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design e cultura quotidiana

Il Redesigner quotidiano

Le elaborazioni delle tesi degli studenti di design in Italia costituiscono una messe importante di ricerche e progetti sui vari aspetti della comunicazione visiva, ma rimangono spesso sconosciute e dimenticate. Ci sembra utile offrire ai lavori più meritevoli la possibilità di una presentazione su queste pagine per una più ampia condivisione delle tematiche trattate e, perché no, per offrire al suo autore una giusta visibilità al proprio lavoro.

La prima che presentiamo è la tesi di Laurea Magistrale in Design della Comunicazione presso il Politecnico di Milano di Francesco Franchi che affronta una tematica molto attuale: il settore dei quotidiani — ce ne siamo occupati da poco —, la loro disintermediazione nel mondo dell'informazione odierno e le opportunità che il design e l'intervento di un designer possono offrire a questi prodotti, i quali, nel giro di pochi anni, hanno considerevolmente mutato immagine e logica. IL RE DESIGNER
L'incombenza del designer contemporaneo nel redesign di un quotidiano — verso un nuovo paradigma

di Francesco Franchi

Nella società contemporanea il quotidiano non è più solamente un giornale che viene pubblicato ogni giorno. La sua definizione si è estesa e non si dovrebbe attualmente parlare di quotidiani, ma di brand mediatici che confezionano e distribuiscono storie multicanale: dal momento in cui la notizia accade fino all'uscita del quotidiano, il giorno seguente. I lettori sanno che quando acquistano il quotidiano le notizie sono già vecchie e, per questo motivo, cercano contestualizzazione, approfondimento e chiedono una selezione.
Essere un newspaper designer significava, fino a pochi anni fa, occuparsi esclusivamente dei layout delle pagine e delle fonti tipografiche; oggi significa invece ripensare all'intero processo.

Scopo di questa tesi è riflettere sulla trasformazione in corso, cercando di valutarne le criticità, ma anche le opportunità. Essa vuole proporre il passaggio dal redesign al RE-Designer, un nuovo paradigma progettuale ed una nuova epistemologia della pratica professionale del designer. La proposta si fonda sulla considerazione che l’immediata reazione, impulsiva e superficiale, della maggior parte dei quotidiani, nostrani ed esteri, è stata una corsa a rifarsi il trucco — dimagrendo per abbattere i costi della carta e sfoggiando il full color per cercare di piacere agli inserzionisti e a un numero maggiore di lettori — senza un’approfondita e precedente riflessione sulle ragioni di quanto sta accadendo. Si avanza l’ipotesi che in contesti progettuali favorevoli, il progettista possa acquistare un ruolo rilevante grazie alle sue caratteristiche di multidisciplinarità, empatia e creatività, caratteristiche che sono funzionali allo sviluppo della capacità di comprendere la realtà-società-complessità e finalizzate alla riuscita di un buon progetto di redesign; inteso non come ri-disegno, ma come ri-progetto e ri-pensamento.

Questa tesi vuole sottolineare l’importanza del modus operandi del designer e la sua integrazione, nel processo decisionale prima e nel gruppo di lavoro poi, al fine di creare un prodotto editoriale di successo, laddove l’innovazione — al di là della distribuzione, della forma e del contenuto — sta in un flusso produttivo ottimizzato, in cui pianificazione, creatività e lavoro di gruppo sono il fulcro del processo di confezionamento dell'informazione.

RE-designer
Per un designer penso che questo sia il momento più interessante ed ambizioso in cui trovarsi nel mercato dei quotidiani. In tutto il mondo vi è un gran subbuglio attorno al settore dei quotidiani e alle loro sorti: vi è un continuo susseguirsi di progetti di redesign, i direttori dei giornali ripensano alle loro strategie, analizzano quello che fanno e come lo fanno, cercano nuove soluzioni e nuove tattiche.

Il progetto di questa tesi e l'interesse che nutro verso gli argomenti trattati — il mondo dei quotidiani in generale ed il newspaper design nello specifico — nascono prima di tutto dal contesto professionale nel quale mi sono trovato ad operare come progettista grafico in questi ultimi anni, a contatto con direttori, redattori e intere redazioni di alcuni quotidiani italiani. Si è trattato di progetti editoriali molto diversi l’uno dall’altro, soprattutto per il contesto nel quale ci si trovava ad agire.

