La funzione della grafica
è più importante
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Luciano PerondiQuesto testo è stato scritto come messaggio personale ad esponenti dei consigli direttivi delle varie associazioni di grafici presenti in Italia. Il testo è stato scritto di getto e non era inteso per la pubblicazione. Mi è stato chiesto se era possibile pubblicarlo sul sito dell'Aiap e pertanto lo riporto nella sua forma integrale.
Vorrei esprimere il mio parere riguardo a quello che si sta dicendo a proposito del Logo dell'Italia.
Scrivo a chi tra le persone che conosco personalmente ha un ruolo istituzionale nel Beda, in Aiap, Progetto Grafico, Sdz e Ministero della Grafica, che hanno sottoscritto la petizione e AGI che non l'ha sottoscritta. Spero di non aver dimenticato nessuno.
Scrivo da privato cittadino per chiarire la mia posizione, i miei dubbi in merito e, in una certa misura, il mio disagio in questa situazione.
Non so se ha senso scrivere, ma lo faccio per necessità di espressione per manifestarvi direttamente un personale malessere.
Ho inizialmente sottoscritto la petizione, che mi sembrava di poter condividere, ma la reazione complessiva del mondo della grafica mi ha fatto sorgere forti dubbi per una certa tendenza al corporativismo. In particolare evidente nei commenti scritti dai lettori su Sdz (se i commenti hanno un peso) o nei commenti di alcuni grafici con cui ho parlato della cosa.
Io credo che il risultato di questo concorso sia solo un sintomo di problemi molto più grossi e più radicali (e che non riguardano, ovviamente, solo la grafica).
Cercare di curare il foruncolo è legittimo e forse anche doveroso, ma non risolve il problema di fondo, il motivo che causa quel foruncolo.
La presente è vista dai grafici come "un'occasione per fare massa" e acquisire sufficiente (e numerica) forza d'urto per "farsi sentire finalmente", ma c'è il pericolo dell'inerzia quando si ha a che fare con una massa "tanto" grossa. Ritengo che si debba fare molta attenzione a che non diventi una protesta corporativista.
Credo in generale che la decisione di non intervenire e non unirsi alla protesta sia assolutamente legittima, qualunque siano le cause.
Personalmente l'unanimità mi sembra strana e mi spaventa parecchio. È indice di qualcosa che non va e mi pare una forzatura che impedisce a chi dissente di esprimersi compiutamente.
Mi sembra d'altro canto che (giustamente) l'Aiap intervenga raramente per criticare il risultato di un concorso, anzi, mi pare questo un caso eccezionale (o forse addirittura unico) di fronte a un foruncolo particolarmente grosso e ad una effettiva "mobilitazione" spontanea.
Questa protesta generalizzata più che uno sfogo degli esclusi, mi è sembrata una constatazione di impotenza da parte dei grafici. Un "ma allora non è proprio possibile fare nulla?". E fin qui mi sembra tutto normale.
Un buon numero di grafici si sente escluso dalle "cose che contano" non per mancanza di capacità, ma per motivi di potere economico-politico e la cosa è senza dubbio frustrante (oltre che essere uno spreco di risorse umane). C'è chi si dice "e chissenefrega!" e chi invece ci sta male. L'Aiap in quanto associazione di riferimento dei grafici italiani non credo possa esimersi dall'intervenire sulla questione, se non altro per esprimere un malessere generalizzato e diffuso tra i suoi membri e tra i grafici italiani più in generale.
Allo stesso tempo però, perché la protesta non sia sterile e non diventi la semplice espressione di una corporazione che vuole acquistare privilegi, a mio parere occorre soprattutto continuare a lavorare anche nell'altro senso: occorre dare credibilità alla grafica sul piano dei contenuti (come certamente tutte le associazioni in questione stanno tentando di fare), in modo da far diventare la grafica (non "i grafici") uno strumento realmente efficace per la soluzione di problemi reali (e questo avviene solo attraverso lo studio, la sperimentazione pratica e la conoscenza). A quel punto apparirà semplicemente dissennato fare grafica non consapevole, come appare dissennato oggi costruire un'abitazione senza fare calcoli di statica o l'ala di un aereo senza preoccuparsi di problemi di portanza.
Forse, se non abbiamo credito, è perché semplicemente non lo meritiamo (io per primo).
La grafica non è solo una questione di gusto. Ritengo che la grafica assolva a una serie di funzioni, una delle quali può accidentalmente essere anche una funzione estetica, ma non necessariamente solo quella.
Quello che conta è, a mio avviso, la funzione della grafica, non chi l'assolve. Quello che mi interessa, come cittadino, è non avere problemi a causa di una cattiva progettazione grafica (ad esempio riuscire a compilare un modulo per pagare le tasse o non perdermi in un aeroporto), non che i grafici siano protetti come categoria. Chi di noi grafici constatasse (io per primo), dopo tutti gli sforzi umanamente possibili di costruirci una professione credibile e sufficientemente remunerativa, che il nostro paese non ha al momento le risorse economiche e culturali per offrire lavoro a un grafico, allora dovrà, con responsabilità ammetterlo e emigrare oppure cambiare lavoro. Non è un diritto fondamentale dell'uomo fare il grafico e purtroppo non tutti hanno (realisticamente) l'opportunità nella vita di realizzarsi professionalmente. È sicuramente una grave perdita economica e culturale per un paese, ma è inevitabile, anche nei paesi più civili e sviluppati.
A mio parere, l'unica cosa che conta veramente riguardo alla grafica è che la funzione della grafica sia assolta nel modo migliore possibile. Se sono i grafici a raggiungere questo obiettivo tanto meglio per loro, ma non è assolutamente indispensabile che siano loro a farlo.
