Educarli da piccoli
Franco Achilli / A+GBuongiorno a tutti, non partecipo mai a questo genere di commenti, ma ogni tanto mi viene segnalata la vivace discussione in corso e leggere l'opinione di tanti appassionati colleghi mi fa molto piacere.
In più, il tema è per me bruciante per più di una ragione.
Anch'io sono rimasto deluso dalla scelta finale compiuta sul logo italia, e non solo perché il mio studio ha partecipato e ha perso (succede, quando si concorre in una gara) ma soprattutto perché - come giustamente qualcuno ha osservato - è stata dissipata un'occasione (storica? mah chissà...).
È infatti sempre un'opportunità, quando emerge l'introduzione di un nuovo standard in uno scenario arretrato come il nostro, la generazione di segni che spingano in avanti la ricerca di senso collettivo e in qualche modo identitario di una comunità. E la Grafica - sempre troppo poco influente negli scenari socio-culturali del nostro paese- purtroppo solo di rado riesce ad incidere in ambiti culturali ed economici simultaneamente. Inerzia, incompetenza, disordine nella scelta degli obiettivi spesso contraddistinguono le giurie che selezionano i progetti, è vero. E probabilmente le loro scelte anziché far avanzare gli standard li fanno addirittura retrocedere.
Devo dire che, ad esempio, sono rimasto molto sorpreso quando nel settembre scorso siamo stati dichiarati vincitori del concorso per il marchio territoriale di Milano (purtroppo non possiamo ancora mostrarlo a nessuno per ragioni di riservatezza imposte dal Comune di Milano, non essendo ancora stato adottato ufficialmente; il vostro Lecaldano mi sta alle calcagna da tempo, ma resisto alle sue continue pressioni con disciplina); il nostro marchio per Milano non è un segno "alla moda", risponde ad un'idea di applicazione sistemica che ci hanno insegnato i nostri maestri e in qualche modo anche la storia di agenzie come la Landor nel mondo.
Francamente, però, pensavo che il nostro marchio per Milano sarebbe stato messo da parte. Non era abbastanza "Glamour". Non so ancora adesso, in maniera compiuta, chi fosse in giuria nel momento della scelta. Chissà. Non so dirvi se a voi sarebbe piaciuto o piacerà (a volte i vostri commenti sono molto severi e forse può anche darsi che non lo vedrete mai, se la "politica" deciderà di non farne nulla) ma sicuramente si aprirà un altro dibattito. E sarà giusto così.
Ciò che vorrei suggerire, molto e ancora molto modestamente (e perdonate quest'intrusione momentanea) è che purtroppo il grande esercito dei progettisti in Italia è davvero sempre molto autoriferito e la "nostra" scarsa influenza è forse autogenerata da una sorta di isolamento volontario, direi quasi aristocratico.
Vorrei allora rivolgervi l'invito ad unirvi ad una campagna che da qualche tempo ho deciso di condurre, spero non da cavaliere solitario: da qualche anno infatti ho smesso di essere docente nei corsi per i giovani grafici per dedicarmi invece ad una battaglia più aspra e quasi da vietcong: l'Università dove insegno da tre anni è per i manager e non per i progettisti. Cerco di intercettarli prima, da giovani, vaccinandoli preventivamente; li blocco prima che comincino a far danni nel marketing e nelle sciagurate agenzie di comunicazione. Scavo tunnel partendo dalla grafica per arrivare nelle casematte del marketing, per sorprendeli alle spalle. Inserisco quinte colonne: a marzo quattro mie tesiste presenteranno per la prima volta delle tesi sull'identità visuale.
Insegno loro a redigere un brief e a prevedere rimborsi, a rispettare il progettista e il suo lavoro, a consultare un designer prima di prendere una decisione pertinente, a concepire il progetto come portatore di senso anziché come strumento di vendita. E gli ricordo anche che devono impegnarsi a pagare le fatture. A motivare le decisioni sui contenuti e non solo sulla restituzione estetica. Ritengo possa essere utile al dibattito, che ne dite? Spostare l'asse di tiro dell'artiglieria dei grafici, correggendo il bersaglio dei nostri gridi di dolore. Mi piacerebbe conoscere il vostro parere.
Non prendetevela troppo con i politici, da lì non se ne cava più nulla. Guardate un po' cosa sono stati capaci di fare nelle ultime ore e vi rendete subito conto di quanto possa contare per loro oggi la "questione grafica". Sono ormai tre anni che ho in corso di approvazione presso il Ministero della Salute un progetto di riordino dei foglietti informativi dei farmaci sulla base di nuovi standard internazionali, e ogni volta che si torna da Roma vengo preso dalla depressione. Ma resisto.
Se volete possiamo continuare, se a qualcuno interessa, senza infastidire chi non è interessato. Adesso mi fermo altrimenti vi sfianco. Scusatemi e grazie per l'ospitalità e grazie per il vostro utile, prezioso lavoro culturale.