Nel 2005, contemporaneamente agli studi universitari, ebbi la fortuna di lavorare al mio primo progetto editoriale: un settimanale, ma nel formato e nelle sembianze di un quotidiano. Un prodotto innovativo nel panorama editoriale italiano. Essendo un progetto nascente, si crearono le condizioni di un forte e costruttivo coinvolgimento del team progettuale con i vertici della redazione. Assistere alle riunioni e partecipare alla progettazione di questo nuovo giornale, fu l’occasione per comprendere numerosi aspetti e situazioni che suscitarono in me forte curiosità. L’inserimento e la partecipazione costante del direttore e di altre competenze nell’iter progettuale permise a noi progettisti di capire come il design grafico potesse servire e migliorare l’impianto giornalistico.

Quella era però una meta-redazione, un contesto ideale, proprio perché le competenze coinvolte erano poche e selezionate sulla base dei bisogni di una prima fase progettuale in modo da raggiungere un mix ottimale: molto lontana da una vera e propria redazione di un quotidiano. Non avevo ancora raggiunto un'idea concreta su come fosse una redazione operativa; non avevo ancora sperimentato la macchinosità, la verticalità e la difficoltà di dialogo con vere redazioni, se non per sentito dire. La mia esperienza nel settore dei quotidiani non si arrestò lì e, nel 2006, partecipai alla realizzazione di un progetto che prevedeva la fornitura da service esterno di infografiche per uno dei più grandi quotidiani italiani, il Corriere della Sera. In quel momento, dopo aver osservato e compreso la complessità di un vero quotidiano, capii cosa significava veramente una redazione. Lavorando sulla produzione quotidiana, nel rispetto delle deadline, compresi quanto era difficile raggiungere un prodotto eccellente di design grafico e quanto ingegneristico fosse tutto il procedimento di produzione di un quotidiano.

L'ultimo progetto, sempre nell'ambito della carta stampata, a cui ho partecipato — la progettazione di un nuovo quotidiano sportivo che è andato ad aggiungersi ai tre già presenti nel panorama italiano (seppur per breve tempo e per cause che nulla hanno a che fare con il progetto grafico e il piano editoriale in sé) — è stato quello che mi ha fornito l'input necessario per avviare il disegno di questa tesi e questo è avvenuto sulla base dell’esperienza di un completo coinvolgimento in redazione, resosi essenziale per l'implementazione del progetto grafico.

Mi sono accorto come sia più che mai necessario in un progetto — in questo caso editoriale (ma il paradigma penso sia estendibile a tutti i campi della progettazione) — un coinvolgimento di competenze diverse e come queste debbano partecipare in un processo collettivo che è insieme di definizione dei problemi e di individuazione delle soluzioni. L'apporto del progettista non può essere, in ogni caso, quello di un soggetto che fornisce soluzioni ai problemi, ma piuttosto quello di un “partecipante” in questo processo collettivo.
 
In un contesto ideale, il designer diviene un “facilitatore” della discussione tra volontà del direttore, la propria competenza e quella degli altri attori coinvolti nel set decisionale. Questo determina l’unicità del progetto garantendo che cambiando la volontà, (anche se non cambia il progettista) il progetto non sia il medesimo. È opportuno che coloro che partecipano al processo decisionale — direttore, editore, progettista, capiredattori, responsabili di marketing —siano inclini e disponibili a comprendere i limiti della propria expertise attraverso una conversazione riflessiva con il set decisionale. È inoltre necessario che il sistema sia aperto e in interazione con l’ambiente esterno, mutevole giorno per giorno, al fine di ottenere un prodotto che guadagni consenso nella complessità della società contemporanea.

E per la poca, ma pur varia esperienza che ho avuto, questo, attualmente, nelle redazioni proprio non succede. In questa ricerca ho provato ad indagarne le cause, cercando di tracciare il ruolo che attualmente riveste il designer in una redazione di un quotidiano e proponendo un modello di intervento più ambizioso che vede nella figura del Re-designer il suo ambasciatore.

