Immaginando
Contiene un aggiornamento fotografico e un commento.
Il primo atto della collaborazione tra l’illustratore e grafico Andrea Rauch e il Comune di Pistoia risale al 1979. Il 5 aprile di quell’anno fu infatti presentata ai bambini della città una ‘guida’ che l’amministrazione aveva voluto e Rauch illustrato. Da allora, più di trent’anni, il disegnatore e l’amministrazione hanno fatto un lungo percorso in comune, preparando manifesti, opuscoli, arredamenti per le strutture, sagome, pannelli, creando una sorta di ‘immaginario complessivo’ variamente articolato negli anni ma sostanzialmente unitario nello spirito e nella proposta.
Adesso, alla fine del 2009, Andrea Rauch ha voluto che i disegni che hanno originato quell’esperienza fossero raccolti in quel ‘museo del fare’ che è l’assessorato alla educazione e formazione della città, e ne ha fatto atto di donazione all’istituzione. Si tratta della raccolta di opere (270 circa) pressoché completa. Un percorso che vuole testimoniare la continua attenzione che la città ha dedicato ai bambini, i suoi imprescindibili cittadini di domani.
I disegni saranno esposti da sabato 5 dicembre, e per tutte le feste di fine anno, fino al 10 gennaio 2010, nelle Sale affrescate del Palazzo comunale di Pistoia, in Piazza Duomo.
Titolo della mostra: Immaginando, Trent’anni con i bambini di Pistoia raccontati con il disegno. Il libro che riassume l’iniziativa è edito da Gli Ori e contiene, oltre ai disegni, testi di Annalia Galardini, Sonia Jozzelli, Roberto Denti, Antonio Faeti e Walter Fochesato.
Fin qui le notizie ‘di servizio’ sulla mostra (più sotto pubblichiamo i due interventi in catalogo di Roberto Denti e Walter Fochesato).
I fatti avvenuti in questi giorni a Pistoia impongono comunque un commento. Bene ha fatto il sindaco di quella città a preannunciare la costituzione ‘parte civile’ contro i responsabili delle sevizie ai bambini nella struttura privata Cip e Ciop, perché se c’è una cosa che non può essere tollerata in questo momento (e va da sé che la violenza sui bambini non può né deve essere mai tollerata!) sono gli schizzi di fango che, buttati a piene mani nel ventilatore, con azioni e comunicazioni che in parte sono giusta e doverosa reazione ma in parte sciacallaggio vero e proprio, rischiano di macchiare indelebilmente l’immagine e la sostanza di un complesso di servizi educativi pubblici che, negli ultimi quarant’anni, sono sempre stati considerati tra i migliori del mondo. A misura di bambino, sempre, non solo e non tanto per le immagini che hanno accompagnato quelle iniziative e strutture, ma soprattutto, per l’affetto e la cura che le educatrici e gli educatori del Comune di Pistoia hanno offerto, in ogni occasione e momento, ai bambini e alle famiglie, alla città intera. Il fascio di tutta l’erba che in qualche modo si è, da qualche parte, cercato di fare addolora e offende.
Abbiamo visto in queste ore alcune delle ragazze, con cui si sono condivisi anni di impegno serio e appassionato, addolorate, prostrate. Incredule. Sono state tradite. E purtroppo il fango che le due responsabili delle violenze hanno schizzato rischia di ripercuotersi anche sulla fiducia che l’opinione pubblica aveva sempre riservato all’azione pedagogica e educativa del Comune. Fango che colpisce le educatrici bravissime, attente e buone che abbiamo conosciuto e a cui vogliamo bene, fango che rischia di colpire, nei suoi effetti e esiti devastanti, anche i bambini stessi di Pistoia.
(a. r.)
L’occhio acerbo
Roberto Denti
Trent’anni di lavoro, un terzo di secolo per i bambini di Pistoia durante i quali si è verificato un progetto educativo che è diventato un esempio e un parametro per chi davvero vuole concretamente occuparsi di individui che la società contemporanea non soltanto trascura ma che tende a omogeneizzare per ridurli soltanto a consumatori senza controllo.
Il progetto di Pistoia ha avuto sempre il suo filo conduttore nelle favolose immagini di Andrea Rauch che ha tenuto per mano i bambini con una costante felicità inventiva. Aver dato importanza al linguaggio figurativo ha significato aver stabilito una comunicazione non soltanto immediata ma un profondo rapporto con lo sviluppo della storia umana. Infatti le prime testimonianze che ci hanno lasciato i nostri antichi antenati sono le immagini nelle grotte di Lescaut e di Cromagnon o sulle rocce del Sahara e della Valcamonica.
