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design e cultura quotidiana

Concorsi e creatività: i confini dell'incompetenza

Il tema dei concorsi è sempre stato, per il nostro blog, un tema caldo. Ad esso abbiamo dedicato attenzione, commenti, sarcasmo, indignazione. Come quella che sta caratterizzando la riapertura delle nostre pagine di commenti dopo lungo silenzio.


Perché indignazione? Bisogna dire che, valutando le ultime risultanze dei concorsi di grafica più chiacchierati, ce n’è ben donde. Pur senza arrivare agli estremi toccati con il concorso per il Parco dell’Alta Murgia (speriamo tra parentesi che qualcuno dei concorrenti abbia fatto ricorso al TAR per invalidare i risultati!) da dire c’è molto anche su tutti gli altri.

Sgombriamo subito il campo da un equivoco, o meglio da un retropensiero che serpeggia tra i commenti: non crediamo che i concorsi vengano fatti solo per far vincere “i soliti noti”, né che i risultati siano sempre preconfezionati. Possono naturalmente esserci situazioni in cui la combine è evidente, ma nella maggior parte dei casi si tratta d’altro: da una parte l’incapacità a giudicare di giurie frettolose e raccogliticce (composte da quelli che una volta Pierluigi Cerri chiamava “non vedenti”, incapaci cioè, per conoscenza, sensibilità, atteggiamento, di capire il valore di quello che hanno sotto gli occhi), dall’altra l’incapacità della categoria dei progettisti grafici di tornare ad essere ‘interlocutori attivi’ della committenza, relegati come sono stati in molti casi negli ultimi tempi, ad essere “il dito che accende il computer”, o, nel migliore dei casi, “la mano che mette in bella copia” decisioni e strategie pensate in altre sedi, da altri interlocutori.

Dalla nefasta sinergia tra queste componenti (incapacità della categoria di esprimere forza contrattuale e dignità culturale, incapacità della committenza chiamata a scegliere senza la competenza e le conoscenze tecniche per farlo) derivano molti dei guasti che stiamo lamentando. La mancanza di dignità contrattuale porta ovviamente alla conseguenza di essere considerati né più né meno che un fornitore indifferenziato, da valutare sullo stesso metro di un venditore di carta per fotocopiatrice (era l’esempio portato da Alberto Lecaldano!) o per il caffè delle macchinette a gettone.
Quindi, se questo è quanto, assume un senso la solvibilità economica, quindi la credibilità di chi presta opera, e richiedere all’azienda grafica le referenze bancarie o il fatturato pregresso sono una conseguenza quasi inevitabile. Un concorso come quello de La Sapienza di Roma, per fare un esempio, non crediamo possa essere stato assegnato al di là o al di fuori della mera valutazione economica. La 'creatività' del progetto vincente (e qui torna in ballo l’incompetenza manifesta e dichiarata della giuria) è, infatti, pressoché uguale a zero e i vincitori si sono limitati a mettere in bella copia, con un programma vettoriale, il disegnetto storico-istituzionale dell’Università. Un’operazione di redesign, forse ben eseguita, ma nient’altro. Sostanzialmente aria fritta, come fritta era l’aria del redesign dell’immagine per il Comune di Roma e per quello di Milano, tutti ri-confezionati dalla stessa mano, tutti con l’aria dello svolgimento di un ‘compitino’, senza nessuna idea che non fosse consolatoria e facile da far bere a una committenza di sostanziali sprovveduti.

Chiunque si affacci appena appena al di fuori del confine d’Italia vede che le commissioni pubbliche e i concorsi di immagine hanno ben altro approccio e ben altri risultati.
Inutile fare esempi: nel prossimo week end a Parigi qualcuno faccia una capatina al Centre Pompidou. E, magari si pensi anche, per contrasto, all’imbarazzante disegnetto per la Festa del Cinema di Roma.
Ma, si dirà, lo ha disegnato Renzo Piano! Benissimo, se la chiara fama nel proprio ambito di competenza è motivo sufficiente per invadere terreni di competenza altrui, allora per l’anno prossimo possiamo proporre, per coordinare l’immagine, il cuoco Vissani, l’oncologo Veronesi o, perché no, Rita Levi Montalcini, Nobel per la Medicina.