Nel redigere questa tesi mi sono avvalso di fonti appartenenti alla letteratura giornalistica, al graphic design e alla cultura del progetto. Nella definizione del nuovo paradigma progettuale basato sull’agire collettivo e l’incrementalismo nel processo decisionale, ho trovato riscontro nella letteratura di analisi delle politiche pubbliche ed economiche. Le principali fonti reperite sul newspaper design appartengono ad ambiti esterni al nostro panorama nazionale, ad esempio Stati Uniti, Inghilterra, Spagna ed Europa del Nord, laddove c’è un’alta concentrazione di prodotti di qualità, di studi affermati, nonché di associazioni di settore, visto il notevole interesse per il newspaper design. In Italia questa branca del design non risulta essere disciplina di insegnamento nelle università e la formazione del designer editoriale è ristretta esclusivamente al campo professionale. Ho raccolto documenti e rapporti redatti dalle associazioni di settore, italiane, europee ed americane: prime fra tutte la WAN, World Association of Newspaper e la SND, Society of Newspaper Design, promotrici dei maggiori convegni internazionali sul tema. La tesi è anche frutto di conferenze a cui ho partecipato, di interviste condotte personalmente e via e-mail e di brillanti discussioni con colleghi e personale di settore.

La mia ricerca si basa su una cospicua considerazione di casi pratici, è costellata da brevi casi studio e culmina con un’ampia analisi sul progetto di re-invenzione del quotidiano britannico The Guardian avviata da Mark Porter due anni fa e non ancora conclusa.

Ho diviso il lavoro in tre capitoli, cercando di tracciare una mappa logica del mio intervento che è implicita in tutta la narrazione.
Inizialmente ho cercato di analizzare le trasformazioni avvenute nel mondo dell’informazione, che hanno influito direttamente sul mondo dei quotidiani modificando profondamente le abitudini di quelle che dovevano essere le nuove generazioni di lettori. Ne emerge uno scenario in cui i giornali tradizionali appaiono come strumenti lenti, costosi, poco efficaci e per nulla flessibili. Viene messa in evidenza dapprima l’esplosione del contenuto in tutte le sue forme e “targetizzazioni”, che è una diretta conseguenza della evoluzione delle rete e della tecnologia. Proprio quest’ultima ha permesso ad un numero sempre maggiore di cittadini di esercitare un crescente ruolo di critica e di concorrenza al giornalismo tradizionale, superando quantitativamente il contenuto prodotto dai professionisti dell’informazione. La tecnologia dirompente degli ultimi anni, oltre ad essere la causa principale del ritmo impressionante di crescita, cui la creazione di contenuti in tutte le loro forme è stata sottoposta, ha permesso anche il raggiungimento di nuove forme di accesso a tali contenuti, trasformando ogni utente in un “prosumer” semantico, cioè un producer + consumer di significato, generando forme di interazione senza fine e aprendo nuovi scenari per i quotidiani.

Viene successivamente analizzata la crisi del modello di influenza del quotidiano nel panorama contemporaneo, l’affermarsi del fenomeno della free-press, la disintermediazione dei giornali da parte dei media specializzati e dei motori di ricerca e la conseguente caduta drammatica delle rendite pubblicitarie a fronte di una crescita (peraltro a tassi decrescenti) del mercato pubblicitario on-line. Passo quindi in rassegna quelle che sono state le varie predizioni sulla morte dei quotidiani da parte di magnati del settore, da Rupert Murdoch ad Arthur Ochs Sulzberger Jr, nonché di guru come Philip Meyer, David Klatell o Roy Greenslade.

Questa prima parte vuole individuare i punti chiave che descrivono il periodo di stagnazione della carta stampata, e nello stesso tempo indicare le soluzioni che sono state proposte per aiutare i quotidiani ad evolversi e uscire dalla crisi. A conclusione di questo primo capitolo emergerà l’importanza del contenuto, come il buon giornalismo possa salvare i giornali e come il design, a sua volta, possa fornire il supporto necessario nel distribuire e dare forma al contenuto, sottolineandone l’aspetto qualitativo.