Un caro saluto a Mario (Piazza) e a tutti voi.
Inserito da gianni sinni | 23.02.07 |
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commenti:
interessante e piacevole da leggere il tuo post.
Mi interessa molto la tua idea di insegnare ai chi si troverà ad avere la responsabilità di giudicare e gestire il nostro lavoro.
Vorrei saperne di più, hai un blog o un sito?
Potrei farlo anche io a Bologna? Ora mi informo.
Come dicevo sull'altro post, la cosa più importante è insegnare educazione visiva fin dalle elementari. Solo in questo modo i nostri progetti avranno un senso e potranno essere giudicati con coerenza.
Grazie per questo post
e a presto, spero.
ciao
Manuel
manuel dall'olio il 24 feb 07 alle 18:41
bene. se vi interessa possiamo affrontare l'argomento in una dimensione più complessa. Da dove si comincia? da una considerazione sull'effettiva influenza della grafica nei processi economici del nostro paese? E se partissimo invece dalla scarsa influenza intellettuale ed economica dei "grafici", invece? Perché, in fondo, i grafici non sono mai riusciti (tranne in una manciata di casi) a diventare impresa e quindi
ad affermarsi come soggetto produttivo del nostro paese. Siamo, secondo me, fermi a un secolo fa (forse il povero Boggeri ci aveva provato, più di settant'anni fa) ed è per questa ragione che non siamo mai riusciti ad affermarci come soggetti "produttivi" (e contare quindi come imprese, lobbies politicamente e economicamente riconosciute) ma solo come protesi tecnico - estetiche e quindi marginali nelle attività degli altri comparti.
Se in Italia la stragrande maggioranza degli studi grafici è atomizzata in microgruppi semiprofessionali composti da due titolari (che dividono le spese di uno studio microscopico dove però assaporano il lusso della libertà degli orari e della radio a tutto volume, siti web incomprensibili come i loro biglietti da visita) e un paio di assistenti a progetto, la spiegazione è tutta qui. Non credete? E poi: quanti grafici hanno influito su scelte non di tipo squisitamente "grafico" nella stori del nostro paese? Quanti grafici hanno lasciato eredità intellettuali pregnanti o hanno fatto impresa trasformando una passione creativa in servizio per il paese, per le comunità, creando opportunità di sviluppo attraverso il fare grafica, introdurre nuovi standard, trasformare la competenza in leva per competere, diventando "marca", riferimento, area competente nelle scelte strategiche? perché ci si lamenta se i grafici non contano nulla, quando in questo paese anche i colleghi più illustri (la gerontocrazia grafica, sapete tutti benissimo a chi mi riferisco) hanno più badato a mantenere una certa distanza aristocratica dal dibattito e anche dalla pedagogia e poco o nulla hanno fatto per promuovere la disciplina? Quanti grafici italiani sono invitati a convegni sull'innovazione nel mondo? Quanta grafica italiana è chiamata a contribuire alle trasformazioni socioculturali del pianeta? Non è il caso di riflettere su un ritardo che non è soltanto storico ma anche originato dalla statura/struttura stessa della grafica italiana? Grandi talenti che hanno preferito lavorare all'estero. Grandi talenti che ci hanno affascinato con uno splendido e ascetico isolamento. Li amiamo, riconosciamo il loro grande contributo creativo. Non c'è discussione. Altri professionisti, invece, difendono oggi più se stessi che la categoria o la disciplina. Come grafici italiani sembra si preferisca sempre la pratica della dolenza e comparire sempre come vittime dell'incomprensione di qualcuno più prepotente di noi (la pubblicità che ci ruba i clienti, i clienti impreparati e zotici che non capiscono, i politici che non sanno quello che fanno eccetera eccetera, un po' nel solco del "se solo potessi...io").
Proviamo a parlarne? E' davvero così scandaloso che la Presidenza del Consiglio dei Ministri si rivolga a Landor, a prescindere dal risultato che non piace ai grafici italiani così irritabili ? E' argomento provocatorio questo, che tocca un nervo scoperto, cioè la presunzione dei grafici? saluti a tutti i grafici gentili e che sono disposti a riflettere senza cadere nella lamentazione infantile.
franco achilli/a+g
franco Achilli il 24 feb 07 alle 21:39
E l'atomizzazione degli studi grafici in Italia mi pare rispecchi quella delle attività di produzione, distribuzione e servizi in generale: se questo consente spesso al sistema paese una riconosciuta qualità e accuratezza "artigianali" nel prodotto, certo è un handicap per la ricerca e la competitività nei grandi numeri. Si può chiedere alla grafica di costituirsi in realtà di grandi dimensioni quando i nostri stessi committenti non lo fanno? Mi sembra che non stia nell'attuale realtà delle cose italiane, tutto qui, non dico che non sarebbe auspicabile. Hai poi ragione Franco, il vittimismo - anche se spesso giustificato - sarebbe meglio evitarlo; alcuni commenti di questi giorni sul logo, dal tono «è perfetto, ci rappresenta perchè l'Italia fa schifo» li trovo fastidiosi e soprattutto inutili.
