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design e cultura quotidiana

Comunicazione Guaranì

Vanessa Zanzelli

Siamo partiti per la Bolivia il 21 giugno. Eravamo a  Santa Cruz il 22 sera.
Il giorno dopo ci saremmo diretti alla Tekove Katu, la scuola pubblica di salute del Chaco dove sarei rimasta come ospite fino a metà agosto.
In Bolivia è facile ambientarsi: il primo taxi che prendi, dopo 40 ore di viaggio, ha lo sportello che si apre solo dall’esterno, infilando una mano fuori dal finestrino, cigola come un blindato ed è pieno di santini e lucine verdi.
Più avanti mi capiterà di prendere un taxi in sette — l’amico del guidatore steso sui nostri zaini nel portabagagli — e di farmi un viaggio di un’ora appollaiata sul cambio masticando foglie di coca. Comunque, arrivi a  Santa Cruz, prendi un taxi sgangherato, annusi un po’ in giro e puoi iniziare a mangiare con le mani, felice come un bimbo.

Alla Tekove arriviamo di sabato sera, mentre è in corso uno dei vari turni cena nella cucina iperattiva della scuola e i ragazzi si stanno preparando per il sabado social.
Tarcisio, el padre, è il fondatore di tutto questo.
32 anni in Bolivia – “quando hanno ucciso Pasolini ho deciso che non volevo più vivere in Italia. È stata una cosa terribile. Non credi?”- quando è arrivato gli indigeni non conoscevano il significato della parola “vaccinazione”: da quella, e dai bambini, ha iniziato; non smettendo mai di parlare di diritti.
Poi ha avviato un percorso di formazione ad hoc per i cittadini Guaranì della comunità, fra cui Nicolaza, Aurelio, Josè , il primo corso di infermieristica e la costruzione (comune) delle mura della scuola. La tirano su insieme agli studenti dei primi corsi.
Nel 1995 arriva il riconoscimento statale e nel 2000 nasce il secondo corso della scuola, quello di salute ambientale - “continuavano a costruire ospedali, ma la gente moriva per mancanza di cibo, acqua, pulizia. Inutile costruire nuovi ospedali se non si fa prevenzione” – mi racconta Aurelio.
I bagni pubblici di Gutierrez, la cittadina della Tekove, li hanno fatti costruire loro: la giunta di destra, che amministra il paese, si limita a decidere quali sono i programmi televisivi che i pochi cittadini possono guardare.

La sera del nostro arrivo, dopo una cena a base di pollo, circondati da bambini con gli occhioni spalancati che non la smettono di sghignazzare, scatta el sabado social: gli studenti, giovani indigeni dai 18 ai 25 anni che arrivano dalle comunità della Bolivia, del Paraguay e dall’Argentina, si riuniscono ogni sabato sera nell’aula grande per eseguire balli, canti, teatro, racconti e barzellette.
I balli sono i balli tradizionali delle comunità, i canti quelli del compartire, dell’uguaglianza e del rosso, giallo e verde. I colori della Bolivia.
Sono i ragazzi più belli del mondo e quando cantano sembrano gli eroi delle fiabe.
Otto, nove figli per madre, povertà e sporcizia, ma nessuna paura.
Ogni studente, scelto dalla comunità per frequentare questa scuola, deve saper parlare la lingua madre oltre che lo spagnolo e aver rispetto per sé stesso e per gli altri (così recita la domanda d’ammissione).
Per tre anni e mezzo faranno lezione alle 7 e mezza del mattino, fino a sera.
La prima ora della giornata la passano con Tarcisio, col quale discutono di “Lettera a una professoressa”, il capolavoro-denuncia del sistema educativo classista nell’Italia del secondo dopoguerra, scritto “collettivamente” dai ragazzi di Barbiana, la scuola-rivoluzione didattica diretta da Don Milani. In programma c’è anche il libro di David Werner: “Aprendiendo a promover la salud”:
“La manera en que enseñen pueden destruir o elevar la confianza de la gente en si misma y la fuerza de la comunidad” c’è scritto nella prefazione.
Dopo cena veniamo invitati ad assistere al sociodramma. Gli studenti danno forma teatrale, con la metrica dell’improvvisazione, alla quotidianità. Ogni spettacolo ha in sé un insegnamento da cogliere, un perché. Appena finisce ce ne scappiamo in camera, ostentando un’esagerata stanchezza da viaggio: stanno tentando di farci ballare. Timidezza da tecnologicamente sviluppati, o semplice fifa d’Occidente.

La sera dopo, mentre i ragazzi guardano un film sulla lotta dei Guaranì brasiliani, Orione è nello studio/ufficio che scrive un infinito post sul suo blog, nell’unico pc della scuola connesso all’Internet  e io aggiorno il mio diario di carta, arriva Nicolaza. È la prima volta che incontriamo la rappresentante degli indigeni di Gutierrez presso l’Assemblea del Pueblo Guaranì, il loro Parlamento. Boudicca. Una Boudicca sud americana.
Nicolaza porta notizie.
L’APG ha deciso per il blocco stradale.
La lotta per l’Autonomia indigena, l’autodeterminazione giuridica e territoriale dei Guaranì, va avanti da molti anni e sembra che questi siano giorni decisivi.
La nostra presenza lì comincia ad avere un senso: c’è bisogno di comunicare. L’Autonomia indigena ha bisogno di una faccia, di un simbolo: di un logo.
È nella solita cucina, attorno al tavolo, che ci spiegano tutto sul simbolo Guaranì del rombo: rappresenta la comunità, che racchiude al suo interno la ricchezza; e che si apre all’esterno, verso il resto del mondo, con triangoli laterali.
Durante la spiegazione Coralie esce in silenzio. Ritorna poco dopo con un rombo disegnato sul foglio. Attorno, ai quattro angoli, sono appuntate le definizioni del simbolo, in due interpretazioni: quella guaranì e quella caray (straniero, gringos), la nostra.
Sopra l’angolo superiore del rombo sta la spiritualità guaranì, la nostra religione, all’estremo opposto la terra (economia per noi), a destra la sapienza (loro) e la tecnologia (nostra), a sinistra l’organizzazione, la nostra politica.
Noi ci limitiamo ad inserire, in mezzo a tutto questo, una “a” e una “i”.
Autonomia Indigena.
Dopo due, al massimo tre giorni sarebbero partiti tutti (studenti e insegnanti) per il blocco a Camiri: tre giorni in strada a fermare le macchine, per farsi sentire dall’Assemblea Costituente.
Il logo sarebbe passato dalle magliette agli striscioni, dai muri alla tv; e noi saremmo stati in giro per la Bolivia a fare i turisti, chiedendo a tutti:
“sabe algo del bloqueo Guaranì?”.
E al ritorno alla scuola, dopo un blocco, una marcia e il riconoscimento effettivo da parte dell’Assemblea Costituente, avremmo studiato insieme l’Internet, messo su il blog della scuola e postato un videoappello agli indigeni latinoamericani per Rigoberta Menchù, su YouTube.
Alla fine abbiamo preso coraggio e siamo andati da Padre Tarcisio a proporgli di portare i Guaranì su Second Life.
Ci sono ancora.

Altre info: www.vanessazanzelli.com
www.orione.ilcannocchiale.it
per Second Life: www.mumblemumble.info
per un aiuto: www.amicidelpopologuarani.org/

Inserito da gianni sinni | 09.10.07 | (0) | Buon design | stampa |




 
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