La seconda parte di questa tesi enuncia la definizione di newspaper design proponendo il ruolo che tale disciplina dovrebbe ricoprire all’interno di un quotidiano. Traccia un quadro della situazione attuale, riconducendo il discorso a tre fattori limitanti che, anche sulla base delle esperienze avute, influiscono sul raggiungimento di un buon prodotto di design: la cultura esterna, la struttura interna alla redazione ed i vincoli tecnici. Viene quindi introdotto il discorso sul processo di redesign dei quotidiani, su quando, come e perchè si avvia un operazione di redesign. Da un quadro ampio si riporta la questione all’utilizzo sconsiderato di questa pratica che è stata avviata — negli ultimi anni — da buona parte delle testate nostrane ed estere nel tentativo di risollevare, con tale operazione di immagine, le sorti di un mercato in stagnazione. La riduzione dei formati, l’introduzione del full-color, la settimanalizzazione dei quotidiani ha condotto a risultati gradevoli, seppur simili l’uno all’altro, introducendo prodotti ibridi che non hanno, peraltro, premiato gli editori.

Da questa constatazione e dall’analisi di come siano effettivamente andate le cose nelle redazioni dei quotidiani, dopo la rivoluzione dei formati, si origina la parte conclusiva del mio discorso, che propone il passaggio dal redesign all’intervento del RE-designer. Il RE-designer interviene in un contesto che ha compreso le trasformazioni in atto nel mondo dell’informazione e cerca di superare gli aspetti limitanti precedentemente citati. Il RE-designer è attuatore di un processo di ri-pensamento dell’intero sistema, di un mutamento del paradigma tradizionale e di una nuova epistemologia della pratica professionale. Il designer non è più un mero esecutore di una volontà superiore e ideatore di una nuova veste grafica delle pagine. Il redesign, in questo contesto, non è più solo ri-disegno, ma è ri-progetto dell’intero sistema. Come dimostra l’esperienza di The Guardian, descritta a conclusione del mio lavoro, ma anche altre operazioni portate a termine durante quest’ultimo anno (per citarne solo due: il quotidiano danese Politiken, riprogettato dal designer Ally Palmer e il quotidiano di Atene, Eleftheros Typos riprogettato dall’agenzia di consulenza Innovation Media, entrambi eletti “miglior quotidiano dell’anno” rispettivamente a livello mondiale ed europeo) questa figura, che ho chiamato RE-designer e il nuova paradigma progettuale di cui si fa portavoce, hanno una precisa consistenza e rilevanza nell’attuale panorama del giornalismo.

Estratti di conclusione
Gli ultimi cinque anni sono stati caratterizzati da profondi mutamenti nel design dei quotidiani di tutto il mondo, ma soprattutto da una "perdita di senso" del prodotto giornale da un duplice punto di vista: è stata rimessa in discussione, infatti, sia l’identità del quotidiano che il suo ruolo nella società.

Quello che sembrava un processo di maturazione di forme e di tecniche di intervento di cui era interessata la maggior parte dei giornali, un processo capace di fornire soluzioni ad un mercato in crisi, non ha invece portato a miglioramenti consistenti della situazione. Molti giornali hanno dovuto accorgersi che il ricorso alla chirurgia plastica, da solo, non conduceva ai risultati desiderati. Anche in altri periodi vi sono state delle crisi per l’editoria, ma quella attuale appare più profonda perchè obbliga ad interrogarsi sui propri fallimenti oltre che sulle ragioni della forza dello "schieramento avversario".

Il lavoro di ricerca che ho svolto ha preso le mosse da queste problematiche – la perdita di senso dei quotidiani e la crisi dell’editoria - e si è sviluppato come un percorso tra materiali diversi, appartenenti a differenti campi del sapere, nel tentativo di trovare soluzioni, o frammenti di soluzione a questi problemi.

Attribuire le cause della difficoltà di vendere i quotidiani alla concorrenza di internet è fuorviante ed evidenzia l’incapacità di ragionare in maniera serena e seria su una delle più importanti trasformazioni dell’intero settore editoriale e informativo, rinunciando a mettere in discussione l’identità stessa del giornale: qual è oggi la sua vocazione e la sua funzione? Il problema dei quotidiani sembra in primo luogo derivare da carenze dal lato della qualità e della originalità dell’offerta, oltre che nell’incapacità dei soggetti interessati a ripensare il proprio ruolo, o quantomeno a metterlo in discussione. I lettori sono ancora disposti a comprare i giornali, evidentemente non "quelli" che vengono offerti.

