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http://sdz.aiap.it/gallerie/9841

Perché dunque questo fiorire di gadgets ante litteram e non di documentazione fotografica? “Perché - risponde la sinologa Renata Pisu – l’intenzione non era quella di trasmettere o documentare la storia ma di collocarla in un’epoca mitica, quando Ulisse cercava di raggiungere la sua Itaca, quando Attila cavalcava alla testa delle sue orde, quando Robespierre saliva anche lui, alla fine, sul patibolo. La grande rivoluzione andava illustrata, dipinta. Si documenta l’Utopia? Si documenta la Follia?”

Più che “collocare la storia in un’epoca mitica” si tratta invece di leggere il percorso di un uomo solo ed esclusivamente con i parametri culturali cinesi. Ossia:
“Un personaggio come Mao-Tse-tung diviene più facilmente comprensibile se lo si assimila ad una figura archetipa della storia cinese, il cui prototipo risale a Shih Huangti/Shi Huangdi (246-210 a.C.): cioé al Fondatore di Dinastia. Tale individuo eccezionale si leva sui contemporanei come una montagna, si trova al di là e al di sopra di ogni giudizio comune, e gode di un carisma più divino che umano, poiché dimostra, nella sua persona e col suo successo, d’aver ottenuto l’indefinibile benedizione del Mandato Celeste. Che in questo particolare caso si trattasse di un comunista, presumibilmente ateo, non ha importanza; gli archetipi non poggiano su basi razionali, funzionano nel profondo irrazionale, emotivo e segreto degli uomini, e si nutrono di occulte linfe del passato vicino e lontano. [...] La nuova dinastia era solo incidentalmente comunista, prima di tutto era cinese.”.
Fosco Maraini, Segreto Tibet
Casa Editrice Corbaccio, Milano 1998.

Roberto steve Gobesso il 21 gen 08 alle 09:10

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