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design e cultura quotidiana

Writers a Milano

Diverse volte ci è capitato di affrontare l'argomento del writing urbano, altalenando i giudizi e i commenti controversi. Il writing è un fenomeno complesso e quanto mai vasto, soprattutto, a più di trent'anni dalla sua nascita nelle metropoli americane, un'esperienza che non accenna a diminuire, piuttosto il contrario.
Il graffiti writing è una delle più ramificate sottoculture odierne, di cui è difficile comprendere la complessità dall'esterno.
Sono appena usciti due libri che presentano una rassegna documentata e ragionata del writing milanese e che sono sicuramente un utile strumento di approfondimento del tema della street art.
Mi name is. Writers a Milano e Street virus. Dalle lettere agli sticker (con copertina dipinta a mano) sono i due volumi, editi entrambi da ready-made, usciti da poche settimane con i quali è possibile seguire l'attività illegale (il writing è spesso perseguito nella fattispecie del reato di danneggiamento, art. 635 CP) e quella autorizzata (la Bovisa, il sottopasso di Villapizzone, il Politecnico) delle crew milanesi.
Un territorio, quello della città lombarda, che da diversi anni è stato reso sempre più ostico per i writers da un'amministrazione che ha fatto della pulizia e dell'ordine urbano uno dei suoi cavalli di battaglia.

Ma l'arte urbana non è la causa del degrado ambientale, bensì la risposta. Una risposta che con forza e provocatoriamente cerca di riappropriarsi dei muri e degli spazi pubblici contendendoli all'onnivora invasione pubblicitaria. Siamo talmente assuefatti, ci dicono i writers, ad uno spazio visivo che, nelle città, ci propina ogni sorta di stupidaggine di marca, da considerarlo la normalità.

Quello che, presentando i volti, le interviste e l'opera dei writers, si auspicano gli autori è un radicale cambio di mentalità che permetta di comprendere appieno il significato delle tags murali e l'inutilità delle crociate inneggianti al grigio uniforme.

Il writing, per tornare al merito dell'arte urbana, è qualcosa che va al di là di una singola definizione, è un linguaggio che si modula in un'infinità di stili e le due pubblicazioni ne testimoniano il panorama: dal grafismo di D*face, alla calligrafia di Rebel Ink, dal mondo fumettistico di Alexone alla psichedelia dei Krudality crew.

Mi name is. Writers a Milano, ready-made, Milano 2006.

Street virus. Dalle lettere agli sticker,a cura di Alessandro Mininno, ready-made, Milano 2006

Inserito da gianni sinni | 22.12.06 | (12) | A stampa | stampa |




commenti:

  Anche se non sono esperta in questo campo artistico, posso dire che il writing urbano non è un male per la società ma una "nuova" forma d'arte che deve essere seguita e capita, per poi giudicarla... questo l'ho capito grazie al viaggio che ho fatto a Barcellona, si può capire come diversi tipi di arte possono convivere senza problemi...purtroppo non tutte le persone la pensano così...ma sono sicura che facendo questi libri e ulteriori incontri la gente, con molta pazienza, potrà rivedere la loro opinione su questo argomento.

lella86 il 22 dic 06 alle 09:16

  Sono appena tornato da un viaggio in nord europa (Bruxelles e Amsterdam). In queste città è impensabile trovare un muro con un murales, sembra tutto perfetto. Sembra che l'ordine pubblico prevarichi su tutto, l'educazione civica sia diffusa e che il senso d'appartenenza al luogo sia primordiale. Ma è anche vero che il grigiore cittadino e la freddezza urbana sono elementi inconfondibili. Con questo voglio dire che non c'è niente di male a "macchiare" i muri con strani disegni. Non trovo nulla di strano a comunicare (quando le altre forma di comunicazione non me lo permettono neanche) con un disegno un disagio, un'accusa, una protesta, una provocazione, ecc. Lunga vita alla street art. Lunga vita a qualsiasi linguaggio sociale.

