Dal segno al disegno 1
C’è qualcosa che sta cambiando nel progetto dei marchi?La domanda pare giustificata dall’evoluzione che negli ultimi anni si osserva a proposito del redesign di alcuni importanti brand internazionali.
Il disegno di un marchio ha sempre costituito un elemento particolarmente qualificante del progetto grafico, per le caratteristiche di sintesi concettuale, a rappresentare i valori del committente, e segnica per ottimizzare la propria riproducibilità.
I limiti delle tecniche di stampa, insieme all’ecologica essenzialità del segno, hanno fatto sì che tradizionalmente si ritenesse un marchio riuscito solamente quando questo mantenesse la sua leggibilità se riprodotto in bianco e nero e a dimensioni minime.
Se guardiamo uno dei tanti libri dedicati alla storia dei marchi grafici – citiamone uno fra i tanti, Marks of excellence – noteremo come questa prescrizione sia stata rispettata, nonostante la più grande variazione di stili, colori e forme utilizzate, nella stragrande maggioranza, per non dire totalità, dei loghi più diffusi nel mondo. Dall’Ibm alla Nike, dalla Coca-Cola alla Microsoft i marchi utilizzati appartengono a questa classica categoria dei segni al tratto.
La trasposizione da marchio ad icona di questi segni, per certi versi con la stessa potenza espressiva delle icone politiche e religiose (in questo senso sono utilizzati sulla Corporate Flag di AdBusters), ha tratto senza dubbio vantaggio dall’estrema sintesi con cui sono realizzati.
D'altra parte la stessa etimologia di marchio rimanda alle ridotte possibilità espressive del marchio a fuoco del bestiame (o dei malfattori) – il termine deriva dal germanico marc che sta per segno, a sua volta dal latino marculus (martello) e marculare (imprimere segni con un colpo).
Sembra però che oggi questa asciuttezza del marchio non costituisca più un valore irrinunciabile.
Negli ultimi anni, forse sulla fregola di affrontare il nuovo millennio con un guardaroba nuovo, si sono moltiplicati gli esempi di redisegn di marchi che hanno optato per soluzioni più illustrative che segniche.
Solo per ricordare i casi più emblematici, nel 2003 l’americana Ups sostituisce il marchio disegnato da Paul Rand nel 1961 con una nuova versione realizzata, questa volta, da FutureBrand. Un marchio che riprende lo scudo, storicamente associato all'azienda, trasformandolo però in un disegno tridimensionale che ha fatto ricordare a qualcuno i supereroi alla Judge Dredd.
Nel 2005 è la volta della potente At&t che affida ad Interbrand la nuova veste del proprio marchio. Anche in questo caso si è abbandonato il logo disegnato da Saul Bass nel 1984 – a suo tempo soprannominato la “Morte nera” in omaggio alla contemporanea uscita di Guerre stellari – per una versione a tutto tondo del globo, piena di sfumature e trasparenze, accompagnata da una composizione in minuscolo dell'acronimo.
Anche uno dei marchi che vanta un incredibile numero di imitazioni, quello della pennellata rossa – il “cerchio dell’innovazione” – della Lucent Tecnologies, realizzato dalla Landor nel 1994, è stato modificato l’anno scorso, in occasione della fusione societaria con Alcatel, in un bottone viola pieno di riflessi, autore RSGC, "simbolo dell'infinito".
E si tratta di una tendenza che non conosce confini geografici.
Per venire ai nostri lidi, ricordiamo il nuovo logo per la Fiat auto, realizzato da De Robilant l’anno scorso, che ha suscitato alquanto scalpore per gli effetti da illustrazione iperrealistica. E ancora i marchi del comune di Roma e dell’Università La Sapienza, entrambi realizzati da Area rispettivamente nel 2004 e nel 2006, dove si sprecano sfumature e riflessi.