In questa tesi ho sostenuto l’importanza della qualità del contenuto, cuore dell’intero processo. Ho successivamente ribadito il ruolo cruciale del design, che deve rispondere prima ad un’estetica della logica, considerata come un’armonia derivante dalla particolare determinazione del funzionamento e dell’utilità, poi ad un’estetica della forma. Entrambe sono da considerarsi come criteri di qualità del prodotto, come indici di differenziazione, ed anche come possibile criterio di successo commerciale per i media tradizionali nella società contemporanea.

Da progettista della comunicazione, ho sostenuto a più riprese l’importanza del brand nel creare e distribuire un’esperienza consistente e rilevante per ogni utente attraverso una fruizione multicanale; sottolineando l’importanza di raggiungere una completa integrazione tra prodotto cartaceo e online. È opportuno che il newspaper designer non si limiti a presentare il contenuto attraverso la sola carta stampata, ma è fondamentale che il suo intervento contribuisca a fornire all’audience una esperienza perfetta, completa e totalizzante, fondata sulla complementarietà dei canali mediatici a sua disposizione.

Ho affrontato l’attuale tematica della implementazione di "redazioni integrate", introducendo l’idea che sia necessaria una nuova organizzazione redazionale che operi da un lato la necessaria integrazione tra cartaceo e web, ma che si spinga dall’altro a rivedere l’intero processo attuativo di una operazione di redesign. Il redesign non è più da intendersi come un processo regolativo che si inserisce a piano editoriale eseguito e si risolve in un pacchetto di misure comuni e sempre applicabili. Ma piuttosto è visto come un processo di ripensamento dell’intero sistema, che si origina da una mutazione del paradigma attualmente dominante nelle redazioni dei quotidiani. Tale paradigma è ancora fondato sul modello del decisore unico ed è basato sulla pretesa che il direttore possa governare l’intero processo, ponendosi al di sopra delle parti, con un esplicito ruolo di coordinatore centrale.

Il mio sforzo è stato quello di dimostrare l’importanza di un "set decisionale collettivo" che comprenda competenze diverse ed in cui la presenza nel gruppo di un designer diventi un plus valore. In questa luce l’apporto del design non è più limitato a poche funzioni regolative, ma è improntato alla logica del problem solving e la molteplicità dei decisori, anziché rendere intrattabile un problema, rappresenta una risorsa. Nella situazione odierna, la complessità dei problemi non consente più, infatti, un approccio razional-sinottico e la presenza di un mix di conoscenze e competenze diventa la condizione per un processo di decisione razionale.

Ho tratteggiato le qualità di questa figura, alla quale ho dato il nome di RE-designer in virtù del suo ruolo cruciale nel ripensamento dell’intero processo. Si tratta di qualità che non richiedono soltanto conoscenze diverse, ma soprattutto la assunzione di un ruolo che, abbandonata ogni pretesa di porsi al di sopra delle parti, sappia interagire creativamente con altri attori all’interno di ciascun caso concreto. Ho infine evidenziato come gli ostacoli che si frappongono al superamento del paradigma dominante abbiano essenzialmente a che fare con la legittimazione che questo garantisce per la pratica professionale e per gli attori politici coinvolti nel processo.

Quali saranno gli scenari futuri? Rupert Murdoch ha dichiarato «I can’t possibly predict five years ahead» e tanto meno lo scopo di questa tesi era quello di prevedere le future sorti dei quotidiani. Quello che posso affermare è che stiamo vivendo un momento molto interessante ed insieme stimolante, intelligente e fortemente competitivo; non ci sono state altre fasi analoghe nella storia del newspaper design. Abbiamo davanti a noi anni che saranno con ogni probabilità caratterizzati da sfide eccitanti in questo settore, ma che allo stesso tempo potranno forse creare sgomento. Imparare e rinnovarsi è la cosa più importante che possiamo fare.



