Storie di carattere 1
Il 24 maggio ultimo scorso è uscito in libreria 79, il primo libro di Michael Bierut. 79 perché sono settantanove i pezzi contenuti nel libro, ognuno senza illustrazioni, ognuno composto con un carattere di stampa diverso. Sono perlopiù saggi brevi sul design già apparsi su Design Observer, il blog di cui Michael Bierut è tra i principali contributors.Bierut, che si era formato negli anni ottanta, a New York, nello studio di Massimo Vignelli, di cui era stato partner tra i più apprezzati, agli inizi degli anni novanta si è associato al team americano di Pentagram. Scrittore (oltre che designer, naturalmente!) efficace e piacevole, Bierut ha sondato, con particolare passione ma anche con singolare 'leggerezza', il campo tipografico.
In un articolo, che pubblichiamo per cortese concessione dello stesso Bierut e di Design Observer, ci spiega quale sia il suo personale ed esclusivo legame con il mondo della tipografia e dei caratteri. Il carattere tipografico. Tredici punti di vista
Michael Bierut
Nei primi dieci anni della mia storia professionale avevo lavorato con Massimo Vignelli, un designer leggendario, tra l’altro, per il suo uso estremamente limitato di caratteri tipografici.
Tra il 1980 e il 1990 la maggior parte dei miei progetti erano quindi centrati su cinque caratteri: Helvetica (naturalmente), Futura, Garamond no. 3, Century Expanded, e, non c’è bisogno di dirlo, Bodoni.

Per Massimo questa era una scelta ‘ideologica’, quasi un ‘imperativo etico’.
“Nell’era digitale – scrisse una volta – il proliferare e il moltiplicarsi dei caratteri di stampa e la manipolazione degli stessi caratteri rappresenta un nuovo livello di inquinamento visivo che minaccia la nostra cultura. Tra migliaia di caratteri disponibili tutto quello di cui abbiamo bisogno è di scegliere i pochi essenziali e di buttare tutto il resto nel cestino.”
Per me queste parole divennero un modo pratico per non perdere tempo. Perché mai passare ore e ore a scegliere tra il Bembo, il Sabon o il Garamond no 3 se avevo bisogno di un carattere ‘veneziano?

Per la maggior parte della gente, la mia mamma per esempio, si trattava di distinzioni senza significato, questioni di lana caprina, inessenziali. Perché non affidarsi al Garamond no 3 e non pensarci più? La mia educazione alla Scuola Cattolica mi aveva preparato bene a queste scorciatoie morali. Accettai la situazione con gioia.
Poi, dopo dieci anni, lasciai Massimo Vignelli e quel mio primo lavoro. Improvvisamente avrei potuto usare ogni carattere, tutto quello che volevo. In uno dei miei primi progetti mi trovai a usare 37 diversi caratteri in sedici pagine di stampa. Mia moglie, che aveva studiato anche lei alla Scuola Cattolica, trovava questo atteggiamento, troppo sbracato. Le ricordava le compagne di scuola che erano passate alla scuola pubblica dopo otto anni con le suore: liberate dalle loro uniformi castigate si erano spinte alle più vertiginose minigonne che potessero trovare.
“Cristo – disse guardando uno dei miei esperimenti grafici con caratteri multipli – sei diventato una vera troia, non credi?”
Era vero. Liberato dalla monogamia ero diventato tipograficamente promiscuo. Da allora credo di aver cercato di moderare il mio comportamento – come ogni tossicodipendente mi accorsi che ogni abuso era, in ultima istanza, controproducente – ma non sono più tornato alla sobrietà monacale dei ‘cinque caratteri’ vignelliani.
Quelle migliaia di caratteri sono ancora là, ma la mia guarigione aveva preteso che diventassi più cauto, più parsimonioso e che mi dessi risposta ad una domanda semplice: perché si usa un carattere, o un altro?
Nella prossima puntata mi provo ad elencare tredici ragioni essenziali.
da Design Observer - Continua
Inserito da gianni sinni | 06.06.07 |
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