Il segno orfano
Sergio PolanoLaica premessa
Ero a Palermo, volontariamente poco connesso, per studiare il numero e altre amenità di cui mi diletto. Ma non bisogna distrarsi mai, mi ha suggerito – a suo tempo, con garbo e pari competenza – il professor TM, che di artefatti (grafici o meno) la sa lunga.
On the road, ho ricevuto una pressante, plurale e assai lusinghiera richiesta di intervenire a proposito di logos, scoprendo (con il supporto assiduo di un amico) che in questi giorni si è scatenato un putiferio online senza precedenti – evviva! un sussulto di Graphic Pride di questa fatta supera ogni speranza – e anche on paper sul “nuovo logo Sistema Italia“ (così recita la presentazione nel sito istituzionale, con logo horribile visu Governo Italiano Presidenza del Consiglio dei Ministri).
Nelle strette contingenze e con l’urgenza del caso, non ho potuto far di meglio che convocare a distanza, immaginate in “teleconferenza”, l’unità di crisi multidisciplinare che mi provo e mi trovo a coordinare, per fortuite circostanze. Ho rivolto brevi [d] domande mirate, senza ambizione di sintesi, se non nei titoletti redazionali premessi alle [r] risposte, che avevo pregato fossero secche qb. Ho evitato invece quesiti già abbondantemente affrontati in rete e su cui non val la pena di tornare qui, ché sarebbe maramalderia.
Dei temi affrontati con l’unità di crisi riporto qui di seguito sintetica memoria, (tra)scritta da appunti raccolti dal vivo, con la speranza di contribuire alla discussione generale, foriera (ci si augura) di sviluppi costruttivi. Non senza notare però che, pur con i limiti impliciti ed espliciti che hanno, i poll online de “la Repubblica” (oltre 20mila votanti in 4 giorni) e de “Il Sole 24 Ore” combaciano (almeno nel momento in cui scrivo, domenica 25 febbraio, tarda sera): il nuovo logo piace al 26% di quanti hanno risposto (ed anche all’estero riscuote consensi), percentuale superiore a qualsiasi attuale rappresentanza in Parlamento – il che dovrebbe suggerire ulteriori, ponderate e caute riflessioni.
[d] La recente presentazione del nuovo logo Sistema Italia ha suscitato un certo scetticismo, per così dire. Ha pour cause formulato uno dei suoi fulminei “cattivi pensieri” su questa iniziativa di “politica d’immagine” del governo Prodi?
[r] PV, scrittore e saggista (1)
Nec flere, nec indignari, sed intelligere
“Gli scettici sono – devono essere – politici del pensiero. Esiste una siffatta politica del pensiero: miscuglio di diffidenza assoluta e di coerenza estrema. Non sorvolare, né impantanarsi”.
[d] A una descrizione fenomenica disincantata, il nuovo logo Sistema Italia rischia di apparire quale congerie di detriti accozzati da un bricoleur, figura che lei ha ben definito, e per primo, nei suoi studi. Quel che vediamo – illegenda a parte – è un pallino rosso, giusto sopra un parallelogramma nero alto e stretto (dotato di esili terminazioni ortogonali: bilaterali/simmetriche al piede, monolaterale/asimmetrica in testa), cui si affianca un verde biomorfico ogm (oggetto graficamente modificato), il tutto privo di apprezzabili nessi. Alla luce della sua profonda conoscenza dei meccanismi antropologici del pensiero, sia mitico che scientifico, come interpreta tutto ciò?
[r] CL-S, antropologo (2)
Grafica residuale?
