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Il Presepio popolare napoletano

Si è fatto un gran parlare di presepi negli ultimi tempi, a dritto e rovescio, nel politicamente e non politicamente corretto, nel toglierlo o metterlo, amarlo o temerlo.
Il Presepio, naturalmente, non c'entra nulla in questo isterico e, a volte, demenziale dibattito pre-politico. Si è parlato di difesa della tradizione (contro il barbaro invasore, si legge tra le righe!) ma siamo sicuri che questi arcigni difensori delle radici abbiano davvero idea di quello di cui vanno cianciando? Basta entrare in una qualsiasi chiesa del centro-nord. Nel presepio c'è in genere di tutto: miserevoli giochi di luce e d'acqua, buttati a casaccio, deserti uso olografia da mille e una notte 'de noantri', grotta o capanna a scelta, statuine recuperate in qualche polverosa sacrestia, new entry acquistate all'UPIM, quando ancora le vendeva, addirittura qualche pokemon o le sorpresine degli ovetti kinder. Più naturalmente tutto quello che un'operosa fantasia da adiuvante di parrocchia escogita e fa preparare ai bambini del luogo, dalle figurazioni fatte con la pasta, alle lampadine dipinte, ai pezzetti di ferro ecc. Ma, si dirà, è in questo bric a brac (che noi pensiamo incolto e demenziale, senza capo né coda), che risiede il fascino della tradizione! Eh, no. La Tradizione, proprio per definizione, appoggia su modi e documenti certi, ha una logica, una storia e uno sviluppo. Forse non dappertutto. A Napoli però, solo per fare un esempio, si sa perfettamente cosa sia il Presepio, quali i significati delle figure, quale la storia di riferimento. Allestire oggi il presepio, quindi, in quella città non è solo ripetere un rito melenso attorno a cui mangiare una fetta di panettone, ma rispettare e rinnovare un problema iconografico.
La Cantata dei Pastori

La Cantata dei Pastori ha un titolo barocco, pomposamente lunghissimo e rinunceremo a trascriverlo, tanto è universalmente nota con l’abbreviazione d’uso. Fu scritta alla fine del Seicento (1698) da Andrea Perrucci e da allora, da più di tre secoli, è continuamente rappresentata, rimaneggiata, riscritta. Si potrebbe dire che la ‘tradizione della Cantata’ è la ‘tradizione delle Cantate’ perché poi, nel tempo, ogni compagnia di quartiere, di paese, di parrocchia, ha elaborato una sua ‘lezione’ e dato inizio a una propria tradizione interpretativa. Ultimo e più illustre Peppe Barra, che aveva già interpretato la Cantata insieme a Giovanni Mauriello e la Nuova Compagnia di Canto Popolare alla fine degli anni ‘70, nella versione di Roberto De Simone, e che, oggi, la incide finalmente in cd, con la revisione musicale di Lino Cannavacciuolo.

La Cantata dei Pastori è la storia delle traversie di Giuseppe e Maria per giungere al censimento di Betlemme. È un viaggio duro e vengono accompagnati da due figure popolari napoletane, Razzullo, scrivano napoletano assoldato per il censimento, e Sarchiapone, ‘barbiere pazzo e omicida’, maschera ispirata quasi direttamente dalla tradizione popolare dei Pulcinella e antesignano di Felice Sciosciammocca.
Sarchiapone è proprio la cartina di tornasole di quello che andavamo dicendo, della superfetazione e sovrapposizione, cioè, delle tradizioni delle Cantate. Il personaggio di Sarchiapone non esisteva infatti nella versione originale di Perrucci, fu introdotto per rendere meno paludata la rappresentazione, per adattarla al gusto ‘secolare’ del pubblico e via, via, con le successive versioni, si è andato ritagliando un ruolo sempre più importante.

La Cantata dei Pastori viene rappresentata ancor oggi e ancor oggi ogni rappresentazione ha un suo testo, suoi personaggi e attori di riferimento. Racconta Roberto De Simone che Elio Polimeno prendeva le ferie dal suo lavoro di marinaio per essere tutti gli anni a Torre del Greco, tra dicembre e gennaio, e mettersi nei panni del diavolo Belfegor: “Pigliammo o’ costume: maglia rossa aderente, guarnizioni di metallo cu catene dorate, e quanno dico: «Spalancatevi abissi!» ‘e catene fanno nu ddio ‘e burdello. Po’ s’appiccia ‘a lampa ‘e pece greca e io esco. N’asciuta meglio ‘e chesta? E vire che burdello fanno ‘e ccriature. «‘O Riavulo! ‘O Riavulo!» Allora faccio ‘a faccia brutta, comm’a chella che tengo...

Ecco che quindi la tradizione iconografica del presepio popolare napoletano è certa e facilmente accessibile. I personaggi hanno un nome e un ruolo (e le statuine lo rispettano) perché Andrea Perrucci lo ha scritto e perchè tre secoli di rappresentazioni lo hanno trascritto e rappresentato.
Anche la struttura scenografica e compositiva del presepio popolare napoletano è direttamente influenzata dalla Cantata dei pastori che mescola il suo narrare con quello dei vangeli apocrifi e con altre tradizioni popolari del sud, a metà strada tra il cristiano, il pagano, il magico.
Tutto si costruisce su un monticello di sughero e legno a più strati (lo ‘scoglio’) che, con la sua struttura piramidale, suggerisce lo svolgersi della storia e condiziona i personaggi nel loro viaggio che è un viaggio iniziatico vero e proprio, con il Castello di Erode posto in alto e la capanna del pastore e del pastorello addormentato (Armenzio e Benino nella Cantata) poco più in basso.