Design della Comunicazione
Politecnico di Milano
Data di discussione: 19 dicembre 2007
Voto: 110/110 cum laude

Inserito da gianni sinni | 16.01.08 | (19) | Storie di grafica | stampa |




commenti:

  Da ex-studentessa di grafica e design, ho sempre pensato che il lavoro di noi nuove generazioni viene raramente promosso come effettivamente meriterebbe. Quando succede e' perche' dietro alla promozione c'e' una istituzione che se la prende a cuore. Molte delle tesi dei miei compagni sono e sono state interessantissime e attuali ma tendono ovviamente a sparire nel dimenticatoio. Comincio a pensare che l'autopromozione sia l'unica via. Non conosco personalmente Francesco Franchi ma ho spulciato la sua tesi su Flickr e voglio averne una copia, leggerla ed annusarla. In questo caso, Francesco si e' autopromosso e voi avete preso a cuore la sua causa, ha avuto la fortuna di avere visibilita' attraverso coincidenze fortuite o, semplicemente, il Politecnico e' piu'avvezzo a spargere la voce di quello che succede ai propri studenti di quanto lo sia La Sapienza?

Marianna il 16 gen 08 alle 01:22

  Ciao Marianna, non conosco la Sapienza ma per esperienza diretta direi che a Milano c'è una forte connessione e postività tra il mondo lavorativo del design grafico e l'ambito studentesco.

Questo grazie al fatto che alcuni docenti del Politecnico son anche imprenditori e impegnati nella scena grafica milanese.

Non vedo nulla di male in questo, anzi...spero che sia così o che diventi così anche in altre città.

Comunque dato che in Italia il nostro settore è poco considerato, direi che per la maggiorparte delle nuove leve l'autopromozione e/o il freelancing sono la scelta "obbligata".

Alex il 16 gen 08 alle 14:32

  Cara Marianna, il Politecnico come istituzione o università non si occupa della promozione dei lavori degli studenti. Se una tesi riesce a essere discussa al di fuori è grazie all'iniziativa personale di studenti e professori (alcuni dei quali sono professionisti prima di essere docenti).

Si era già proposto di utilizzare la sede Aiap per raccontare le tesi interessanti (il tempo della discussione non è sufficiente ad affrontare l'argomento in maniera esaustiva). forse l'Aiap potrebbe fare qualcosa in merito, vista la carenza di soci giovani...

Marta Bernstein il 16 gen 08 alle 17:03

  Ci sono un sito (in preparazione) e una galleria di immagini su Flickr che approfondiscono ulteriormente il lavoro di Francesco: http://www.re-designer.org/

Antonio Cavedoni il 16 gen 08 alle 17:55

  Molto interessante, complimenti e buona fortuna, Francesco.
Nel 2001, questo era stato un mio piccolo contributo al quotidiano di Piacenza:
http://www.as8.it/...o_LIBERTA'.pdf

Alessandro Segalini il 16 gen 08 alle 22:16

  " Il Politecnico come istituzione o università non si occupa della promozione dei lavori degli studenti. "

Me ne sono accorto alla presentazione della mia tesi (non ero il solo), c`era un proiettore mickymouse a disposizione.
p.s. Qui c`è l`abstract per chi volesse leggerlo :
http://www.biblio.polimi.it/....TXT

Alessandro Segalini il 17 gen 08 alle 10:15

  Si, è vero, il Politecnico potrebbe fare di più, ma forse è proprio dalla relazione virtuosa tra università ed editoria di settore che possono nascere più interessanti forme di diffusione di questi contenuti. Il ruolo che ha questo blog rispetto alla comunità del progetto grafico (e delle comunicazione più in generale) è difficilmente (né serve farlo) replicabile.
Da tempo seguo l'archivio che raccoglie le tesi della Facoltà del Design, ci sono tutte le premesse per avviare un confronto sulla creazione di una relazione più strutturata e continua tra i contenuti (le tesi di laurea per definizione devono avere lo status di lavori di ricerca) e AIAP o SDZ. Se c'è la disponibilità dei canali, i contenuti non mancano.
C'è anche da dire che alcuni studenti, nel documento di liberatoria obbligatorio, firmano per NON rendere disponibile il loro lavoro, ma questa è un'altra storia!

Paolo Ciuccarelli il 17 gen 08 alle 10:57

  Spero di vederlo presto pubblicato. Complimenti Francesco!

