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design e cultura quotidiana

Max Huber

L’aneddoto iniziale è celebre e significativo: il giovanissimo Max Huber che visita lo studio di Antonio Boggeri, Milano 1940, e gli lascia il proprio biglietto da visita. Sono alcune volute intrecciate a spirale. Boggeri lo guarda per qualche istante prima di accorgersi che non si tratta di una stampa ma di un biglietto disegnato a mano. Qualche giorno più tardi assumerà Huber nel proprio studio e quella prima occasione di contatto, la spirale, diventerà il pannello di presentazione dello Studio Boggeri.


Il bel libro che Stanislaus von Moos, Mara Campana e Giampiero Bosoni dedicano all’opera di Max Huber, e che esce contemporaneamente in italiano e inglese per Phaidon, parte da questo aneddoto per ricostruire comunque il gioco delle influenze e dei rimandi che il giovane Max ebbe a ‘subire’ nel corso della sua formazione e che poi, diventati linguaggio, saranno la sostanza della sua opera artistica e professionale.

L’arte concreta di Max Bill e la Nuova Tipografia, il rifiuto del concetto stesso di ‘ornamento’ nella comunicazione, la fotografia come artefatto espressivamente 'nuovo', la tendenza a trasformare ogni prodotto grafico in momento essenziale e dinamico.
Con Max Huber la grafica arriva ad una delle vette più consapevoli e definitive del Novecento. Gli elementi compositivi assumono con lui una espressività viva, sono momenti essenziali di equilibrio. Le forme geometriche, le dinamiche ascensionali delle immagini, il movimento fotografico, sono fattori che tendono a agire sinotticamente all’interno della pagina. Si richiamano in certa misura, ma senza alcuna retorica, i miti della velocità tanto cari al futurismo italiano, ma ci si lega anche alle tematiche suprematiste e costruttiviste. L’amore per il colore, per l’intrecciarsi e il sovrapporsi delle forme, definisce poi lo stile maturo e la personalità dell’artista. Personalità semplice e complessa, come si vede; semplicemente complessa.

L’opera di Max Huber ci appare sterminata e, come detto, tocca molti punti nodali della cultura visiva del novecento italiano e europeo. Bene perciò hanno fatto gli autori del volume a dedicare due approfondimenti ad alcuni degli ‘episodi’ topici dell’operare del nostro: l’esperienza ‘milanese’ e le archigrafie espositive.

Milano non fu solo per Huber un luogo di lavoro. La città di quel secondo concitato dopoguerra era infatti un tessuto di relazioni dove ci si poteva confrontare sulle tematiche politiche, dove la grande industria comunicava una propria visione del mondo senza limitarsi alla mera offerta di merci, dove la cultura poteva scoprire vie nuove e riallacciare i nodi con le vecchie. Un ambiente ideale per un giovane designer attento. C’era molto da fare, l’ambiente permetteva di fare, le occasioni frizzavano spumeggianti. A scorrere oggi quegli 'artefatti comunicativi' si legge in filigrana la storia della ricostruzione, gli entusiasmi e le disillusioni, i successi, le sconfitte, i cambiamenti di rotta. Si legge un’epoca che della 'passione del fare' aveva innalzato una specie di bandiera. E Max Huber, svizzero per nascita e formazione culturale, di questo fervere fu uno degli interpreti principali per più di quarant’anni. Capace - è stato sottolineato in altro momento - di disegnare i più bei manifesti per l’autodromo di Monza, lui che non ebbe mai nemmeno la patente.

Inserito da ra.des | 24.11.06 | (2) | Maestri della grafica | stampa |




commenti:

  salve!
qualcuno ,per favore , ha materiale inerente l' opera costruita dallo studio di Max Huber : M.A.X. museo a Chiasso?
grazie mille

barbara il 12 gen 07 alle 22:21

  buongiorno..
sto cercando qualche info utile sul logo dell'esselunga (disegnato nel 58 da Max Huber)per una tesina di semiotica.
potete aiutarmi??

alessandro il 14 set 07 alle 14:56

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Copertina e doppie pagine interne del volume Max Huber, di Stanislaus von Moos,
Mara Campana e Giampiero Bosoni,
edito da Phaidon 2006. Euro 75,00.  

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