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design e cultura quotidiana

Scritture urbane

di Enzo Biffi Gentili

Agli inizi del 2007, assumendo l’incarico di consulente della Città di Biella per il cosiddetto arredo urbano, mi sono posto il problema del limite di questa logora locuzione, che fatica a riassumere le nuove domande di identità, di immagine e comunicazione urbana. Occorreva quindi prevedere anche l’ingresso di discipline diverse dal product design: l’urbanistica, l’architettura, le arti applicate e last but not least la grafica o, meglio, l’environmental graphics, l’archigrafica.
Didascalie alle immagini

1. Nino Cerruti , Simulazione di proposta di nuovo sfondo verde bandiera per strisce pedonali sul suolo pubblico di Biella, 2007. Rendering Bellissimo. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.

2. Sottsass Associati, Tabellone info point per la Città di Biella, 2008, metallo, componenti elettroniche, display a led, laterizi. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano Comune di Biella.

3. Sottsass Associati, Capolinea  per la Città di Biella, 2008, laterizio, legno di faggio, vetro, metallo. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano Comune di Biella.

4. Sottsass Associati, Impianto pubblicitario per la Città di Biella, 2008, metallo, laterizi. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano Comune di Biella.

5. Antonio Mantovan, immagine fotografica Pali Arona, Belvedere Corso Carducci, Biella, dicembre 2007. Courtesy Antonio Mantovan, “Il Biellese”.

6. Enzo Biffi Gentili e Ufficio Arredo Urbano Città di Biella, Progetto di palificazione a luci decorative a colori primari RGB per un Belvedere di Biella, 2007. Pali Arona di Enrico Marforio per Ghisamestieri. Rendering Alberto Rainero. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.

7. Enzo Biffi Gentili e Ufficio Arredo Urbano Città di Biella, Progetto di illuminazione a luci decorative a colori primari RGB per un Giardino di Biella, 2007. Corpi illuminanti Pencil di Jean-Michel Wilmotte per iGuzzini. Rendering Alberto Rainero. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.

8. Enzo Biffi Gentili e Alberto Rainero, Simulazione di  intervento luminoso con uso di barre di LED sul tracciato della Funicolare di Biella, 2007. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.

9. Nino Cerruti, Modello di colorazione per la scuola elementare “Gromo Cridis” a Biella, 2007. Rendering Alberto Rainero. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.