È evidente che questa tendenza trae le sue origini dalle ampliate possibilità tecniche della stampa. Oggi è possibile realizzare degli esecutivi vettoriali (in Eps o Pdf) che permettono di ingrandire e ridurre qualsiasi immagine contenente gradienti, trasparenze ed effetti. La stampa digitale inoltre garantisce una maggior accuratezza dei dettagli e una maggior economicità della stampa a colori. A questo si aggiunga che ormai nessuno più usa il fax (uno degli ultimi motivi per l'utilizzo delle versioni in b&n dei marchi) e che lo “stile web” delle immagini tridimensionali si è ormai imposto anche al di fuori delle applicazioni online.
Ma basta tutto ciò a spiegare una così radicale modificazione del disegno dei marchi?
Temo che la causa sia piuttosto da ricercare nel modo in cui si è andata affermando la supremazia della visione strategica nella costruzione del brand a tutto discapito dell’intervento autoriale del progetto visivo.
Non sarà un caso che nomi del calibro di Saul Bass e Paul Rand – anche se è lungi da noi l’idea che le loro opere debbano essere considerate intoccabili! – sono rimpiazzati oggi da agenzie come FutureBrand e Interbrand.
[Fine prima puntata. L'articolo continua domani ...]
Inserito da gianni sinni | 03.05.07 |
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Dibattito |
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commenti:
Marco il 03 mag 07 alle 10:50
io invece, su questo tema sono un "conservatore", per il semplice fatto, che ritengo(mia opinione) che il segno abbia la capacità di creare un qualcosa, senza dover avere la funzione illustrativa.
Il segno dà già tanto: la linea riesce a descrivere, a far capire al destinatario una serie di informazioni.
Le sfumature sono secondarie(i colori però sono importanti, a livello di brand) perchè semplicemente, fanno dire al destinatario: che bello, ma di certo non fanno dire(pensare): mi dà sicurezza, mi dà affidabilità, mi sento più figo....
Quindi penso, che bisogna concentrare i propri sforzi sul segno, che è quello che fa la differenza.
Ciao
Marco il 03 mag 07 alle 10:58
asciuttezza, prego di non usare più questa orribile parola, che si equipara perfettamente a sfumatura, effetto, trucco, eccesso, 3D, iperrealismo come da software grafico, vedi adobe
è simpatico come a Paul Rand si sia sostituito FutureBrand, che può essere letto: feu brut Rand (per chi non sapesse il francese, si può tradurre con 'il defunto secco Rand'
a discapito dell'intervento autoriale: quindi valer solo il marchio dell'autorevole, illustre designer? come una specie di firma in calce
estetica estica e ancora estetica
db il 03 mag 07 alle 11:34
Con questo non dico di essere contrario a queste "evoluzioni", piuttosto sento che il meccanismo pubblicitario abbia fagocitato una serie di culture visive (fotografia grafica cinema...), e questo mi fa sentire un vecchietto (e non ho ancora 30 anni), che in un'agenzia pubblicitaria si batte ancora per una giustezza, un interlinea, una leggibilità, una cultura della grafica...
budget budget e ancora budget
sdz tvb
gianluca il 03 mag 07 alle 12:05
oltretutto il problema della riproducibilità tecnica cambia continuamente, quello che ieri era sbagliato, utilizzando QUESTO STESSO criterio di giudizio oggi potrebbe essere corretto. per cui, effettivamente, quella che ieri poteva essere una scelta razionale oggi potrebbe essere uno stile tra gli altri, da scegliere, arbitrariamente, a catalogo.
dc il 03 mag 07 alle 12:50
si, sono daccordo con te, è il segno che da forza al logo, e la sintesi formale e cromatica permette di memorizzare subito e bene, infatti quello citato da me è uno di tre marchi su decine e decine in tanti anni di attività. Però per me quell'occasione è stata particolarmente golosa. (si trattava di imitare un bollino sostenuto da una fettuccia di uguale colore e farlo uscire di volta in volta da punti diversi delle confezioni del prodotto). E ha funzionato perfettamente. Ovviamente ridisegnare un marchio Fiat, Ups o altrettanto famosi, ha un valore estetico diverso.
enrico il 03 mag 07 alle 13:04
Lorenzo il 03 mag 07 alle 13:23
I loghi sopra citati, quindi, partono comunque da una base a un colore e, solo successivamente, aggiungono effetti 3D che li caratterizzano maggiormente.