C’è molto lavoro da fare per uscire di minorità e tornare ad essere interlocutori credibili. Certo non ci possiamo riuscire solo con il mugugno del “vincono sempre i soliti”. Ci vorrebbe ovunque un più stringente e coraggioso impegno professionale, una maggiore capacità di incidere e orientare le scelte. Altrimenti, se la categoria dei grafici italiani, nel suo insieme, continuerà a non sapersi muovere in modo adeguato e veloce, resterà la cenerentola del Made in Italy, sorellastra ininfluente e un po’ scema del grande design italiano, presa in non cale da parte di tutto il resto del mondo. E i muri continueranno ad ospitare le sconcezze che possiamo vedere, oggi, su qualunque cantonata.

Inserito da ra.des | 24.10.06 | (20) | Concorsi | stampa |




commenti:

  Quando si dice parlar chiaro!

Franco Fois il 24 ott 06 alle 08:06

  Condivido pienamente!
Ho letto tra le righe un cenno all'immagine del comune di Milano... È stato finalmente scelto il vincitore?

Matteo Capitini il 24 ott 06 alle 08:27

  Il riferimento non è al chiacchierato concorso ma alla nuova immagine coordinata istituzionale del Comune di Milano, in essere da un paio d'anni.

sdz

sdz il 24 ott 06 alle 09:34

  C’è molto lavoro da fare per uscire di minorità e tornare ad essere interlocutori credibili.

Mi trovo in accordo con l'articolo e soprattutto con la frase che riporto qui sopra. Come socio AIAP apprezzo tantissimo il lavoro culturale che l'associazione svolge. Credo però che si debba affiancare anche un lavoro di proselitismo attivo, non posso pensare che tra tutti quelli che svolgono il nostro lavoro noi raggiungiamo si e no gli 800 soci. Mi chiedo quanti grafici non soci leggono il blog e soprattutto perché non riusciamo come AIAP a coinvolgerli. Purtroppo il lavoro doi contrattazione con la Pubblica Amministrazione e con i legislatori richiede altri numeri e altro peso.

lodovico il 24 ott 06 alle 09:57

  look, my eyes are just holograms
TT

lamentele qui, e in tutti, troppi, i precedenti post riguradanti i concorsi pubblici. Il problema, credo invece, sia più in basso, radicato, e più difficile da risolvere, e siamo noi, i grafici. Se 'la mancanza di dignità contrattuale porta ovviamente alla conseguenza di essere considerati né più né meno che un fornitore indifferenziato' e 'relegati ad essere il dito che accende il computer, o, nel migliore dei casi, la mano che mette in bella copia', allora il problema non è la funzione del design, o la posizione del grafico, nella socità (che diventano invece conseguenze), se queste fossero messe in discussione, allora non esisterebbero nemmeno i concorsi, nessuno si prenderebbe la briga di stendere bandi e scomodare giurie. Esiste quindi una posizione per il grafico e una funzione per il design, più interessante è scoprire dov'è, quali sono le sue prerogative, cosa ci viene richiesto, e vedere che l'unico spazio concessoci è quello della decorazione, chi forisce la carta per la stampante, chi produce un logotipo. I concorsi non sono di scarsa qualità nei loro prodotti finali, nemmeno nella loro stesura, la scarsa qualità è nel cosa viene richiesto. Il logotipo, già di per se una forma obsoleta di comunicazione, del gioiello valenzano, ad esempio, ha un valore sociale, e comunicativo uguale a zero, non serve a nessuno, lo stesso vale per varie università e comuni, quale è il valore intrinseco di un logotipo per il comune di milano? La scusa per stampare un pò di biglietti da visita e carte intestate? Invece di progetti costruttivi per la città, e a milano di cose da fare ce ne sono, temi seri, per i quali i grafici non sono solo utili, qualche volta indispensabili, si bandisce il concorso per un'altro bel logotipo. Chiaramente la conseguenza è di essere considerati niente di più di un fornitore di servizi, di mettere in bella copia. Lo si vede bene, e l'errore non è nella scelta della giuria o del bando, è nel fatto stesso di essere, il logotipo lo è, un prodotto inutile, trattato quindi con la stessa leggerezza del suo peso sociale. Ci si accanisce sul più o meno bello/interessante/innovativo/simbolico, davvero la superfice è l'unico spazio che ci è concesso? Potremo allora disegnare dei logotipi ed esporli alla galleria dell'aiap, vedere chi è il più bravo. Io non credo, validi esempi è ancora possibile trovarne, progetti in cui il vedere è prima di tutto legato ad un utilizzo pubblico (parlando di città), diventa la conclusione logica e naturale di un processo più ampio, in cui il mi piace o no, non trova spazio, è una domanda inutile. Milano non ha bisogno di un logotipo.