Marco il 17 gen 08 alle 12:32

  ho letto su SDZ e visto su Flickr... mi sono collegato anche al sito, che frequenterò... un lavoro a dir poco eccellente: contenuti 'densissimi' e grafica splendida... pareva di poterla toccare, 'sta tesi... ;-0)
se pubblicata, la comprerei immediatamente...
congratulazioni vivissime e complimenti...

massimo porcedda il 18 gen 08 alle 20:35

  Questa tesi dal punto di vista dell'approfondimento credo meriti il 110/110 e lode senza dubbio.
Anche se la forma espositiva si dilunga in alcuni passagi in modo un pò cerebrale e verboso.

Offre soprattutto un motivo di riflessione circa la collocazione centrale, ed é la cosa che sottolinea il suo autore, del designer.
Cosa spesso rivendicata e lamentata da molti professionisti più o meno affermati.
Premesso che lui ha scelto, tra i tanti settori di intervento, uno dei più difficili del rapporto tra progetto e oggetto del progetto: la comunicazione giornalistica.
Credo e spero non sfugga a nessuno quanto l'argomento sia gravato rispetto ad altre committenze di problematiche condizionanti dovute, almeno nel campo dei quotidiani d'informazione, alla funzione sociale e/o politica di questa editoria.
Cioé condizionamenti che spesso con il buon giornalismo e tanto meno col design hanno poco a che fare.
Per inciso (per ciò che riguarda l'Italia) basta leggere "La casta dei giornali" Beppe Lopez-Ediz. Nuovi Equilibri.

Nel merito della collocazione del designer ritengo che un eccesso di rivendicazione "orgogliosa" della sua centralità non sia a volte realistica e quindi poco produttiva perchè foriera di delusioni.
Essa rischia di essere una forma, pur giustificabile, di reazione psicologica di noi operatori in questo campo delle professioni intellettuali,più che altro dovuta alla situazione di non riconoscimento e di quasi mancata legittimazione.
Sembra scontato ripetere che per realizzare l'edificio, chesò, proprio della sede di un importante giornale ci si affida a un architetto o un ingegnere che dopo aver ricevuto un briefing, sia pur carico di mille condizionamenti, hanno però il loro spazio di "carta bianca" per operare, cosa che difficilmente avviene per il graphic designer.
Credo modestamente che si debba una volta per tutte conquistare quello spazio di "carta bianca" prima di poter parlare di centralità.
Ciò attraverso una riconosciuta qualificazione anche delle specializzazioni (come quella nell'editoria) o altri campi della grafica, con scuole e corsi altrettanto riconosciuti e relativa attestazione giuridica.
Cosa per la quale a suo tempo l'Aiap si è battuta ma forse purtroppo non abbastanza.

Altrimenti un giovane grafico come il bravo Francesco Franchi con tutta la sua ragguardevole conoscenza in un settore squisitamente specifico del graphic design, sarà sempre, almeno in Italia, come diceva anni fà un prestigioso collega: "un venditore di transistors agli assiro-babilonesi".

Giuseppe Colombo il 21 gen 08 alle 00:14

  Giuseppe Colombo, ho letto con piacere il suo commento, sicuramente quello che ha espresso ha più necessità di relazione con, e.g., l’architettura piuttosto che con il disegno dei poster ; nonostante l’informazione sia in natura e non debba essere progettata, probabilmente l’industria della comunicazione giornalistica ha bisogno di designer che cooperino con l’editor al fine comune di edificare un “momentum”, ambienti (digitali &/o fisici) che facilitino e incoraggino l’attività umana, che riflettano o si adattino a voci e contenuti individuali, capaci di cambiare con eleganza nel tempo mantenendo la loro identità.
Se in Italia con “i transistor” va male, Francesco Franchi sono sicuro proverà con John D. Berry o Mark Batty.