Credo che, se realizzati da professionisti, i loghi realizzati con questo tipo di grafica abbiamo una marcia in più.
Daniele Cogo il 03 mag 07 alle 13:36
ritornando al discorso, non sono uno che crede ai dogmi, che alla fine dei conti, tendono solo a limitare e ad una semplificazione non sempre necessaria.
credo di base che gli abbellimenti possano servire a stupire, ma penso anche che un logo cmq debba prevedere che lo si possa utilizzare con effetti speciali ma che poi possa funzionare anche semplificato dov'è il caso
credo che i nuovi software posano permettere tante cose a differenza del passato, ma poi i procedimenti di stampa e l'occhio umano (e la mente) funzionano ancora alla vecchia maniera...
Luca Mercogliano il 03 mag 07 alle 13:45
Per Enrico ogni creativo giustifica le proprie scelte a partire dal percorso che ha fatto per arrivarci, e l'idea che questa tendenza lo veda in linea con essa non gli dispiace. Per lui l'occasione è particolarmente golosa
Marco è contentissimo che SDZ si occupi del tema, è un consrevatore e pensa che bisogni concentrare i propri sforzi sul segno
Glianluca crede sia ancora difficile parlare di cultura grafica, secondo lui il logo 3D non corrisponde alle regole base della leggibilità, non dice di essere contrario a queste evoluzioni ma si sente un vecchietto
Lorenzo ha sempre pensato, in merito a questa tendenza che anche lui a volte ha seguito, che trasformare un marchio in 3D serva a dare concretezza, ha la netta sensazione che sia più un'esigenza di concretezza della società
Daniele personalmente ritiene che tutti i loghi presentati siano facilmente convertibili in un colore. Crede che, se realizzati da professionisti, i loghi realizzati con questo tipo di grafica abbiano una marcia in più
Luca non crede ai dogmi ma crede di base che gli abbellimenti servano a stupire, pensa anche che un logo cmq (comunque) debba prevedere lo si possa utilizzare con effetti speciali. Crede che i nuovi software permettano tante cose a differenza del passato
(se considerate questo commento offensivo, non lo è, vi prego di cancellarlo)
db il 03 mag 07 alle 14:57
eye-up il 03 mag 07 alle 16:16
ENrico il 04 mag 07 alle 13:22
Sono giovanissimo e assolutamente contrario alla "grafica modaiola".
Preferisco un approccio al progetto più concettuale e purista.
Non metto in dubbio che la tecnologia e la comunicazione debbano avanzare, ammodernarsi ed evolversi.
Ma credo che prima bisognerebbe affermare una "cultura visiva" nel nostro paese.
E sappiamo tutti che non c'è, basta guardarsi intorno.
Non mi piegherò mai ai soldi o alle richieste di clienti che pretendono semplice (e vuota) estetica.
Io tengo duro.
Guardo Schwitters, Huber, Lisickij, Novarese, Grignani, Pintori...
È tutto così moderno, fresco, interessante... intelligente.
In fondo il marchio Ups di Paul Rand è del 1961, sono 42 anni!
Vedremo quanto durerà quello di FutureBrand.
Ovviamente si tratta di un'opinione assolutamente personale e, se vogliamo, ingenua o inserperta data la mia età.
Ma preferisco essere una mela beccata (magari imperfetta, ma dolce e succosa), piuttosto che un O.G.M. di cera.
Conosco l'Aiap da circa un anno e seguo Sdz da pochi mesi.
È bellissimo confrontarsi a questi livelli.
Massimiliano Musina il 07 mag 07 alle 15:55
Gian Barco il 10 dic 07 alle 21:56
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enrico il 03 mag 07 alle 10:47