Dunque è la lettura dell’immagine che precede quella della parola scritta, una convenzione che richiede un processo di formazione logica lungo e complesso. È il percorso seguito dal bambino che inizia a leggere le figure: dapprima le più semplici entro il primo anno di vita e successivamente quelle più particolareggiate con il succedersi degli anni. Soltanto con l’ingresso nella scuola primaria, dopo il periodo che rappresenta la fase determinante della vita umana, possiamo affrontare la convenzione della scrittura. L’immagine resta il primo decisivo rapporto fra il mondo conosciuto e quello immaginario, ciò che è concreto e ciò che è possibile.
Inoltre l’elemento iconico consente una sintesi emotiva che la parola non permette. Se ne era accorto già nel 1863 Teofilo Gautier che, nel secondo capitolo del suo indimenticabile Il Capitan Fracassa, scrive: “L’opera dello scrivere è in questo inferiore a quella quella del dipingere, ché lo scrittore non può mostrare gli oggetti se non uno dopo l’altro. Uno sguardo solo basterebbe ad afferrare, in un quadro in cui l’artista le avesse adunate attorno alla tavola, le diverse figure che vi abbiamo disegnate; le vedreste con le ombre, i lumi, gli atteggiamenti contrastanti, il colorito di ognuna, e una infinità di finiture che mancano a questa descrizione, pur già troppo lunga, benché si sia cercato di farla il più possibile breve…”
Gli oltre 250 disegni e i manifesti che Andrea Rauch ha raccolto presso l’assessorato all’educazione e formazione del comune di Pistoia rappresentano la testimonianza di un’attività che dimostra una profonda cultura pittorica e soprattutto la capacità di un linguaggio figurativo che, unico nel suo genere, sa suscitare profonde emozioni e continue intense curiosità. In questo volume tutte le immagini sono raccolte, secondo il desiderio di Andrea Rauch, “non in ordine cronologico ma disposte per assonanze e associazioni di idee.”
Le illustrazioni che Rauch raccoglie in questo libro hanno un preciso legame che le unisce: il colore, che fa di ogni figura, ambiente, paesaggio una esplosione di suggestioni sempre inattese. C’è in ogni immagine una assoluta capacità di sintesi che riesce a suscitare inquietudine nell’occhio di ha la fortuna di poterle vedere. Gianni Rodari ci ha insegnato nella sua Grammatica della fantasia che i bambini hanno “l’orecchio acerbo” cioè non sono ancora condizionati dalle convenzioni del linguaggio adulto. Andrea Rauch ha la certezza che oltre l’orecchio, i bambini hanno l’occhio acerbo e quindi sono in grado di accettare qualsiasi tipo di immagine (è sufficiente ricordare il suggerimento, quasi cinquant’anni fa, di Leo Lionni con il suo Piccolo blu, piccolo giallo), di forme, di colori. Alcune sue figure di animali possono sembrare di immediata comprensione da parte dei piccoli fruitori, ma un’attenta lettura dimostra il profondo lavoro culturale che le sottende. Inoltre Andrea Rauch ha sempre considerato i destinatari del suo lavoro individui maturi e quindi capaci di misurarsi con qualsiasi proposta grafica.
Dalle immagini di Andrea Rauch escono richiami profondi e sempre diversi che si esprimono attraverso una voce dal timbro inconfondibile.
La fedeltà di Andrea
Walter Fochesato
Partirò anch’io sottolineando l’unicità di una collaborazione che prosegue fertilmente e ininterrottamente da ben tre decenni. Certo, vi sono da tenere in giusto conto il rigore professionale di Andrea, la sua capacità creativa e le sue competenze. Ma penso che ciò possa spiegare soltanto in parte uno stare insieme così fervido e fruttuoso. Credo invece che il motivo vero consista in un incontro raro, in una felicissima coincidenza di intenti, vorrei dire di concezioni del mondo, fra il lavoro di Rauch e quello dell’amministrazione comunale. In ambedue vi era, ovviamente con forme e modi diversissimi, un’idea forte di infanzia. Vi era, e nel corso degli anni è rimasta intatta e semmai si è resa più matura e meditata, la consapevolezza di mettere al centro del proprio operare il bambino. Un bambino vero che va certo amato e stimolato, rispettato e seguito ma che, ancor più, va compreso, colto nella sua irriducibile diversità, nella sua talvolta sfuggente e arcana alterità.
