Esportare censure
Il volume dell'Art Director Annual 85, la pubblicazione dell'Art Director Club americano, appena uscito in questi giorni, passerà alla storia per una pagina rimasta in bianco a causa della censura imposta all'immagine che lì avrebbe dovuta essere stampata. Si tratta di un significativo caso di esportazione di censura che merita qualche riflessione.Il volume è stato stampato in Cina ed il problema è nato al momento in cui il tipografo cinese si è rifiutato di mettere in macchina la pagina che conteneva i due poster premiati di Tommy Li, un grafico di Hong Kong, che riproducevano Mao con la maschera da Batman. A nulla sono valse le proteste dell'editore. Il tipografo, terrorizzato dal fatto che le autorità cinesi avrebbero potuto chiudere la sua azienda, non ha acconsentito alla stampa.
L'Art Directors Club della liberissima america ha dovuto perciò – non c'erano più i tempi tecnici per spostare la stampa da un'altra parte – accontentarsi di un'edizione censurata del proprio volume cui aggiungere un foglio stampato in patria con il lavoro mancante.
Ci racconta la storia Steven Heller con un articolo su Voice, nel quale riporta anche una sua precedente esperienza con la censura cinese. In occasione dell'uscita della prima edizione cinese di un suo libro, Genius Move: 100 icons of Graphic Design, sfogliando il volume si accorse che alcune immagini apparivano inspiegabilmente pixelate in modo da renderne illeggibile il contenuto. Si trattava di un poster tedesco antibolscevico del 1919 ("Il Bolscevismo porta guerra, carestia e disoccupazione") e di tre manifesti fascisti del 1932. Evidentemente il censore cinese ha ritenuto che anche parole scritte in italiano e in tedesco (lasciamo stare che si tratta di immagini storiche) avrebbero potuto essere di pregiudizio all'ideologia di stato.
La sensibilità censoria cinese è particolarmente attenta a due temi: la fotografia di nudi insieme a qualunque soggetto artistico a carattere sessuale e gli affari politici interni (Tibet, Taiwan, Falun Gong). Lo stesso Heller ammette di non aver avanzato, allora, proteste ufficiali considerandolo un segno di diversità culturale.
Si tratta di un tema delicato (vedi a proposito quanto detto per l'Iran) e su cui si fanno sentire posizioni contrastanti. Lo stesso direttore dell'Aiga, Ric Grefé, pur ritenendo odiosa la censura sostiene che abbandonare i contatti con la Cina in nome del rispetto della libertà di parola e dei diritti umani non porterebbe ad alcun giovamento nel paese e priverebbe la comunità dei designer di un proficuo scambio di idee.
Il mantenimento di rapporti culturali e professionali con paesi sottoposti a regimi dittatoriali è senz'altro indispensabile, ma bisogna stare molto attenti a non avallare politiche repressive e censorie per il rispetto che è necessario portare ai cittadini di quei paesi e a se stessi.
D'altra parte, non sembra per lo meno discutibile che importanti case editrici accettino di essere complici nell'"esportazione" della censura cinese per esclusive motivazioni economiche (costa meno stampare in Cina che in altri paesi)?
Inserito da gianni sinni | 02.02.07 |
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commenti:
il sottosviluppo culturale di tanta parte di mondo dipende anche e sopratutto dalla concentrazione di sfruttamento che la liberissima america impone. scandalizza, e deve sempre scandalizzare, di più lo sfruttamento di manodopere a basso costo da parte delle multinazionali della libertà.
anto il 06 feb 07 alle 10:48
quoto, straquoto, iperquoto Arlon.
se avessero fatto il lavoro a casa, non avrebbero subito questo pessimo trattamento editoriale.
la prossima volta mi auguro che daranno lavoro al vicino di casa, invece di ammangimare degli stampatori cinesi censori o per convinzione o più semplicemente per paura.
possiamo del resto biasimarli? il lettore europeo e/o americano non si trova la polizia politica in casa, una volta che ha acquistato il volume.
ma il tipografo cinese, si.
il che non toglie che un po' di sano lavoro a casa "nostra", oltre che essere più libero rende migliore la nostra stessa società, creando più occupazione.
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se avessero fatto il lavoro a casa, non avrebbero subito questo pessimo trattamento editoriale.
la prossima volta mi auguro che daranno lavoro al vicino di casa, invece di ammangimare degli stampatori cinesi censori o per convinzione o più semplicemente per paura.
possiamo del resto biasimarli? il lettore europeo e/o americano non si trova la polizia politica in casa, una volta che ha acquistato il volume.
ma il tipografo cinese, si.
il che non toglie che un po' di sano lavoro a casa "nostra", oltre che essere più libero rende migliore la nostra stessa società, creando più occupazione.
Furio Detti il 09 feb 07 alle 04:29
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Arlon il 02 feb 07 alle 17:49