La strada che scende attraversa villaggi operosi di artigiani e venditori, piazze occupate da carretti di frutta, di pesce, di formaggi; nel mezzo dell’abitato non è infrequente trovare, mescolati, gli attori di una mitologia profana (Pulcinella, la Vecchia del Carnevale, il Turco Napoletano, o’ Pazzariello...). Le interpretazioni magiche del presepio napoletano insistono nel collegamento con un rituale del culto dei morti, che la nascita miracolosa esorcizza. Tutte le stradine e scalette che conducono pastori e popolani dallo scoglio verso la grotta santa e le due grotte laterali (quella dell’Osteria, dove è spesso oste e commensale Belfegor, il diavolo tentatore, e quella di Cicci Bacco con il suo il carro di vino), sono in discesa: verso un baratro, ove, alla fine del groviglio dei vicoli, si porrà l’alternativa della elevazione o della condanna, dei piaceri sensuali o della redenzione. Chi conosce la topografia partenopea, che degrada lentamente dal ‘monte di Napoli’, ove sorgeva l’antica acropoli, su un terreno tufaceo sforacchiato di grotte e catacombe, non tarderà a rendersi conto della familiarità dello scoglio.

Molti sono gli ostacoli che Giuseppe e Maria (aiutati dal cacciatore Cidonio e dal pescatore Ruscellio, oltre che da Razzullo e Sarchiapone attirati dal miraggio di una colossale abbuffata nella grotta/bettola) dovranno superare prima di trovare rifugio nella grotta della Natività.
Ed è naturalmente conseguente il lieto fine, la salvazione dell’umanità dal peccato e il ritorno di Belfegor, sconfitto, nel suo mondo infero di fiamme e zolfo. Fino all’anno prossimo, quando anche lui, vecchio diavolaccio impunito, potrà tornare a raccontarci la storia infinita della lotta millenaria tra Bene e Male. Un grande archetipo, non c’è che dire!

Bibliografia essenziale

- Roberto De Simone, Il Presepio popolare napoletano, Einaudi 1999.
- Roberto De Simone, La Cantata dei Pastori, Einaudi 2000.
- Andrea Rauch, Alessandro Savorelli, Storia di Natale, Protagon, 2001.
- Peppe Barra, La Cantata dei Pastori, cd con musiche di Lino Cannavacciuolo, Marocco Music.

Inserito da ra.des | 14.12.06 | (4) | Grafica popolare | stampa |




commenti:

  Grazie per le notazioni storiche, estremamente interessanti.
Soprattutto ho imparato che Sarchiapone non è solo uno sketch di Walter Chiari...:-))

Luposelvatico il 14 dic 06 alle 10:10

  Aggiungerei agli altri già citati testi: "Il sole e la maschera" dell'indimenticato Annibale Ruccello ed. Guida (1976?)e l'edizione televisiva per la RAI de "La Cantata dei Pastori", regia di Roberto De Simone (1976), con Peppe Barra (Razzullo), Giovanni Mauriello (Sarchiapone), Fausta Vetere (Maria), Isa Danieli (arcangelo Gabriele), Mario Merola (Belfagor), Patrizio Trampetti (Ruscellio), Virgilio Villani (Cidonio), Franco Iavarone (il taverniere), Orazio Orlando (Belzebù), Giovanni Coffarelli e tantissimi altri interpreti, incluso il maestro nel ruolo di S. Giuseppe. Indimenticabile rappresentazione!

Peppe il 14 dic 06 alle 13:57

  Per quanto riguarda l'edizione televisiva del '76 con la regia di De Simone, ho cercato inutilmente di rintracciarne una copia. La Rai mi contattò per invitarmi ad un programma del mattino per farmelo visionare, a seguito di una mia richiesta, ma poi non mi fece sapere più nulla. Ho paura che la registrazione possa essere andata perduta. Qualcuno sa dove o a chi rivolgersi per saperne qualcosa?
Grazie

Rosario il 27 nov 07 alle 16:03

  Ho recitato per anni la Canta dei pastori.
Ho cominciato facendo la parte di Benino
e, quando sono cresciuto, Cidonio.
Erano gli anni '50. La filodrammatica si riuniva nei locali di un'associazione cattolica. Le donne non erano ammesse, perciò la Madonna la facecva un ragazzo di bell'aspetto.
Altri tempi. Altra semplicità. Ma la partecipazione di grandi e bambini era tanta.

antonio antignano il 30 dic 07 alle 17:53

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Il Presepio napoletano di Angelo Rossi.
Sotto: Il 'presepio del popolo' di Umberto Jannaccone e due immagini di Gennaro Vallifuoco per 'La Cantata dei pastori'
di Roberto De Simone (Einaudi).  

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