Stefano Tonti il 25 feb 07 alle 09:49
Noi ci stiamo provando da qualche anno a diventare più grandi, abbiamo costituito una SRL, siamo una decina di soci, ma facciamo molta fatica. Il limite di fatturato del concorso IT per noi era invalicabile, noi non gestiamo BUDGET vendiamo solo il progetto. Molte gare (magari per una segnaletica o un allestimento) sono per iscritti all'albo degli architetti e noi siamo tutti grafici. Ma i designer laureti contano come gli architetti ? Molti compensi messi a gara sono inadeguati al lavoro richiesto. Al di là di questo probabilmente esiste una nostra incapacità a costruirci un mercato e a svilupparci adeguatamente. Mi piacerebbe poterne parlare con calma, vedere altre esperienze, capire come si arriva in Europa, capire cosa ci manca...
lodovico gualzetti il 25 feb 07 alle 12:16
...forse sarà la mancanza di un senso civico oramai perduto, dove buttare a terra una cicca o sputare una gomma da masticare sembra normale, dove criticare il lavoro di un collega si limita nel dire che brutto!!! io l'avrei fatto meglio, forse dove la competizione professionale si sviluppa all'interno di un' "arena" senza lasciare spazio ai confronti o forse perchè fuori dalla porta del nostro studio c'è una "giungla"... forse.
bruno il 25 feb 07 alle 12:39
la ricordo in una bella lezione nella bottega di agf,
oggi ritovo il suo pensiero lucido onesto e coerente, le domando quanta responsabilità di tutto questo malessere culturale è dei responsabili delle istituzioni culturali?
docenti?
programmi?
didattica?
basic?
o
solo
tanti
troppi
amici e parenti
incompetenti?
grazie
un cordiale saluto
...
sergio dario il 25 feb 07 alle 17:37
mi permetto un'ironia. mi è piaciuto tantissimo il suo stile militaresco, quando parla di questa "rieducazione".... devo osservare che il ricorso alle immagini militari è uno dei "vizi" del marketese: campagna, target...
il mercato come guerra e la guerra come metafora e pure estensione del mercato.
insista, perché non è solo in questa battaglia.
una risposta anche al gentile Fabrizio: "chi è sto s....o?" Un possessore di cervello. Quanto è brutta l'invidia...
furio detti il 26 feb 07 alle 11:20
bruno d il 26 feb 07 alle 13:31
Buon pomeriggio.
franco achilli
franco achilli il 26 feb 07 alle 14:43
2) incontriamoci più spesso, basta un bar... nel Settecento i caffé sono bastati per creare una cultura rivoluzionaria, non sono indispensabili convegni e hotel per mettere insieme un gruppo di amici.
3) permetiamoci di essere pazzi: progettiamo come se ogni cosa che realizziamo dovesse durare in eterno, ma restiamo consapevoli che di tutto ciò fra cent'anni resterà ben poco.... soprattutto gli affanni.
io sono più che disponibile. sul mio blog "newdesign4fun" c'è il necessario per contattarmi. quel poco che posso fare, voglio farlo.
grazie.
furio detti il 26 feb 07 alle 16:01
qui in studio - a seguito dell'infuocata giornata di giovedì dopo la presentazione del marchio IT - eravamo arrivati alle tue stesse conclusioni: che chi va "educato" non sono solo le giovani leve della grafica ma anche le persone con le quali lavoriamo e dialoghiamo: i referenti della comunicazione all'interno delle aziende e/o degli enti. Sono totalmente a digiuno, il loro grado di alfabetizzazione nell'ambito della comunicazione è molto basso se non nullo. Sono e siamo d'accordo sulla metodologia, devono essere "spettatori" consapevoli.
Alla tua richiesta di suggerimento sul cosa fare, credo che sia già un buon passo stare qui a discuterne anche se attraverso un blog. Ritengo anche solo il tempo impiegato per leggere, riflettere e rispondere sia una buona cosa. Se poi questi e altri interventi paralleli venissero ripresi e per istituire un confronto tanto meglio. Istituire una giornata di incontro dedicata a questo?
un saluto
Pier Antonio Zanini
Pier Antonio Zanini il 26 feb 07 alle 16:23
il tema della committenza è un vero e proprio asse portante che attraversa tutta la storia dell'arte e dell'architettura oltre alla questione delle modalità di lavoro
industriale versus artigianale che è tipico, mi sembra della realtà italiana...
intanto mi chiedevo se l'incontro del 9 marzo per la presentazione del libro "il segno" di Ettore Vitale non potrebbe essere una perfetta occasione per (nel rispetto dell'autore del libro) fare le nostre giuste e decise rimostranze sul "pasticciaccio brutto" del logo italia e del portale italia.it...
antonio minervini il 28 feb 07 alle 12:43
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von ko il 24 feb 07 alle 09:17