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design e cultura quotidiana

Quando il design è condiviso

Il prossimo 19 febbraio, alla Fondazione Stelline di Milano, saranno battute all'asta 100 ceramiche, realizzate da altrettanti designer e architetti per il progetto “Il Giardino dell’Eden” ideato da Sergio Calatroni, allo scopo di finanziare la creazione della Scuola del Centro di Studi e Ricerche Internazionali a Tahannaout in Marocco. 
Hans Höger, nel testo di presentazione dell'iniziativa, ci ricorda la stretta relazione che intercorre tra design e partecipazione. Condividere progetti
Hans Höger

Condividere progetti è un atto di civiltà, di democrazia e, perché no, anche di amore. Condividere progetti significa invitare altri a rendersi partecipi, a compiere atti di riflessione e di confronto, a permettere e favorire contributi provenienti da fonti di natura diversa, senza l’ossessione di voler controllare (e quindi prevedere, delineare, imporre) dalla A alla Z il percorso e le valenze di una nuova idea, di una nuova realtà. Condividere progetti significa avere il coraggio della tolleranza e della fiducia.

Pericle (495–429 a.C.), personaggio politico agli albori del pensiero democratico in Occidente, interpretava la partecipazione ad un grande progetto – e quindi anche l’apertura verso la tolleranza e la condivisione – un obbligo di chi abitava la polis: ”Consideriamo colui”, egli disse, “che non si occupa delle vicende collettive non un uomo tranquillo ma un cittadino cattivo.” Assai rigoroso, si direbbe. Ma rigore ci vuole per far sì che il principio di condivisione prenda piede e diventi una pratica di pensiero e di azione.

“100e+ ceramiche per il paradiso” è un progetto condiviso che a sua volta rimanda ad un altro progetto condiviso: un nuovo tipo di scuola e centro studi che sta per nascere a Tahanaout, in Marocco. Le prerogative di progetti di questo genere risiedono nella tradizione di spirito dell’open source: rendere pubbliche nuove idee, nuove competenze, nuovi strumenti; invitare altre persone, istituzioni, aziende a contribuire con la propria passione e la propria creatività all’ulteriore sviluppo di ciò che una sola persona o un gruppo comunque piccolo di persone ha cominciato a ipotizzare e a sperimentare; ampliare sempre di più il giro di persone coinvolte; rendersi sempre più indipendenti dalle strutture precostituite e prefabbricate di un certo tipo di  establishment (interessato all’impostazione di potere, gerarchie, relazioni autoritarie, contesti economicamente e politicamente chiusi).

Condividere progetti è un modo non solo di lavorare, ma di vivere. Ed è un modo molto bello - poetico e pragmatico allo stesso tempo – di proporre una risposta alla domanda: che cosa significa fare design?

Inserito da gianni sinni | 23.01.08 | (0) | Grafica attiva | stampa |




 
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I lavori di Cibic e, sotto, Yoshiaki, Guidolotti e Sowden.  

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