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Il futuro del libro

Il libro è come il cucchiaio, il martello, la ruota, le forbici. Una volta che li hai inventati non puoi fare di meglio.

Così Umberto Eco nell’esergo della conversazione a quattro mani (o due lingue?) con Jean-Claude Carrière (Non sperate di liberarvi dei libri, a cura di Jean-Philippe de Tonnac, Bompiani, 2009).

Eruditi, bibliofili, filologi, storici del pensiero, affabulatori: come possiamo definire Eco e Carrière che divagano per ore intorno al tema, dimostrando quello che già il titolo enuncia e dimostra, che dei libri noi (loro?!) non si può (non possono) né si deve (debbono) fare a meno, perché sono, più che indispensabili, ineliminabili?
Una affabulazione colta e raffinata, ‘difficile’ e coinvolgente al tempo stesso; una miniera di citazioni ‘dotte’ e di considerazioni ‘lapalissiane’, di riferimenti a volte ‘criptici’ ma sempre ‘godibili’, tutti avvolti intorno al tema centrale (“Riusciranno i mezzi elettronici a sostituire il libro?").

Naturalmente no, è la risposta ovvia, perché i mezzi elettronici risentono della tecnologia, di tutta la tecnologia, e sono, quasi per definizione, deperibili e sostituibili (molto gustoso l’aneddoto che racconta dello studioso che, per raccogliere tutto in forma elettronica, era finito per avere in casa diciotto computers e programmi relativi per non essere messo fuori gioco dai progressi dell’informatica).

Cosa si può fare quindi quando o se il black out spegnerà, insieme alle luminarie e ai frigoriferi, anche tutti i computers? Quando anche l’ultima batteria si sarà esaurita? Come si attiverà la nostra memoria delle cose? È semplice: prenderemo un libro, lo apriremo, e leggeremo quello che nemmeno il più inesorabile dei black out ha potuto cancellare. Toccheremo la carta con cura religiosa, feticistica a volte, staremo attenti alle pieghe della legatura, ci fermeremo sul disegno dei caratteri e delle figure. Ci faremo trascinare nel vortice delle idee, dei racconti, delle parole che là sono conservate.

Verremo a sapere, come ci racconta la prefazione al libro di Eco e Carrière “che i polli ci hanno messo un secolo ad imparare a attraversare la strada, oppure che la nostra conoscenza del passato è dovuta “a dei cretini, degli imbecilli o degli avversari”. Godremo insomma “della furia letteraria di due appassionati che ci trascinano in una folle girandola” di fatti, notizie, riflessioni.

Una conversazione geniale, divertente, appassionante. Da non perdere assolutamente per chi ama i libri. Tanto chi i libri non li ama ha già deciso, a priori, che anche questo è un libro che non deve essere letto.


Inserito da ra.des | 04.11.09 | (1) | Recensioni | stampa |




commenti:

  Bibliofila all'appello. Grazie per la segnalazione del libro, che leggerò con curiosità. Rispetto a quanto scrivete voi nella recensione, il discorso mi sembra però male impostato. Anche la carta è un mezzo instabile, le stesse riflessioni sulla sua possibile caducità saranno state fatte quando iniziò ad essere usata come supporto alla parola scritta.
Non mi pare che impostare il discorso in una dialettica "libro di carta" contro "libro digitale" possa portare una riflessione interessante, il libro di carta forse cambierà forma, forse diventerà oggetto da collezionisti, come i dischi in vinile, avrà un mercato più d'élite, ma nostalgie a parte, mi sembra prezioso, come davanti ad ogni grande rivoluzione storica (quale è internet) aprirsi al nuovo, chiedersi come un diverso contenitore influenzerà stili e forme del linguaggio scritto. Niente andrà perso (come usava dire Rilke: e dove volete mai che possa andare perso?), molto di nuovo invece arriverà.

Anna C. il 20 nov 09 alle 12:09

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