” (e questo è davvero troppo: sannita sarà lei!), dei nastrini tricolori, dei motti latini, degli elmi, dei cimieri e altri amenità o scarabattole fin de siècle: l’araldica di Nonna Speranza.

Le disposizioni transitorie e finali della Costituzione (art. XIV) prevedevano la «soppressione» della Consulta Araldica. Una legge relativa tuttavia non è mai stata emanata e ciò ha fornito il pretesto per la creazione dell’Ufficio Araldico, suo degno erede, la cui esistenza non si fonda su nessuna base giuridico-costituzionale, ma solo sulla constatazione di fatto della sopravvivenza in regime repubblicano di un’araldica “pubblica” (stemmi e gonfaloni dei comuni, delle province e delle forze armate).
Un vero equivoco giuridico: la soppressione della Consulta implicava l’abrogazione di tutte le norme varate tra il 1929 e il 1943 e concernenti lo “Stato nobiliare italiano”, ivi comprese quelle relative ad onorificenze e all’araldica pubblica. Quest’ultima avrebbe dovuto, semmai, essere regolata ex-novo: in assenza di ciò, la creazione dell’Ufficio Araldico si è venuta configurando come uno stralcio abusivo delle norme dello “Stato nobiliare italiano”, fondato sui Decreti “luogotenenziali” (pensa te!) n° 651 e 652 del 1943, relativi all’araldica comunale e provinciale.

Che questi articoli non potessero sussistere più in età repubblicana, pare evidente a tutti, meno che allo smemorato legislatore che le ha lasciate in vita vegetativa per 60 anni. Infatti:
a) il regolamento dell’araldica comunale e provinciale era parte integrante e subalterna di quello relativo all’araldica nobiliare; caduta questa, caduto quello.
b) detti regolamenti emanavano, secondo una concezione di evidente arcaismo costituzionale, dal Sovrano, come capo e primus inter pares dello “Stato nobiliare italiano”; caduto il re, caduti i regolamenti.
c) quei regolamenti sono divenuti obsoleti anche per via della creazione delle Regioni e della legislazione sull’autonomia comunale.

L’Ufficio Araldico, aggrappandosi all’esile fondamento dei Decreti del 1943, è stato un mero esecutore formale di regolamenti araldici creati a partire dal 1869, dunque vistosamente invecchiati. Questi regolamenti erano succubi di una logica nobiliare, ispirati ad essa nelle forme e nelle prescrizioni, ed erano votati ad una vocazione accentratrice, tesa a livellare le differenze storiche, culturali tra le varie regioni, che venivano ricondotte artificiosamente ad un modello unico, falsamente omogeneo, oltre che di un gusto ispirato alle pompe dell’araldica barocca e neoclassica, spacciate per norme “universalmente valide” e considerate “eterne”.

Chi ha avuto modo di vagliare i decreti approvati dall’Ufficio Araldico, ha potuto constatarne l’inettitudine metodologica e in qualche caso persino una grossolana incompetenza, che ha portato ad avallare innumerevoli errori ed arbitri. Le pratiche di “riconoscimento e concessione” seguono un iter puramente burocratico, senza instaurare nessun serio processo di ricerca storica e nessun adeguato coinvolgimento degli enti locali e delle loro espressioni culturali, meno che mai quello degli addetti ai lavori, i graphic designer, degli studiosi della materia a livello scientifico-critico, e col solo ausilio dei manuali ottocenteschi e dei regolamenti sabaudi. Le sue prescrizioni palesano infine una solenne indifferenza, degli sviluppi che l’araldica, come disciplina storica, ha assunto da alcuni decenni in Italia e in Europa. L’Ufficio Araldico non ha intrapreso ovviamente nessuna seria riforma della materia e dei regolamenti relativi, e non ha preso atto minimamente delle nuove esigenze emerse a livello grafico-comunicativo, non solo per le diverse competenze degli Enti locali moderni nei rapporti coi propri cittadini, ma anche per le tecnologia moderna che confligge con l’assetto ottocentesco delle forme assunte come inderogabili.