db il 24 ott 06 alle 12:50

  Provo a dare una mia impressione sulla percezione che i normali clienti hanno della professione del grafico (ma, in un certo senso, lo stesso vale per la professione dell'architetto). Lo faccio da intruso, architetto, che si è trovato a fare questo mestiere per strade contorte. I clienti 'normali', quelli che si incontrano tutti i giorni, hanno l'idea che il grafico sia una specie di parrucchiere (nella migliore ipotesi), o un esecutore materiale (ipotesi standard).
Però nei confronti del parrucchiere il grafico è in svantaggio: nessuno se ne andrebbe con una capigliatura assurda per mostrare i propri preconcetti tricologici, e quindi si è disposti a pagare (il lato visibile di un riconoscimento sociale) e ad affidarsi alla competenza professionale di una persona. Non così per la grafica. Il cliente 'normale' viene da te e ti chiede un manifesto entro domani mattina. Certo, possiamo sempre dire che un manifesto non si fa in due ore, ma spesso dobbiamo racimolare qualche euro per comprarci i libri. Viene da te il cliente e ti dice che sul suo sito tutti i link si devono aprire su una pagina 'blank', e tu dovresti dirgli che hai letto su a list apart che target="_blank" è deprecato.
I clienti si pongono spesso nei confronti del grafico non con esigenze di comunicazione, ma con precotti sistemi visivi. E' naturale che, se sul mitico mercato questa è la domanda, l'offerta si adegui: così i grafici si trovano a confrontarsi con la copisteria sotto casa che fa 'grafica' tra i suoi servizi. E lo stesso accade con gli architetti che si trovano a confrontarsi con i geometri come concorrenti.
Effettivamente, se qualcosa si può fare, dovrebbe essere insegnare l'alfabeto del linguaggio visivo. Bisognerebbe fare mostre per non-grafici in ogni remoto angolo della provincia, sperando che il pubblico diventi più esigente. Ma per questo, e lo stesso vale per l'architettura, occorrerebbe avere un linguaggio condiviso, un 'progetto' comune. Credo che le condizioni culturali non lo consentano.
Scusatemi per l'intrusione.

Daniele Capo il 24 ott 06 alle 13:05

  Mi sembra che tutto cio' sia lo specchio esatto della situazione del Paese, dove nessuno fa quello che dovrebbe fare e tutti fanno quello che non sanno fare.

In questa situazione la nostra classe dirigente, nella migliore delle ipotesi, accredita un sistema basato sullo "star system" in cui le competenze specifiche (del designer) non sono considerate un valore.

Mario Fois il 24 ott 06 alle 14:23

  a milano ha vinto achilli ghizzardi

mah il 24 ott 06 alle 14:34

  Ho sempre avuto una certa repulsione per glia rchitetti che si cimentano nel mestiere del grafico. Perché se a=b allora anche noi (grafici) potremmo disegnare case e quant'altro. Sembra quasi che la nostra professione possa essere intrapresa da chiunque e questo, forse, perché è vista come il semplice riempire un foglio.
Allora ci troviamo dinanzi a qualsiasi abominio graficamente concepibile.
Abbiamo l'avvocato che si disegna il proprio biglietto da visita, il ristoratore che si impagina da solo il menù e così via.
In Italia il mestiere del grafico è una sorta di lavoro di nicchia sconosciuto ai più.
Alla domanda: "Che lavoro fai?" se dò come sirposta: "Il Grafico" non vengo compreso. Devo dare delle spiegazioni su cosa consiste il mio lavoro. Ma se uno risponde che fa il medico tutti sanno cosa fa'.
Siamo davvero così poco presi in considerazione?