Inserito da ra.des | 04.03.07 |
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commenti:
Il fatto di non aver credito come professionisti o come professione non è solo "colpa nostra". Analizziamo le vicende di professioni limitrofe: dietro agli architetti (c'è un ordine) e un mondo (quello dell'edilizia) che muove miliardi, dietro ai designer di prodotto ci sono le aziende con il loro fatturato. Dietro alla grafica cosa c'è? Poche aziende perché molte scelgono di farsi curare l'immagine dall'agenzia che gli cura anche la parte pubblicitaria. Poche Amministrazioni il perché ce lo siamo già detti tante volte. Poche case editrici perché la tecnologia ha cancellato un intera filiera produttiva dove il grafico aveva un ruolo preciso... Inoltre siamo un paese che ha tollerato in maniera dissennata lo strapotere di un media la TV che impone gusti ed estetiche che inevitabilmente si riflettono nella società, oltre che mangiarsi quasi tutta la torta della pubblicità. Ora non basta fare della buona grafica per uscire da questa situazione. Per quanto riguarda il concorso in questione sarebbe già stata buona cosa se per partecipare non ci fosse stato quell'assurdo (per la situazione italiana) limite del milione di Euro di fatturato, con un evidente equivoco tra la capacità di progettare un immagine coordinata e la capacità di gestire un budget. Come grafici dobbiamo (fare buona grafica è scontato) capire come crescere (studi più grandi) e come imporre un dialogo con chi ci governa e non adempie ai suoi doveri di buona comunicazione nei confronti dei cittadini (quindi associazioni più grandi e unite).
lodovico gualzetti il 05 mar 07 alle 09:34
Secondo me c'è bisogno di consapevolezza di cosa sia un buon prodotto grafico.
E ancora di più di cosa sia un progetto.
Vedo troppo spesso il lavoro del progettista grafico giudicato in base alle categorie del "bello" o del "brutto". Va meno male quando le categorie sono "giusto" o "sbagliato", ma anche queste sono parziali, in base a cosa un progetto è giusto o sbagliato?
Esistono di certo criteri di armonia, leggibilità e chissà che altro, ma un progetto è una struttura complessa, e la sua intrinseca forza è la sinergia di un numero enorme di aspetti.
La progettazione è affrontata con superficialità nel mondo della grafica, e la motivazione di questo è l'impreparazione delle strutture committenti, non dei grafici.
La domanda di grafica in italia è confusa con la domanda di pubblicità, quando va bene.
Bisogna creare una cultura generalizzata della grafica, della comunicazione visiva. Ma questo non lo può fare nessuna associazione.
Gli architetti hanno un ruolo privilegiato perché hanno delle responsabilità riconosciute dalla popolazione e dalle istituzioni.
I grafici non sono considerati come gli architetti perché non ci si rende conto dell'enorme responsabilità etica che è dietro la progettazione della comunicazione visiva.
Fintanto che non capiranno/capiremo, fintanto che non ci sarà consapevolezza, non ci sarà un progresso.
Il progettista grafico ha bisogno di educare la committenza, le istituzioni, e più in generale la comunità alla cultura del progetto grafico.
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E ancora di più di cosa sia un progetto.
Vedo troppo spesso il lavoro del progettista grafico giudicato in base alle categorie del "bello" o del "brutto". Va meno male quando le categorie sono "giusto" o "sbagliato", ma anche queste sono parziali, in base a cosa un progetto è giusto o sbagliato?
Esistono di certo criteri di armonia, leggibilità e chissà che altro, ma un progetto è una struttura complessa, e la sua intrinseca forza è la sinergia di un numero enorme di aspetti.
La progettazione è affrontata con superficialità nel mondo della grafica, e la motivazione di questo è l'impreparazione delle strutture committenti, non dei grafici.
La domanda di grafica in italia è confusa con la domanda di pubblicità, quando va bene.
Bisogna creare una cultura generalizzata della grafica, della comunicazione visiva. Ma questo non lo può fare nessuna associazione.
Gli architetti hanno un ruolo privilegiato perché hanno delle responsabilità riconosciute dalla popolazione e dalle istituzioni.
I grafici non sono considerati come gli architetti perché non ci si rende conto dell'enorme responsabilità etica che è dietro la progettazione della comunicazione visiva.
Fintanto che non capiranno/capiremo, fintanto che non ci sarà consapevolezza, non ci sarà un progresso.
Il progettista grafico ha bisogno di educare la committenza, le istituzioni, e più in generale la comunità alla cultura del progetto grafico.
Alessandro Tartaglia il 12 apr 07 alle 00:05
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Credo che solo in aree culturali che hanno quotidiana consuetudine con la buona grafica ci sia meno bisogno di grafici professionisti, perchè ad esempio l'impiegato, abituato a vivere in un ambiente "graficamente" ben strutturato, a sua volta realizzerà il modulo per il pubblico in modo razionale, il tecnico scriverà l'avviso in helvetica e non con caratteri fantasia distorti in photoshop, e così via... ma non è certo il caso dell'Italia, permettimi.
Sono d'accordo che la vicenda "it" sia il risultato di una generale mancanza di cultura, non certo solo grafica, e di rispetto per il cittadino anche per le modalità del concorso.
Non sono invece d'accordo che non abbiamo credito perchè non lo meritiamo... a volte sarà anche vero, ma chi divrebbe valutare la nostra professionalità di grafici, Laura Biagiotti? O come più spesso accade, la segretaria dell'assessore?
Io non direi che siamo in cerca di privilegi, ma di poter semplicemente svolgere una professione riconosciuta.
Stefano Tonti il 05 mar 07 alle 00:55