Perché abbiamo raccontato l’ennesima volta la storia di questo pastrocchio burocratico? Perché sembra suonato per esso – Dio voglia! – il de profundis. (Dico sembra, perché il vampiro è tenace).
Dobbiamo al ministro Calderoli, se lui e la Camera (il Senato ha già approvato) terranno duro, l’illacrimata sepoltura dell’Ufficio araldico, si spera col gaudio dei grafici. Calderoli ha infatti, nel quadro dei provvedimenti per la semplificazione legislativa, cancellato d’un colpo i due decreti del 1943. Con essi dovrebbe (se c’è una logica) scomparire anche l’Ufficio araldico, che diventerebbe altrimenti custode e vestale di leggi non più in vigore.
Lode dunque, una volta tanto, a Calderoli: e speriamo che la cosa non finisca all’italiana: qualcuno (già accade) lamenterà la perdita di un “glorioso patrimonio culturale”, qualcuno invocherà i pericoli del “vuoto legislativo”; qualcuno vorrà riciclare gli Araldi di Stato, in base al principio ecologico che qualche lauto stipendio del sottobosco ministeriale romano non si può gettare alle ortiche.
Non si lasci ingannare, Ministro: vada a diritto, getti via tutto.
Estingua l’occupazione abusiva di cosa altrui da parte di un organismo burocratico anacronistico, stolido e inefficiente.
Il “vuoto legislativo” in materia si potrà colmare solo restituendo una materia come l’araldica comunale ai comuni (che ne sono detentori) e al confronto con una seria cultura storica e grafica.


Inserito da ra.des | 15.07.09 | (7) | Simboli | stampa |




commenti:

  Concordo con Savorelli, che ha chiaramente una grande competenza sul tema, ma devo ammettere che l'ufficio araldico mi affascinava proprio per la sua imperturbabile incongruenza con la modernità...
Nessuno comunque rimpiangerà normative araldiche intese in senso pedante e burocratico, ma il rischio opposto mi sembra quello di passare direttamente a un'estetica "di prodotto", globalizzata e priva di retroterra storico e identitario, com'è avvenuto ad esempio per i dipartimenti francesi.

stefano tonti il 15 lug 09 alle 10:17

  Caro Tonti. Il rischio c'è. Ma occorre passare dalla porta dell'abolizione dell 'U.A. e Soprattutto evitare che alla gattopardo, l'U.A. rientri dalla finestra. In ogni caso la delegiferazione e l'attribuzione ai comuni, cioè ai soggetti autentici, della materia è da considerarsi metodologicamente positivo. Se qualche pazzo sindaco vorrà sostituire leoni e castelli con pizze e maccheroni, peggio per lui. Ma non potrà farlo in modo indolore.Esiste un ... "controllo democratico" (quello che non esiste ora colla situazione attuale, dove l'U.A. si comporta come un autocrate). Lo smantellamento di un corpo inutile e retrivo (mi sto occupando di un progetto regionale, e ho vagliato molto decreti dll'U.A; sono monnezza, priva di alcun valore storico-critico) è il presupposto per il rinnovamento di una cosa rimasta ferma a 1230 anni fa.

Savorelli il 15 lug 09 alle 13:52

  Premetto le mie scuse, posto qua perchè non mi è data la possibilità di farlo per il rispettivo articolo, nè tantomeno volevo inviarvi una mail privata, questioni pubbliche sono di interesse pubblico non dei singoli gestori di un blog.
In virtù di ciò mi chiedo in primo luogo perchè non è possibile postare commenti per il risultato del concorso Assisi Mosaic, del resto se è per evitare l'ovvia polemica avreste dovuto tenere bloccati anche i commenti per la questione di Magic Italy. E non credo che qualitativamente parlando nè per il primo nè per il secondo caso siamo di fronte a due esempi di eccellenza. Con la differenza che per Magic Italy l'Associazione sfortunatamente non è stata interpellata a fare da garante alla parte progettuale, ma altrettanto sfortunatamente è stata interpellata per presidenziare Assisi Mosaic.

Quantomeno questa volta l'ironia non è mancata, mi viene ancora da sorridere al pensiero di papa Benedetto o chicchessia a inaugurare l'evento con alle spalle un bel manifesto sul quale compare il logo vincitore, altro che urlo che viene dal cuore, ma siamo onesti, non facciamo i puritani a convenienza quella è la faccina stilizzata di una simpaticissima bambola gonfiabile! Mitico! Mai sacro e profano sono stati così alleati! altro che Madonna e i suoi film!!