Marco Nani il 24 ott 06 alle 22:34

  caro Marco Nani, se per grafica intenti il biglietto da visita dell'avvocato, o il menù del ristoratore, allora mi sembra chiaro che la nostra professione non sia così considerata, converrai che tra il menù e il piatto reale di buona pasta ce ne passa, che tra il (immaginiamo un avvocato buono, utopicamente) biglietto da visita e il lavoro di rendere giustizia ce ne passa ancora di più. Chiarisco, produrre stampati come il biglietto da visita e il menù sono lavori più che dignitosi, P Zwart disegnava piastrelle per la casa e il bagno. Non penso invece che il nostro lavoro si fermi lì, ai menù, carte intestate, biglietti da visita, questi sono invece parte integrante di un lavoro più ampio. Magari è esattamente quello che intendevi tu nel tuo post, anche se, per come l'ho inteso io, Saussure la sa lunga sulla relatività del messaggio, la frustrazione del fare grafico è nel non essere richiesti come specialisti nel momento in cui qualcuno deve stampare il suo biglietto da visita. Alla stazione di Roma con un aggeggio automatico, lì al piano di ferro, ricordo, un caro amico prima della conferenza dell'Atypi, un bravo grafico, ha stampato i suoi biglietti da visita personali.

db il 25 ott 06 alle 11:38

  Si forse mi sono espresso male.
Anch'io penso che il lavoro del grafico vada ben oltre al biglietto da visita o il menù; ma se nemmeno su queste cose veniamo considerati come possiamo pretendere che la gente ci consideri per qualcosa di ben più grande.
Non capita raramente che gli architetti si occupino di allestimenti di mostre o segnaletica di vario genere.
Lavoro che potremmo fare benissimo, che rientra nel nostro essere grafici.
Non so se mi spiego.
Mi sembra che la categoria sia dai più confusa o ignorata.
Ci vorrebbe un'altra mentalità.

Marco il 25 ott 06 alle 20:15

  Ho l'impressione che l'intrusione della categoria cui appartengo nel vostro blog crei fastidio e addirittura repulsione ad alcuni vostri utenti. Francamente non pensavo che aver compiuto regolari corsi di grafica (con insegnanti quali Max Huber, Pino Tovaglia, Bruno Munari, ecc.), aver lavorato con passione per 30 anni a progetti editoriali piuttosto che immagini coordinate, cataloghi e quant'altro, essersi aggiornati costantemente tramite mostre, pubblicazioni e aver anche deciso, sempre per passione, di laurearsi in architettura fosse un handicap per ritenersi veri grafici. Non pensavo, inoltre, che la partecipazione ai vostri interessanti dibattiti fosse prerogativa degli iscritti all'AIAP.
Mi auguro si tratti solo di un'impressione e che un dibattito ampio, attento, aggiornato, ma soprattutto libero e condivisibile come il vostro prescinda da sterile spocchia e inutili corporativismi.
Mi rendo peraltro conto che spesso all'architetto che si occupa, per esempio, di sicurezza nei cantieri venga altresì richiesto un marchio ("Architetto, mi butti giù un marchietto, un'ideuccia per la mia Aziendina..."), così come sempre pìù numerose aziende che si occupano di informatica, forniscano pacchetti di grafica-siti web francamente inqualificabili. In fondo, se la più parte della committenza (pubblica o privata fa lo stesso) ritiene possa bastare avere un PC e un qualsiasi elementare programmino di grafica per produrre un vero progetto in dieci minuti, meglio se cinque, diventa superfluo spaccarsi il cervello per capire perché mai ciò che si vede in giro faccia ribrezzo e nulla abbia a che fare con la Grafica.
Cordialità
Giovanna