10. Manuel Cargaleiro, Paramento maiolicato e musivo con composizione verbovisiva per la facciata della Piscina Rivetti in Biella, 2008, rendering Alberto Rainero. Courtesy UAU Ufficio Arredo Urbano del Comune di Biella.
Non avevo e non ho in mente per Biella, sia chiaro, una sorta di look of the city, un semplice impavesamento effimero, anche se accurato come quello di Italo Lupi e Migliore e Servetto per i Giochi Olimpici Invernali di Torino del 2006. Perché più in generale dell’arredo urbano non mi piace l’aspetto provvisorio e intercambiabile, e non solo quando si tratta di oriflammi e striscioni o di “luci d’artista”, ma anche di tutta quella carpenteria metallica, e gabbiotti e paline e paletti e cartelli prodotti dalle multinazionali del settore, prima fra tutte la francese Decaux, che pur affascina ogni ammiratore provinciale di internation style. Eppure, quando per la prima volta si parlò d’arredo urbano in Italia, in Piemonte, a Torino alla fine degli anni ’70, le più solide referenze sapevamo trovarcele in casa. Mi ricordo i colloqui con Ettore Sottsass, e l’ accordo trovato nell’ammirare le vecchie attrezzature ‘fasciste’ della ditta Ugo Renzi di Torino, a partire da quei vespasiani che si imponevano come vere e proprie solide e molto marziali e ben rifinite architetture (e ora a Biella con Sottsass Associati proviamo a riproporre attrezzature e pensiline d’ancor maggiore qualità  artigiana, passando dal conglomerato cementizio all’uso, persino, del laterizio…). Del resto, la storia della cultura del progetto nel ‘900 a Biella è basata sulla perizia muratoria e su notevoli prove moderniste, con gli importanti testi razionalisti e i paramenti in mattoni di Giuseppe Pagano, e quelli futuristi di Nicola Mosso: sulla base di quei vecchi valori tattili mi piace pensare alla trasmissione di nuovi valori visivi, informativi… Potrei essere accusato di “revisionismo” per questi riferimenti a testi architettonici del fascismo: è quindi necessario nominare un “garante”, insospettabile. Da tempo l’ho trovato in Theo Crosby, l’ urbanista, architetto, grafico e saggista nato in Sudafrica nel 1925 e purtroppo morto in Inghilterra nel 1994, con quella sua singolare formazione e peripezia di individuazione professionale tra scuole d’arti applicate e Pop Art;  Archigram e Pentagram Design. Un sofisticato dandy, a giudizio di Andrea Branzi, ma che  ci poneva un serissimo problema: Architecture: City Sense (e così intitolò un suo libro fondamentale). Torniamo quindi alla questione del senso, dell’identità di una città come nuovo obbiettivo del cosiddetto arredo urbano, e ci torniamo, con l’antifascista Crosby, ripartendo dal fascismo. Vediamo come: “E’ stato di moda disprezzare le costruzioni fasciste, ma esse non erano prive di intelligenza.(…) L’edilizia fascista fu anche degna di nota per la sua stilizzazione delle iscrizioni architettoniche, uniformemente eccellenti. I titoli degli edifici, le massime o i testi commemorativi furono usati decorativamente, ed essi risolsero molti di quei problemi di identità che noi troviamo così intrattabili nei nostri edifici moderni(…) Qui almeno l’edilizia italiana anteguerra trovò chiare ed eleganti soluzioni, usando la scrittura e la scultura per segnare l’accesso nella forma. (…) Attraverso la loro integrazione nelle costruzioni esse rendono queste strutture moderne umane e gustose. Esse mediano tra la costruzione e il visitatore, rendono la costruzione avvicinabile e accogliente. L’uso dell’arte in questa maniera è stato dimenticato e ignorato, nella passione per la nudità strutturale e il minimalismo. William Morris invitava un secolo fa ad un’arte grande e decorativa, per il godimento e la ricreazione del pubblico. Essa ci è necessaria ora più che mai.” (T. Crosby, Il monumento necessario, Dedalo libri, Bari 1980.). Gli anglosassoni, si sa, sono da sempre più attenti a una dimensione ambientale e architettonica della grafica, e tuttavia recentemente due studiosi di questo tipo di interventi, Phil Baines e Catherine Dixon, hanno rilevato che “la mancanza di dibattito che ha caratterizzato gli ultimi tempi è stata accentuata da uno spostamento nei percorsi professionali artistici e in quelli relativi all’insegnamento del design. Paradossalmente, per quanto le lettere siano onnipresenti nell’ambiente circostante, il lettering ambientale non viene insegnato come materia autonoma” (P. Baines, C. Dixon, Segnali. Grafica urbana e territoriale, Logos, Modena 2004). Ma gli stessi autori si rendono conto che si tratta di materia particolarmente complessa, che “non rientra in nessuna disciplina specifica”, che “include il lavoro di letteristi anonimi, autori di segnali, grafici, artisti, artigiani e ingegneri” e si limitano quindi a un pur importantissimo e ben strutturato regesto a livello internazionale di “segnali”. A Biella, l’ambizione è maggiore, ed è quella di avviare una serie di azioni progettuali dirette alla identificazione e denominazione di luoghi e percorsi, a una ridefinizione di spazi. Un procedimento di lettura, e scrittura, urbana, che da solo non avrei mai potuto affrontare. Per questo ho proposto all’Amministrazione Comunale di Biella di avvalersi della consulenza dell’AIAP per avviare una procedura innovativa che consentisse, con l’apporto di studi professionali caratterizzati da patrimoni di conoscenze e approcci disciplinari molto differenziati, la costruzione di una piattaforma di progetto  articolata (mettendo pure nel conto un’immagine scoordinata…). Così sono stati invitati a partecipare a un brief progettuale a Biella gli altoatesini Architekturburo D3, i torinesi di Bellissimo, i lucani dello Studio Mauro Bubbico, gli emiliani-romagnoli Diversi Associati e Meat Collettivo Grafico, che dovranno misurarsi su sette diversi obbiettivi di grafica territoriale, da quella più ‘funzionale’ a quella espressiva e persino ‘poetica’. I risultati dei loro progetti di massima saranno pubblicati su di un numero speciale del magazine “AfterVille”, che sarà distribuito a tutti i partecipanti al prossimo XXIII Congresso Mondiale degli Architetti UIA, che si terrà a Torino dal 29 giugno al 3 luglio 2008. E, nell’occasione, di una cosa almeno saremo certi: questo  laboratorio  biellese consentirà ai grafici, molto più che ad altri professionisti, di stare perfettamente  nel tema ufficiale assegnato al Congresso: Transmitting Architecture.