In definitiva vi chiedo la cortesia di evitare di prendere parte a concorsi in veste di giuria e quant'altro, dove l'operato di un'Associazione che dovrebbe garantire la qualità è stato veramente troppo marginale, indipendentemente da quali siano le possibili motivazioni. In questo caso, ironia vuole che la faccia ce la state perdendo anche voi.

carlotta il 15 lug 09 alle 14:39

  Eh sì, anche secondo me bisognerebbe mettere il tastino per commentare sotto l'articolo AssisiMosaic.

Fuzz il 15 lug 09 alle 14:58

  «La pratica della "loghizzazione" delle insegne di enti amministrativi avviene già di fatto anche da noi, e, questo, nonostante l'Ufficio araldico che non ha avviato, né poteva farlo, al contrario dei principali paesi europei (in realtà qualcosa di simile all'Ufficio araldico esiste solo in Inghilterra, nessuna repubblica, neppure la centralissima Francia, disciplina più la materia affidata ai comuni) una seria e meditata rivisitazione di forma e stile basata sull'interpretazione delle forme arcaiche.

Savorelli come spesso invita in questo spazio, e a ragione, rimanda alle scuole grafico-araldiche scandinave e germaniche - ma anche le cose più recenti di Spagna e Portogallo sono molto interessanti - che hanno aggiornato l'emblematica civica con il meglio della tradizione e dell'originalità.

Perchè ad esempio, un elegante modello rinascimentale dello stemma di un comune toscano, secondo la normativa (in via di soppressione? Speriamo...) NON può essere usato come insegna ufficiale di quel Comune ma deve essere mortificato alla forma "burocraticamente corretta"? Perchè gli emblemi civici devono essere tutti monotamente uniformi quando la tradizione storica e la bellezza dell'araldica è proprio la sua varietà? Perchè i gonfaloni devono ancora oggi assomigliare di bande di pifferi e ottoni con nappe, nappine, ghirigori,?

A mio parere, al contrario di quanto ritiene Stefano Tonti, l'ufficio araldico È un puro ed assoluto prodotto della modernità ove questa ha ridotto la ricca e composita varietà di tradizioni originali ad una mera "invenzione della tradizione" imponendo omologazione e uniformità burocratica ad una materia originariamente libera e assi versatile come gli emblemi delle città. Non per nulla l'araldica civica che esso propugna è nata con Napoleone!

Harald.»

Harald il 15 lug 09 alle 18:55

  Un altro interessante esempio di de-araldizzazione è stato effettuato in Canada nell'Università di Waterloo. Il risultato è discutibile, ma il post di Brand:New è invece interessante.

Quanto, e perché, un vecchio stemma può rappresentare un'istituzione, oggi?

http://www.underconsideration.com/...

marco-ksc il 24 lug 09 alle 18:30

  era ora!!
non più pezze onorevoli, capi di concessione e di padronanza
le città, i paesi potranno ridarsi una identità, discutere quali siano i valori ha cui vorranno fare riferimento
oggi gli stemmi hanno ancora i simboli di una aristocrazia non più esistente
capi d'angiò, capi dell'impero, guelfi e ghibellini
scudi, corone, evocano riti imperiali e cavallereschi
da quasi 150 anni c'è l'italia unita, da 63 anni abbiamo una repubblica e abbiamo aderito alla comunità europea eppure sembra che nulla sia cambiato dal medioevo ad oggi
solo durante il fascismo sopra al capo di concessione fu messo il simbolo nefasto del fascio negli stemmi dei comuni
certo ci sono anche molti rischi
le regole imposte davano una uniformità formale e spaziale che garantiva a tutti una uguale visibilità quando posti a fianco gli uni agli altri
certo calderoli invece del motto latino potrà mettere motti padani e i nomi delle cità saranno nel dialetto locale
spero che l'aiap sia in grado di poter giocare un ruolo attivo nel cambiamento che avverrà
giuseppe

giuseppe il 30 nov 09 alle 18:31

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