giovanna il 25 ott 06 alle 20:19

  Ben vengano gli architetti, e con gli architetti tutti quelli che, con la propria preparazione, portano contributi costruttivi alla teoria e alla pratica della grafica. Faccio il grafico da vent'anni, dopo aver buttato alle ortiche, senza nessun rimpianto, una laurea in Fisica (neanche la Fisica, a dire il vero, credo abbia rimpianti nei miei confronti...). Una laurea "dura" come Fisica mi ha insegnato a guardare le cose da diversi punti di vista, a smontare i giocattoli, a cercare costantemente quella chimera che va sotto il nome di "soluzione elegante". E mi permette anche, al momento opportuno, lo snobismo di rivendicare con cognizione di causa la profondità dello studio necessario al mestiere di grafico, quale mi presento, di fronte a categorie che si considerano titolate a parlare di tutto (imbattibili, nell'onniscienza, i medici e gli ingegneri che hanno fatto il classico). Senza voler fare paragoni ridicoli, Albe Steiner aveva studiato da ragioniere. Paolo Conte è un avvocato, Enzo Iannacci un medico: qualcuno vuole interdirli dalla musica? Mi sembra di ricordare un verso di Charles Bukowski che diceva: "Tutte le volte che ascolti un brano di Borodin, ricordati che era un farmacista..."

stefano asili il 25 ott 06 alle 22:59

  Sono 31 anni che faccio il mestiere del grafico e sono laureato in architettura. Quando ero iscritto al primo anno di architettura, per quei casi strani della vita sono entrato in uno studio di grafica come giovane di belle speranze. Da allora, il mestiere del grafico mi ha dato da mangiare e mi ha fatto tirar su la famiglia. Decisi, sempre allora, di laurearmi in architettura comunque, perché all’epoca in Italia, a Roma, era l’unica facoltà che aveva delle affinità elettive con il mio mestiere.
Comunque, durante questi anni, ho scoperto che se tu dimostri la tua professionalità nel lavoro, anche coloro che non sanno cos’è unl grafico riescono a capire molto bene le specificità culturali e tecniche della professione. Del resto come afferma Stefano Asili, Steiner era un ragioniere… La professione te la costruisci giorno per giorno. Ed esisteranno sempre pessimi medici, pessimi avvocati, mediocri ingegneri, ottimi grafici.
Ho deciso di non partecipare ai concorsi perché non capisco i criteri. In alcuni devi essere iscritto alla camera di commercio (e quelli di noi che sono iscritti all’artigianato?), in altri non devi essere architetto, in altri possono partecipare tutti, in altri devo avere un fatturato di un milione di euro.
Sinceramente non so bene quale può essere la soluzione. Nei concorsi di architettura, possono partecipare tutti coloro che sono laureati in architettura, giovani, vecchi, grandi e piccoli.
Adesso che anche da noi in Italia, cominciano a esserci laureati in materie relative alla comunicazione visiva, si può pensare di fare concorsi aperti a questi soggetti. È per noi vecchietti del mestiere, laureati e non, che AIAP forse dovrebbe trovare un protocollo con chi bandisce i concorsi. Naturalmente a prescindere dagli inciuci vari (tempi corti, restrizioni cervellotiche ecc.): su questo credo c’è poco da fare. E apprezzo che lo sforzo che AIAP sta facendo per cercare una soluzione a questo problema dei concorsi.

massimo brillo il 26 ott 06 alle 12:22

  Vorrei spezzare una lancia a favore della tolleranza e del buon vivere con interessi e prospettive comuni che sono quelli della grafica.

La cultura della grafica in italia fa cagare, porto il mio esempio che per fare grafica ai miei tempi l'unica soluzione era studiare architettura,
ho superato poi brillantemente Progettazione della Comunicazione Visiva e Design Industriale da solo, che sono anche i 2 esami che ricordo con grande nostalgia.

Ed è indubbio che parte dei nostri bravi e famosi grafici 50-60' fossero architetti. devo fare dei nomi? Cerri forse?

Il problema negli '80 (non so ora) che spesso nelle nostre facoltà di architettura, dato il fenomenale casino che c'era,
la gente si organizzava in gruppi (esempio 5 persone) per diversi esami e spesso si firmava per 4 esami dei quali i seminari
nn venivano seguiti, tutto questo perchè le facoltà, per prendere piu' soldi, favorivano la politica dei fuori corso.

Io gli esami me li sono fatti da solo facendomi un cu..o cosi' e con tanta passione e ne vado orgoglioso, perchè ho ancora tanto da rivendere ai cuginetti laureati in gruppo che pensano di poter fare tutto.