C’è, a questo punto, una coincidenza forse non casuale che va sottolineata. Nello stesso 1979 in cui inizia il sodalizio con la città di Pistoia, Rauch collabora con la compagnia del Teatro Porcospino per la messa in scena de Le avventure di un burattino, una versione della storia collodiana ispirata all’opera pittorica di Enrico Baj. Ed è la prima volta che Andrea – dopo la fascinazione infantile alla metà degli anni ’50, allorché gli venne regalata una copia dell’edizione illustrata da Mussino nel 1911– si occupa professionalmente di Pinocchio. Nel corso degli anni Rauch tornerà più volte e sempre in maniere differenti, ad occuparsi di quel “semplice pezzo da catasta”. Seguendo con ciò, per certi versi, lo stesso percorso di Attilio Mussino e di altri autori che nella loro vita hanno continuato a fare i conti con la creatura di Geppetto. D’altro canto – al di là dei tanti tradimenti, ultimo la miserevole versione televisiva del novembre 2009 – Pinocchio, un burattino, è nella nostra letteratura per l’infanzia la prima rappresentazione di un’infanzia colta nella sua essenza e nelle sue contraddizioni.
Si può quindi parlare di una doppia fedeltà: Pistoia da un lato e Pinocchio dall’altro. Poi, sfogliando le pagine di questo catalogo, che giustamente non segue un percorso diacronico, ma tutto si affida invece alla suggestione e alla giustapposizione delle immagini, si possono cogliere altre costanze di scelte e di sentimenti. Il segno di Rauch muta negli anni. Rispetto all’eleganza nervosa e filiforme dei primi tempi il tratto si fa via via maggiormente intenso e marcato e al tempo stesso essenziale, mentre in primo piano balza il colore, sempre più allegro e prepotente, imprevedibile e aggressivo. Approdando ad una dimensione fortemente materica.
In taluni lavori si colgono felici riferimenti ad altri autori, da David McKee al Seymour Chwast di Tante riiiiime e Mamma Ooooooca, due singolari albi illustrati che la Emme Edizioni propose in Italia. Quindi si afferma una misura sempre più autonoma. dove però è ben viva e visibile la mai tradita e profonda consonanza con il mondo della Pop Art. “Credo che Rauch – scrivevo in altra occasione – alla pop art sia affezionato non tanto per scelta artistica quanto perché al fondo questa tendenza era portatrice di un’idea (o di un sogno) fortemente aggregante, capace di mescolare e tenere insieme una vasta, indefinita serie di echi e di allusioni, brandelli e citazioni che aprivano però la mente e l’occhio ad un orizzonte di libertà e di rottura”. Quindi l’alto e il basso, le avanguardie artistiche del ‘900 e il sapore del vernacolo. Vi sono ad un certo punto delle falci di luna sapidamente antropomorfizzate che rimandano al profilo aguzzo e sgarbato, legnoso e quasi allucinato che Adolfo Bongini, illustratore e incisore, diede nel 1895 al protagonista bertoldesco, gobbo e deforme, della Vita e avventure di Pulcinella di Octave Feuillet.
Della presenza in queste pagine di decine e decine di orsi, orsetti e orsacchiotti ci parla già lo stesso Rauch: il simbolo della città, l’animale araldico. Al tempo stesso però certi teddy-bears hanno negli occhi lampi di arguzia beffarda e non ci paiono poi così rassicuranti. Quasi a ricordarci che la nursery è il luogo dove possono coesistere lo spavento e la voglia di scoprire il mondo, l’ansia e la libertà, il progetto e la rabbia, l’estrema vulnerabilità e la lotta per diventare i signori dei Mostri Selvaggi. Perché ogni cameretta – complici la luna e il potere della fantasia – può ben diventare una foresta (“e crebbe crebbe crebbe”) e un mare da solcare in lunghi e decisivi viaggi nel tempo e nello spazio. Nell’attesa che – dopo l’estenuante “ridda selvaggia” – giunga il grato richiamo di una cena “che era ancora calda”.
Ma si diceva poco sopra dell’orso, di questo filo rosso che gioiosamente domina le pagine del libro. Animale dalla ricchissima e complessa simbologia, creatura – guarda caso – dell’inconscio lunare e notturno, espressione dell’oscurità e delle tenebre. Ché, nella mitologia greca, un’orsa accompagna Artemide dea della luna e divinità che regna sugli animali selvaggi. Creatura ossimorica l’orso: ora segno di energia guerriera ora placido esempio di affetto materno e filiale. Simile per certi versi all’uomo e, non paia azzardato, il paragone al segno di Rauch e alla sua inesauribile vena creativa.
Inserito da ra.des | 02.12.09 |
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