“Oggi per bricoleur s’intende chi esegue un lavoro con le proprie mani, utilizzando mezzi diversi rispetto a quelli usati dall’uomo di mestiere. Il bricoleur è capace di eseguire un gran numero di compiti differenziati, ma, diversamente dall’ingegnere, non li subordina al possesso di materie prime e di arnesi, concepiti e procurati espressamente per la realizzazione del progetto: il suo universo strumentale è chiuso, e, per lui, la regola del gioco consiste nell’adattarsi sempre all’equipaggiamento di cui dispone, cioè a un insieme via via ‘finito’ di arnesi e di materiali, peraltro eterocliti. L’insieme dei mezzi del bricoleur non è quindi definibile in base a un progetto (la qual cosa presupporrebbe, almeno in teoria, l’esistenza di tanti complessi strumentali quanti sono i generi di progetto, come accade all’ingegnere): si definisce solamente in base alla sua strumentalità – in altre parole, con il linguaggio del bricoleur stesso, perché gli elementi sono raccolti o conservati in virtù del principio che ‘possono sempre servire’. Egli interroga tutti gli oggetti eterocliti che costituiscono il suo tesoro, per comprendere ciò che ognuno potrebbe ‘significare’, contribuendo così alla definizione di un insieme da realizzare, che alla fine non differirà dall’insieme strumentale, se non per la disposizione interna delle parti. Si potrebbe essere tentati di dire che l’ingegnere interroga l’universo, mentre il bricoleur si rivolge a una raccolta di residui di opere umane, cioè a un insieme culturale di sottordine. La caratteristica del pensiero mitico, come del bricolage sul piano pratico, è di elaborare insiemi strutturati, non direttamente per mezzo di altri insiemi strutturati, ma utilizzando residui e frammenti di eventi”.
[d] A molti, ai più si direbbe, il nuovo logo Sistema Italia risulta insignificante. Quale opinione ne ha, da attento critico dei sistemi di significazione complessi, extralinguistici, come gli oggetti, i gesti, le immagini e gli altri che ha sezionato magistralmente?
[r] RB, semiologo (3)
Però, ci sono quasi riusciti…
“Per ritrovare un oggetto insignificante si dovrebbe immaginare un utensile assolutamente improvvisato e che non si avvicina in nulla a un modello esistente (CL-S ha mostrato come il bricolage stesso sia ricerca di un senso): ipotesi pressocché irrealizzabile in qualsiasi società”. Ça suffit?
[d] Stando alle dichiarazioni ufficiali, il nuovo logo Sistema Italia è un “simbolo duplice, dove convivono maschile e femminile, passato e futuro, serietà e ironia, stabilità e movimento, razionalità e fantasia, dovere e piacere […], attraverso il quale trasmettere l’immagine di un Paese più affidabile e responsabile, ma sempre connotato da eleganza, creatività, flessibilità e vitalità […] un segno che rappresenta lo spirito dell’italia e che vuole invitare a visitarla e a conoscerla meglio”. Tutto ciò implicherebbe, mi pare di capire, un “effetto gestaltico” nella percezione del logo ossia il risultato di una Gestalt, di una “configurazione organizzata, adducente alla forma” – per approssimarsi all’impossibile traduzione del termine –, che non si riduce alla giustapposizione dei vari elementi costitutivi ma risponde a un olistico effetto collaborativo, indipendente dall’apprendimento e dall’esperienza, qualcosa come una spontanea unità, superiore alla semplice sommatoria delle parti. Cosa ne pensa, da scrutatore di tendenze in versanti plurali, con un bagaglio di studi in ambito psicologico?
[r] WB, musicista (4)
Verbum Sat Sapiens
“Tutto si può dire del nuovo logo Sistema Italia, tranne che sia una Gestalt; semmai, è un buon esempio di apparente ignoranza dei classici principi di prossimità, conclusione, simmetria, articolazione figura/sfondo e “buona continuazione” che la sostengono, come hanno sottolineato e approfondito (anche per gli aspetti più marcatamente tipo-grafici, nonché per l’usabilità del sito web collegato, su cui sorvolo) i commenti online. E non ci sarebbe altro da dire, nel merito, credo. Vorrei aggiungere, piuttosto, che concordo con le affermazioni di RB, laddove sostiene – ad esempio, in Visualisation et language -– che è stato annunciato e ripetuto senza tregua il nostro vivere in una civiltà dell’immagine, dimenticando che praticamente non c’è mai immagine senza parole, presenti che siano in forma di legende, commenti, sottotitoli, dialoghi o altro. Nel nostro caso, il motto che lo ha accompagnato nella presentazione ufficiale forse ne offre il commento più spietato, rendendo il logo orfano, strappandolo da una significazione efficace, una promessa mal immaginata. Si direbbe infatti che la dicitura risponda impietosamente al vero: ‘L’Italia lascia il segno’, nel senso che lo abbandona”.
Note
(1) Paul Valéry, Mauvaises pensées et autres, 1942
(2) Claude Lévi-Strauss, La Pensée sauvage, 1962
(3) Roland Barthes, Eléments de sémiologie, 1964
(4) William Bottin, conversazione con l’autore, 2007
Inserito da gianni sinni | 26.02.07 |
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Stefano Tonti il 26 feb 07 alle 15:16