luciano il 22 dic 06 alle 10:51

  non sono così sicuro che i writers (il writing si dice?) siano, come si diceva un tempo: in ultima analisi, la risposta al degrado. cioé, non fondamentalmente. perché in fondo, temo, l'operazione del writing potrebbe essere ricondotta ad altre operazioni estremamente simili presenti in contesti e culture differenti dove il termine degrado urbano non avrebbe senso. se ci pensiamo i writers usano un linguaggio fortemente convenzionale (le differenze le percepiscono gli esperti) e quasi omogeneo. esattamente come in certi paesi africani le donne dipingono le case di terra con colori sgargianti rispettando, nelle variazioni, dei codici convenzionali. o no?

dc il 22 dic 06 alle 11:11

  Sicuramente il linguaggio dei writers ha delle regole, le stesse regole che hanno altre forme di comunicazione. Ma la cosa interessante, secondo me, è il fatto di essere un linguaggio fortemente sociale connotato da una voglia di trasmettere messaggi ai poteri alti della città. E' semplicemente un modo di gridare: ci siamo anche noi!!!

luciano il 22 dic 06 alle 11:37

  e io mi chiedo: perchè? Perchè dover ribadire la propria presenza? In fin dei conti esistete già, mangiate bevete camminate consumate, siete già parte integrante della società, i pensionati si mettono a fare graffiti? per dire che ci sono anche loro? poi il grigiore combattuto con il colore. Io vado spesso ad amsterdam, e non mi sembra per niente grigia e squallida, vedi? punti di vista. Risposta al degrado poi, ma sopratutto, rabbia? classi sociali emarginate? io ne conosco di writers, non mi sembrano ne arrabbiati ne emarginati, anzi. Per finire: il lingiaggio dei writers ha delle regole, le stesse dia altre forme di comunicazione, io semmai vedo uno stile, e poi alcune copie dello stesso, un altro stile, e altre copie, ognuno, da artista, deputato ad arricchire la città si seglie il suo. Dichiarando, questo merita di essere visto da tutti. Eh già, ma io preferirei di no

db il 22 dic 06 alle 15:37

  da ex-writer posso dire che in giro si vede molto più vandalismo che arte. e poismettiamola di mettere in parallelo la voglia di emergere/comunicare con il disagio sociale.
sapete quanto costano le "bombolette"? io dio che un "disagiato sociale", quelli che una volta si chiamavano proletari manco possono permetterselo (economicamente) di avere una "passione" del genere: troppo costosa. e aggiungo troppo da fighetti. anch ein quell'ambiente ch epuò sembrare il massimo dell'underground ci sono le marche di tendenza, il tipo di sneackers alla moda per non parlare della marca delle bombolette e della tecnica per spruzzare vernice in ogni dove. la maggior parte di questi ragazzi scimmiotta una moda, cerca un'appartenenza... e poco altro.
ripeto, c'è molta feccia in giro, quelli bravi, quelli che meriterebbero kilometri di treni e muri sono una sparuta minoranza, da difendere. da difendere soprattutto da quei vandali che degradano il paesaggio urbano, professando una qualche forma di libertà con la pretesa di fare arte.

