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design e cultura quotidiana

L’ultimo viaggio di Professor Bad Trip

Carlo Branzaglia

Sabato 25 novembre si è spento per un infarto Gianluca Lerici, alias Professor Bad Trip, il disegnatore (e poi pittore) principe dell’immaginario visionario italiano. Lerici, nato nel 1963 a La Spezia, è stato uno di quei rivoluzionari dell’immaginario le cui tracce possiamo trovare sparpagliate in miriadi di produzioni mediali, on e off, mainstream o meno, tanto per usare termini che Gianluca stesso ha col suo lavoro reso pressoché desueti. Il suo stile, definito psychopunk, evocava visioni cyber con una durezza che sicuramente aveva le sue origini in quel movimento punk, appunto, nel quale Lerici esordì giovanissimo, anche come musicista; e che pure nella tavolozza cromatica dei suoi quadri mantenne intatta la sua virulenza.
Ma nelle sue immagini in realtà gli influssi erano ben mescolati: o meglio, la pratica quotidiana del disegno (e poi della pittura) aveva permesso al nostro non di assorbire, ma proprio di possedere sul piano della attitudine psicofisica la pregnanza di questo stile o quell’altro, di questa tecnica o quell’altra, di questo supporto o quell’altro. Gianluca era un uomo della pratica, felice ne produrre, con una vivacità produttiva sconcertante che lo portava a creare, riusare, riadattare in continuazione (chi poteva meglio di lui fare Il pasto nudo a fumetti?). I telai serigrafici autocostruiti, le magliette stampate, le autoproduzioni editoriali testimoniano la predominanza del fare, inteso come mezzo per mettere a punto, e poi dispiegare, una sapienza operativa, una arte pratica. Unico modo per capire l’incredibile complessità, e soprattutto l’incredibile ‘tenuta’ sul piano compositivo, delle sue esuberanti immagini.
E di sapienza effettiva si trattava: non amando molto il ruolo del conferenziere, chi l’abbia sentito parlare delle storie delle arti ‘altre’ che tanto lo appassionavano sa di quanta competenza fosse capace, e di quale capacità di ricostruire filiere di immagini; proprio perché ne aveva già avuto la coscienza operativa, rileggendole con il proprio stile. C’è il vaudeville nell’immaginario di Gianluca, il circo, non solo il punk o la psichedelica. Troppo facile, altrimenti. E se ne era accorto un nume tutelare dell’arte off, Robert Crumb. E, paladino di una pratica militante del segno, Lerici non ha mai sottolineato in alcun modo il suo ruolo autoriale. Quasi una solenne distaccata indifferenza lo coglieva una volta concepiti i suoi lavori: non che li rinnegasse, ma nessuno fu più lontano di lui dall’autore preoccupato a rivendicare o borbottare su esiti, edizioni (fatte da altri), distribuzioni , allestimenti, comunicazione della sua opera.
Per cui, che fossero sulle pagine di una rivistine iper-off; o sulle copertine della Mondadori; che fossero effettivamente perfettamente riprodotte o che avessero qualche sbavatura; beh, non c’era poi molta differenza; nulla di cui dannarsi. Tanto, e forse questo lo sapeva, il suo modo di lavorare era assolutamente inconfondibile. E il suo immaginario potentissimo. Così, accadde nel 1992 di trovarsi a Vittorio Veneto (non esattamente la capitale dell’impero) circondato da ragazzini che lo adoravamo, in una personale allo spazio Mu; così come accadde che si trovasse a fare copertine, e a pubblicare un volume, con Mondadori, dopo l’incontro con Giacomo Callo art director di Mondadori Libri, altro spezzino, esempio raro di sensibilità e attenzione. Ma la sua ultima mostra, ancora aperta (Greeting from the Hell, dedicato otto ‘dannati’ morti, da Bakunin a Hendrix), è al Conchetta di Milano, luogo di adozione (Shake inclusa), di comunanza di amicizie e non solo di progetti. La sua sede metropolitana, lui, che più di ogni altro sembrava provenire da qualche slum ipercittadina, e che invece se ne stava a La Spezia, dove poi si era trasferito dopo aver vissuto a Castelpoggio, minuscolo borghetto sopra Carrara. Lì aveva sede l’Organic Mutation Institute: lui e Jenna, ovvero Jeanmarie Filaccio, compagna di vita e di opere, autrice di spettacolari organismi biomorfi e mutageni in bianchissimo marmo di Carrara.
Una poetica comune, la loro. In una risposta a una intervista Gianluca usava la metafora del fungo per descrivere il concetto di ‘pop underground’: spore della cultura popolare che germinano e danno vita ad altri funghi, pronti poi a generare altre spore. Un circuito ciclico dove alto e basso, on e off non esistono; esite un processo di ibridazione e fecondazione reciproca. Un processo osmotico.

Inserito da gianni sinni | 28.11.06 | (3) | Notizie | stampa |




commenti:

  azz!
era da anni che lo conoscevo come prof. bad trip e non avevo mai saputo il suo "vero" nome.

suona un po' fuori luogo, ma fa piacere che sdz si occupi anche di questo tipo di personaggio. e non dico altro perché l'articolo contiene già tutto.

tito il 28 nov 06 alle 22:19

  buon viaggio prof!

s il 29 nov 06 alle 10:10

  Lui sì che era il più figo di tutti!
ma ve le ricordate che belle le figurine di Rumore?

E le copertine dei romanzi di Ammaniti?

elvira il 29 nov 06 alle 17:35

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