P.S. Gli argomenti di progetto assegnati ai cinque studi invitati a Biella sono i seguenti: Logotipo-claim Biella è Bella; Sistema di segnalazione turistica per la descrizione di beni culturali; Sistema di segnalazione della toponomastica cittadina; Archigrafica della poesia Piemonte di Giosuè Carducci da porsi lungo il Viale Carducci; Archigrafica segnaletica dell’ingresso della Biblioteca Civica; Progetto grafico per tessuti da esterni da utilizzare nei dehors; Archigrafica in area stadio-skate park e/o su scuole da delineare in forme di progettazione partecipata con  studenti e/o  writers biellesi.


Inserito da gianni sinni | 19.02.08 | (1) | Pubblica Utilità | stampa |




commenti:

  A proposito di strisce pedonali...
Un appello agli addetti ai lavori affinché si restituisca alle zebre l’originale funzione di sicurezza, trascurata nel quotidiano sentire e praticare.., nonchè disegnare:

La vernice delle strisce è di per sé scivolosa, ben di più dell’asfalto; colorazioni alternative al Bianco (su nero-asfalto) richiedono verniciatura completa dell’attraversamento, con raddoppio della parte più scivolosa. Basta provare a frenarci sopra sul bagnato per vedere l’effetto che fa.

Elementare. Esempio non raro di assalto alla diligenza, con inseguimento di eleganza. Bellissimo, si dice. Ma una zebra biancoverde è come un elefante rosa...

Oltretutto, già visto e sbiadito: molti municipi lumbàrd hanno da tempo messo l’ìdea (Cerutti Gino’s?) sotto i piedi facendone segno -antico- di identità camuna-le.
Per non dire dei passaggi biancoazzurri, rossocrociati, gialloneri e cangianti arrangiati dai macchiaiuoli.

Se poi c’è chi ha udienza “colà dove si puote”, farebbe cosa buona e giusta a sollecitare una campagna di sensibilizzazione: le nostre zebre sono diventate insidiose: il pedone vi lancia il cuore oltre le strisce, mentre l’automobilista le affronta come il passaggio a nordovest: proseguendo attenta al pedestre; fermandosi arrischia il posteriore (il tamponamento non è matematico, ma gli improperi sì): oltretutto, l’appiedato indugia e spesso non procede nemmeno a spingerlo (teme l’agguato).
Urgente quindi ristabilire regole e convenzioni.

Last, but not least, frequenti sono le strisce che fanno da passerella fra i due parcheggi di banchina, ben celando l’eventuale pedone (cucù!)[1]. Chissà cosa dice la normativa nostrana: peccato però che non sia stata aspirata da quella inglese(2): le zebre di Albione sono precedute da un lungo divieto di fermata: la visuale rende liberi, il casual “Fiorucci” meno. (3)


1) http://referer.it/54a581,
2) http://referer.it/3dc572 ,

3) http://referer.it/09e577 , http://referer.it/8b4574 , http://referer.it/c8b575, http://referer.it/a6e576 . http://referer.it/a31579

Winston il 19 feb 08 alle 16:20

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