herborize il 22 dic 06 alle 22:17

  io da ex(?)writer aggiungo che anzi il vandalismo come fenomeno sociale è molto più interessante delle forme d'arte(?) che da esso si sono sviluppate. con questo intendo dire che all'origine del writing probabilmente ci sono gli aspetti che di esso generalmente vengono rappresentati come deleteri - un vandalismo che, lungi dall'essere fine a sé stesso o espressione di una qualche critica sociale, serve solo all'affermazione dell'individuo rispetto al contesto in cui si muove.
ma all'interno della scena nessuno esprime una particolare posizione sul rapporto ci debba essere fra questo aspetto e il successivo sviluppo di forme artistiche che da esso derivano, e generalmente le cose convivono senza una particolare soluzione di continuità, checché ne dicano le anime belle che tentano di scremare i buoni (gli "artisti") dai cattivi (i "vandali").
quello che poi trovo interessante è l'intreccio quasi perverso fra writing e comunicazione commerciale, o meglio come quest'ultima si sia servita spudoratamente di tecniche e contenuti del primo, senza che questo abbia mai sollevato particolari proteste. un esempio per tutti: senza il writing non sarebbe probabilmente venuto in mente a nessuno di usare l'esterno di treni, tram e autobus come supporto pubblicitario. questa pratica è nei fatti, o nei danni (saturazione dello spazio comunicativo, disturbo visivo etc.), equivalente al "vandalismo", ma nessuno sembra avere niente da ridire: come mai? forse perché troviamo molto più rassicurante l'idea che una qualche azienda X dia dei soldi a un'altra azienda Y per realizzare le sue reclame su un supporto Z, veicolandoci un qualche messaggio che tutto sommato possiamo percepire, credere di ignorare, archiviare, piuttosto che sconosciuti "criminali" che si infiltrano in zone proibite per "danneggiare" la nostra "roba", e per di più producendo degli sgorbi incoprensibili.
tornando alla comunicazione commerciale va detto inoltre che i writer più furbi (non per forza i più bravi), lungi dal prendersela per questa generale disonestà, la percepiscono come un possibile sbocco per fare di una passione una professione (e questo lo può notare chiunque abbia un minimo in mente gli sviluppi delle tecniche pubblicitarie degli ultimi dieci anni).
alla fine della giostra il writer rimane quello che si consumerà le meningi, spenderà i soldi (e, checché ne dica herborize, ne conosco anche parecchi che di soldi non ne hanno tanti, ma che li spendono praticamente tutti nel writing), rischierà la fedina penale e spesso l'incolumità fisica, il tutto per fare da battistrada alle campagne della nike e compagnia bella.

dal mio canto provo più simpatia per un sincero vandalismo che per un'arte ammiccante.

tito il 23 dic 06 alle 16:14

  l'arte non deve essere ammiccante. e non deve essere tante altre cose. ma il vandalismo rimane: che forma d'arte è una tag spruzzata su di un monumento secolare o sui muri di un palazzo antico? sei i writers pretendono di fare arte allora dovrebbero anche cominciare a tutelarla.

herborize il 24 dic 06 alle 01:09

  infatti se leggessi quello che ho scritto con un po' più di attenzione noteresti che non sostengo in nessun punto che le tag sui momenti siano una forma d'arte, bensì che il dare dell'arte al writing sia qualcosa che viene dall'esterno del writing stesso, che l'arte sia una categoria estranea al writing.
per me la domanda rimane: perché di fronte al lavoro di un writer ognuno, come poche righe più su db, rivendica il diritto di non esserne spettatore, mentre lo stesso non succede per la comunicazione commerciale, anche la più invadente?

tito il 24 dic 06 alle 14:08

  Per noi è arte è cultura
BRM crew
www.bierremme.com

SKAR il 05 gen 07 alle 09:23

  ...
Il writing è stile,divertimento,passione...
nessuno può fermarlo...
ne multe catastrofiche,ne buffing indemoniati...
Stile.

cresa il 24 gen 07 alle 22:11

  *non si scrive sulle case,
*non si scrieve sulle chiese e luoghi di culto,
*non si scrive sulle scuole,
*non si scrive sulle macchine,
*i pezzi non devono essere volgari,
*non devono incitare a rivolte o discriminazione,
*gli sbirri vanno lasciati in pace,
*i vandali nn vanno coperti e nn ci deve essere pietà e omertà per loro,
*non si coprono i pezzi degli alti writes o crew.
Queste sono le 10 regole che ogni writer, se dipinge per passione, segue poi ci sono i cosi detti toy, i pivelli, alcuni di loro diventano writers cn le palle sotto altri optano x il vandalismo. il writing c'è sempre stato, il writing non morira mai, il writing è nato quando è nato l uomo, non confondeteci cn i vandali!
=SiD=

sid il 15 feb 07 alle 21:05

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