Al tempo, e parlo degli anni '80, la strada diversa per fare il grafico era di comprarsi la valigetta piena di strumentini
di plastica comprati al giornalaio per la collana "io faccio il grafico" di De Agostini...sic

Chi ci guadagna in tutto questo sono le scuole private tipo iad che ancora ora fanno miliardi intontendo sti poveri ragazzi e succhiando le loro famiglie.

Qui non esiste ancora una seria scuola di formazione, e il mestiere ce lo siamo dovuto imparare a fatica con l'esperienza.

Comunque ho fatto un piccolo esperimento e sono andato a navigare i siti web dei grafici che sono intervenuti in questo blog con un loro dominio, aldilà dei gusti che sono e rimangono personali, la maggior parte dei loro siti sono innavigabili, pieni di difetti e probabilmente si sono e si stanno perdendo circa il 40%/50% del target. A questo punto mi chiedo da dove venga il pensiero 'ognuno faccia il suo lavoro' dato che certi grafici intervenuti in questo blog non consultando un professionista nel campo della architettura web hanno preferito fare "il fai da te", e mi riferisco anche a chi cita "a list apart" e poi si pubblica con finestre pop-up, ma questo non è un gran problema.

Qualche riga piu' in là' ho letto che i menu dei ristoranti non sono la grafica. Sei stato a londra? Io i menu lì me li sono rubati uno dietro l'altro, ed erano piu' belli uno dell'altro, sicuramnte meglio di tante porcate considerate grafica che vedo in italia, ma questo non è un gran problema, ora sono appesi in una griglia nel mio corridoio.

Voglio spezzare un'altra lancia a favore dei grafici che lavorano nel web, ora siamo molti, diversi bravi e sopratutto incazzati, chi apre un ristorante a londra si rivolge ad un agenzia di grafica per la sua ci, chi apre in italia è grasso che cola se si rivolge all'architetto che gli ha fatto la ristrutturazione o al tipografo dietro l'angolo, stesso discorso vale per il sito web che dovrebbe comunicare la loro offerta, il loro sito web è relegato alla fantasia del loro isp.

Chiudo augurandomi che chi lavora professionalmente nella grafica trovi una strada comune di interessi, di intenti e di sforzi comuni con i suoi colleghi, vorrei non vedere piu' annunci tipo 'cercasi grafici tradizionali esperti che sappiano la differenza delle grazie, esclusi web designer', vorrei non vedere il grafico che abbaia con l'architetto, vorrei non vedere il grafico che usa questo spazio per abbaiare con un suo collega perchè ha fatto un logo con ombra e sfumatura su photoshop facendo il suo compitino in bella

La 'grafica' è un bellissimo mondo proprio perchè si sta connotando con molteplici influenze media, non trinceriamolo dietro le nostre supposte convinzioni. Non abbaiamoci tra di noi, abbiamo molto da recuperare, cerchiamo di mantenere questo mondo aperto, vivo e confrontabile.

david il 01 nov 06 alle 23:02

  Ero uno dei 50 finalisti del concorso per il logo commerciale di Roma. Il concorso, per chi non ne è a conoscenza, si è concluso con un nulla di fatto. Nessun vincitore, nessun premio.
Ho scritto al direttore dell'AIAP affinché il mio, come altri concorsi di quel periodo, avessero un riflettore puntato addosso, ma anche da lui, oltre ad una bella risposta, ho ottenuto solo un nulla di fatto.

Anche questo articolo a mio avviso è aria fritta, dato che noi piccoli grafici non abbiamo la possibilità farci sentire, non avendo né i mezzi né i soldi per farlo, mentre un organo come l'AIAP può istituire un punto di partenza comune e darci modo di partecipare ad un movimento contro il "monopolio della grafica" di cui siamo vittime da un po' tutti noi italiani.

Muoviamoci tutti e sul serio.