Alessandro Segalini il 21 gen 08 alle 09:25

  personalmente, vorrei lanciare una provocazione:
dato per scontato (parole di designer, insegnanti di design che a loro volta SONO designer e che l'hanno provato sulla propria pelle) che la generazione precedente alla nostra (io ho meno di 30anni) non ha STUDIATO a livello aprofondito, quindi universitario, design della comunicazione, sarebbe buono e giusto che essi, che oggi hanno in mano gli studi e le agenzie, riconoscano il valore delle nuove leve, che riconoscano il valore intellettivo ed economico, che superino la trance autoriale e diano in mano i progetti (se non gli studi) a chi ha senso del progetto, ne conosce i risvolti e ne ha studiato la storia.
Grazie per quello che avete fatto fin'ora, ma…

marco fornasier il 23 gen 08 alle 10:45

  Una domanda. Visto che "... la generazione precedente alla nostra (io ho meno di 30anni) non ha STUDIATO a livello aprofondito, quindi universitario, design della comunicazione" chi sono i vostri insegnanti? E poi, dove avete imparato a progettare? E che cosa potete aver imparato?
Anche le provocazioni devono avere una base logica, altrimenti sono parole al vento.

ps. Naturalmente io appartengo alla generazione che non ha studiato ecc. e mi piacerebbe tanto imparare da chi, come voi, conosce tante cose "...ha senso del progetto, ne conosce i risvolti e ne ha studiato la storia". Boh!

sergio il 23 gen 08 alle 17:36

  Un buffo uso delle parentesi, non ha poi importanza se hai meno di 30 anni, potresti averne meno di 90.
Un giorno chiesi a un creativo il segreto del suo successo, due parole.
Il creativo disse: "Decisioni giuste".
Allora chiesi come posso prendere le decisioni giuste ; una parola.
Il creativo disse: "Esperienza".
Chiesi il segreto dell’esperienza.
Il creativo disse: "Decisioni sbagliate".

Alessandro Segalini il 23 gen 08 alle 19:31

  ... interessante, Alessandro.

Superato lo scoglio
di quelle due parole "fastidiose":
creativo - mi manda a creatività
(che, semplicemente, non esiste)
e successo
(che è inutile ed effimero,
è necessario ricordarlo)
il resto è calzante (e bello)...

Grazie.

Roberto steve Gobesso il 24 gen 08 alle 10:36

  Prego, ho scritto deliberatamente “creativo”.
La creatività è il processo per avere idee originali che hanno valore -- il “nord” lo può scegliere lei, Roberto ; ad esempio, se è o fosse padre, preferirebbe, come padre, avere successo o essere famoso ?
Potrebbe anche essere letto: “Un giorno chiesi a un essere umano il segreto del suo successo, due parole”.

Alessandro Segalini il 24 gen 08 alle 15:07

  premetto, sono più che convinto di quello che ho scritto. Me l'ha fatto crescere gli anni sotto insegnanti-autori che non hanno nessuna fiducia nei giovani o al lavoro sotto professionisti-autori ai quali le tue ricerche culturali non fanno ne caldo ne freddo. Ma l'ha cementato l’incapacità di imporre una disciplina in un mondo del marcato. Se il cliente non conosce quello che fai neppure ti rispetta come professionista. E neppure viene da te in cerca di qualcosa di più di quello che crede lui ed il risultato è esattamente quello che crede lui. E continua con il rapporto con l'immagine pubblica: la TOTALE assenza dei professionisti nella pratica del mestiere per essa equivale alla TOTALE assenza dai luoghi della cultura.
È inutile che cerchiate di farmi passare per quello intollerante: i nostri grandi grafici maestri del passato sono mosche bianche in un oceano di mediocrità, questa è la storia del graphic design italiano e il totale scollamento con la pubblicità e la committenza è il risultato di un programmato e voluto apartheid culturale autocostruito.
Mi spiace ma equivale alla realtà quotidiana e i giovani vivono in questo disagio.

marco fornasier il 24 gen 08 alle 15:44

  ps. ho avuto professori di grande livello ai quali sono grato. E casualmente sono stati tra i pochi a studiare il mestiere che poi avrebbero tramandato. Uno di questi ha avuto a sua volta un insegnante che aveva studiato il mestiere al massimo livello a sua volta... Ma è la storia di un qualsiasi studente dell'ISIA di Urbino...

marco fornasier il 24 gen 08 alle 15:48

  Salve a tutti.
Non intervengo nella discussione ma avrei una richiesta: vorrei sapere se, e come, posso acquistare una copia della tesi di Francesco Franchi.
Grazie

info@giannicaputo.it

Gianni il 13 mag 08 alle 15:29

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