Massimiliano Martino il 10 nov 06 alle 16:35

  Finalmente un'informazione sul concorso del marchio commerciale di Roma, anche io avevo partecipato, ma non ho saputo assolutamente più niente...
Ho anche scritto all'assessorato in questione ma non ho avuto nessuna risposta.
Vorrei saperne qualcosa in più.

anna il 20 dic 06 alle 16:32

  Ho partecipato al concorso indetto dal comune di Sondrio più che altro per un affetto profondo che mi lega a quei luoghi da cui la mia famiglia proviene. Concorso definito da Lodovico in un'altra discussione - se qualcuno rammenta - "DEL PIZZOCCHERO". In un momento in cui stavo proprio per controllare sul sito del comune (ente banditore) gli eventuali risultati, vengo chiamata personalmente dal sindaco che gioiosamente mi comunica che ho vinto. Sinceramente basìta, alla fine della telefonata ho pensato a uno scherzo di pessimo gusto di qualche amico burlone, date le mie ostinate convinzioni e perplessità e quant'altro riferibile ai concorsi (a cui masochisticamente, tuttavia, partecipo) tanto che sono andata a controllare che il numero del chiamante sul display corrispondesse a quello del comune. ERA VERO! Ovviamente, a prescindere dall'esiguità del premio che non mi ripagherà neppure le spese di viaggio, sono contentissima. Ancora non sono in possesso del verbale né a conoscenza del numero dei partecipanti. Forse ero sola? O forse il mio progetto ha vinto perché giudicato da una committenza di sostanziali sprovveduti? O, per dirla alla Cerri, di "non vedenti"? Ma che importa? Pare che abbia vinto il concorso "del pizzocchero" e sono stracontenta. Credo che non lo sarei affatto se sapessi che il mio marchietto fosse stato spinto grazie a una combine da qualcuno della giuria.
Sono stata fortunata perché probabilmente ho solo casualmente azzeccato ciò che la giuria voleva. Questo solo per dire che, tutto sommato, perché non partecipare ai concorsi e sperarci? Qualche volta va pure bene. In fondo in fondo talvolta la perseveranza premia, poco, ma premia. O no?
Non ho davvero la presunzione di pensare che fosse il migliore, anche se lo spero.
Giovanna

giovanna il 17 gen 07 alle 14:54

  Siamo lieti che Giovanna sia lieta e non avendo visto il suo marchio (a proposito, perché non ce lo manda?) non abbiamo alcun motivo per credere che la scelta della giuria non sia stata, in questo caso, giusta e oculata. Ma il post sopra a questo commento, trattava un tema generale che ohimè è assai grave e diffuso. I'non vedenti' sono dappertutto e i loro danni, al contrario, assai vistosi.

sdz il 17 gen 07 alle 19:45

  Mi riallaccio a qualche post più in alto... perché se dici "medico" le persone capiscono che lavoro fai? Perché i medici fanno le cose importanti: ci fanno vivere, nel senso pratico del termine. e se dici "avvocato" capiscono, perchè gli avvocati fanno le cose importanti: stai nella cacca e con un cavillo legale ti salvano il fondoschiena... ecco perchè capiscono. se dici grafico non capiscono, perchè il grafico in Italia (nel mondo?) non fa le cose importanti... gioca. tanto la creatività è per tutti… tanto chi non può avere un'idea? Il vero problema è avere idee (buone) ogni sacrosanto giorno. il vero problema è che manca la CULTURA della grafica, intesa come forma primaria di comunicazione. fare un logo in se non serve a nulla, ma se inserito in un PROGETTO (altra parola misteriosa) allora si che fa la differenza... noi grafici dovremmo capire che per Giggino il barbiere un logo è inutile. e forse lo è anche un concorso per un logo, se il logo non è inserito e sviluppato con una strategia. e poi dovremmo ammettere che non serve SEMPRE comunicare: è inutile mettere la freccia in macchina (comunicazione visiva!) se in giro non c'è un'anima. è utilissimo, invece, se c'è qualcuno per evitare un brutto incidente... impariamo che i “non vedenti” ci saranno sempre, perché la grafica possono farla tutti, per sua natura (i primitivi facevano grafica). La buona grafica, invece, non possono farla tutti, ma solo chi ne capisce: siano benvenuti gli architetti, i ragionieri e gli spazzini illuminati. La grafica in se non è elitaria, ma popolare. Spieghiamo al Cliente i perché e i percome di un progetto, e vedrete che nessuno poi, si farà il logo da se. Ci sarà cultura. Alleluia alleluia! Esattamente come nessuno si opera al cuore da solo, nessuno si difende in tribunale da solo, etc etc

Stefano De Carlo il 28 feb 07 alle 14:25

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